Principio di Eguaglianza (Art. 3 Cost.), in particolare: la Donna nella Costituzione.

La Donna nella Costituzione, vista con le “lenti” dell’articolo 3, prima sotto il profilo dell’eguaglianza formale, poi di quella, ancor più importante, sostanziale. Attraverso tre articoli della Parte I (riguardanti i Rapporti Politici, Etico-Sociali, Economici) e le relative pronunce di incostituzionalità della Corte Costituzionale, vediamo come si è data concretezza al riconoscimento della parità di genere, nella Pubblica Amministrazione, in Famiglia, nel Lavoro.                                  

                                            EGUAGLIANZA FORMALE

                                        SENZA DISTINZIONE DI SESSO

Dopo aver delineato succintamente il principio di Eguaglianza formale (comma 1), si può verificare agevolmente la specificazione della seconda parte del medesimo primo comma, con riguardo particolare al divieto di discriminazione sulla base del genere.

Il riconoscimento della parità fra cittadini di sesso femminile e di sesso maschile, e con esso l’applicazione integrale del principio di eguaglianza formale, è stato graduale pur se univoco, da parte della Corte Costituzionale.

ARTICOLO 51, 1°CO. (RAPPORTI POLITICI)

Una delle prime questioni esaminate fu quella della parità di accesso al lavoro, in particolare negli uffici pubblici; non a caso, perché la legge che disciplinava la materia dal lontano 1919 (L. n. 1176/1919 e successivo regolamento R.D. n. 39/1920), escludeva le donne da tutti gli uffici pubblici che “implicano poteri pubblici giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che attengono alla difesa militare dello Stato importano l’esercizio di diritti e potestà politiche” (articolo 7).

Nel 1960, in applicazione del principio di Eguaglianza, la Corte Costituzionale
dichiarò l’illegittimità costituzionale proprio della norma contenuta nell’art. 7 della citata legge del 1919, poiché “una norma che consiste nello escludere le donne in via generale da una vasta categoria di impieghi pubblici, debba essere dichiarata incostituzionale per l’irrimediabile contrasto in cui si pone con l’articolo 51, il quale proclama l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive degli appartenenti all’uno e all’altro sesso in condizioni di eguaglianza. Questo principio è stato già interpretato dalla Corte nel senso che la diversità di sesso, in sé e per sé considerata, non può essere mai ragione di discriminazione legislativa, non può comportare, cioè, un trattamento diverso degli appartenenti all’uno o all’altro sesso davanti alla legge. Una norma che questo facesse violerebbe un principio fondamentale della Costituzione, quello posto dall’art. 3, del quale la norma dell’art. 51 è non soltanto una specificazione, ma anche una conferma” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 33/1960). 

Tuttavia, per recepire tali prescrizioni si dovette attendere la L. n. 66/1963 composta di due articoli: di cui, il primo stabilì che “la donna può accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la Magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera, salvi i requisiti stabiliti dalla legge. L’arruolamento della donna nelle forze armate e nei corpi speciali è regolato da leggi particolari”, mentre il secondo, abrogò legge  e regolamento del 1919/1920.

Fu così che si ebbero, per esempio, le prime 8 donne in magistratura, nel 1965.

Per concludere sul punto relativo all’articolo 51, 1°comma, ed alla sua relazione (specie/genere) col superiore articolo 3, 1°comma, nonché per semplificare il suesposto principio di Eguaglianza formale “violato … anche dal trattamento eguale di situazioni differenti” è utile rammentar la Sentenza n. 163/1993.

Con questo provvedimento, il Giudice delle Leggi ha rilevato l’illegittimità
costituzionale di una norma della Provincia autonoma di Trento del 1980, “nella parte in cui prevede, tra i requisiti per l’accesso alle carriere direttive e di concetto del ruolo tecnico del servizio antincendi della Provincia di Trento, il possesso di una statura fisica minima indifferenziata per uomini e donne” in quanto “l’adozione di un trattamento giuridico uniforme è causa di una “discriminazione indiretta” a sfavore delle persone di sesso femminile, poiché svantaggia queste ultime in modo proporzionalmente maggiore rispetto agli uomini, in considerazione di una differenza fisica
statisticamente riscontrabile e obiettivamente dipendente dal sesso” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 163/1993).

ARTICOLO 29, 2°CO. (RAPPORTI ETICO SOCIALI)

Le discriminazioni di genere ebbero tuttavia nel rapporto donna-uomo all’interno della famiglia il loro nucleo più coriaceo e duro da superare ed in questo ambito il principio di Eguaglianza formale (comma 1) faticò non poco ad affermarsi concretamente.

Occorrerà aspettare il 1968 per sentir dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’art. 559 del Codice penale, 1° e 2° co., che prevedevano la responsabilità penale della moglie adultera e del suo correo (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968); il 1969, per il 3°e 4° comma stesso articolo, che prevedevano il raddoppio della pena in caso di relazione adulterina e la punibilità a querela del marito (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 147/1969).

Con sentenza n. 64/1961, infatti, la Corte aveva dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale del medesimo art. 559, 1°co., C.p., in riferimento agli artt. 3 e 29 della Costituzione.

7 anni dopo, tuttavia, la Corte non dichiarò l’illegittimità costituzionale dell’art. 559, 1° e 2° co., in riferimento all’articolo 3, ma solo all’articolo 29, a testimonianza che il percorso evolutivo ancora non era giunto al culmine.

La sentenza è interessante per cogliere questo travaglio.

La Corte nelle proprie considerazioni di diritto (punto 4) diede conto del mutamento della coscienza collettiva intervenuto nel settennio affermando che “il principio che il marito possa violare impunemente l’obbligo della fedeltà coniugale, mentre la moglie debba essere punita – più o meno severamente – rimonta ai tempi remoti nei quali la donna, considerata perfino giuridicamente incapace e privata di molti diritti, si trovava in stato di soggezione alla potestà maritale. Da allora molto è mutato nella vita sociale: la donna ha acquistato pienezza di diritti e la sua partecipazione alla vita economica e sociale della famiglia e della intera collettività è diventata molto più intensa, fino a raggiungere piena parità con l’uomo (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968).

Tuttavia (punto 5) non ritenne appropriato il riferimento fatto dalle ordinanze di rimessione all’art. 3, poiché “la differenza di sesso è richiamata nel detto articolo con riferimento ai diritti e doveri dei cittadini nella vita sociale, e non anche con riferimento ai rapporti di famiglia (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968).

I rapporti fra coniugi sono disciplinati invece dall’art. 29 della Costituzione – prosegue la sentenza (punto 6) – che riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, afferma l’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi e dispone che questa eguaglianza possa subire limitazioni soltanto a garanzia dell’unità familiare. Nel sancire dunque sia l’eguaglianza fra coniugi, sia l’unità familiare, la Costituzione proclama la prevalenza dell’unità sul principio di eguaglianza, ma solo se e quando un trattamento di parità tra i coniugi la ponga in pericolo. Come è stato precisato nella precedente giurisprudenza di questa Corte, non vi è dubbio che, fra i limiti al principio di eguaglianza, siano da annoverare quelli che riguardano le esigenze di organizzazione della famiglia, e che, senza creare alcuna inferiorità a carico della moglie, fanno tuttora del marito, per taluni aspetti, il punto di convergenza dell’unità familiare, e della posizione della famiglia nella vita sociale. Ciò indubbiamente autorizza il legislatore ad adottare, a garanzia dell’unità familiare, talune misure di difesa contro influenze negative e disgregatrici (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968).

Coerentemente con questa linea, che vedeva ancora il principio di eguaglianza formale soccombere dinanzi a quello dell’unità familiare, la Corte osservò la norma censurata con le lenti della garanzia dell’unità familiare – e non con quelle del principio di eguaglianza – ed attraverso queste valutò che non più giustificata la discriminazione sanzionata dalla norma impugnata.

Poiché “ alla stregua dell’attuale realtà sociale, la discriminazione, lungi dall’essere utile, è di grave nocumento alla concordia ed alla unità della famiglia”, la Corte ritenne pertanto che “ la discriminazione sancita dal primo comma dell’art. 559 C.p. non garantisca l’unità familiare, ma sia più che altro un privilegio assicurato al marito; e, come tutti i privilegi, violi il principio di parità” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968).

Passando dal penale ad al civile, lo stesso giorno la Corte Costituzionale dichiarò anche l’illegittimità costituzionale dell’art. 151, 2°co., del codice civile – sempre in riferimento all’art. 29 – laddove veniva disposto che l’infedeltà della moglie è sempre causa di separazione, mentre quella del marito era priva di sanzione tranne il caso in cui l’infedeltà avesse il carattere di ingiuria grave alla moglie (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 127/1968).

                                     

                                             EGUAGLIANZA SOSTANZIALE

                                            SENZA DISTINZIONE DI SESSO

ARTICOLO 37, 1°CO. (RAPPORTI ECONOMICI)

Partendo sempre dal quadro precedentemente delineato circa il principio di Eguaglianza sostanziale (comma 2), nell’ambito dei diritti sociali e dunque del lavoro, l’intervento principale della Corte Costituzionale è probabilmente quello avvenuto nel 1986, circa la legittimità costituzionale di alcune norme che prevedevano il conseguimento della pensione di vecchiaia al compimento del 55^ anno d’età anziché al 60^ anno come per l’uomo.

Malgrado in precedenza si fosse pronunciata in senso contrario (cfr. Corte
Costituzionale, Sentenza n. 123/1969), anche qui cogliendo “il fluire del tempo”, la Corte dichiarò l’illegittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 4, 35 e 37 Cost. (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 137/1986).

La Sentenza è importante poiché intanto precisò una serie di principi:

a) dopo aver delineato il contenuto dell’articolo 37 Cost., affermò il diritto della donna “a che le siano assicurate condizioni di lavoro tali che le consentono l’adempimento della “essenziale” sua funzione familiare ed un’adeguata protezione, affinché` possa svolgere, se del caso, in concorrenza dell’attività di lavoro, anche il compito di madre”;

b) che “la norma costituisce un’applicazione, nel settore del lavoro, del disposto più generale dell’art. 3”;

c) che “con i citati precetti costituzionali (artt. 37 e 3 Cost.) si è inteso riscattare la donna dal residuo stato di inferiorità sociale e giuridico che aveva rispetto all’uomo, facendole acquistare il diritto, garantito costituzionalmente, alla parità giuridica con l’uomo ed, in ispecie per la lavoratrice, alla parità giuridica con il lavoratore”;

d) che “siccome in concorrenza con l’attività di lavoro la donna può svolgere anche funzioni familiari ed in ispecie funzione di madre, lo stesso costituente ha disposto che il legislatore deve riconoscerle condizioni di lavoro tali che la pongono in grado di adempiere anche le dette funzioni, insieme con l’attività di lavoro”;

e) pertanto “nella legislazione regolatrice del rapporto di lavoro non mancano norme di protezione della donna lavoratrice madre e che stabiliscono particolari condizioni di lavoro (per es. in ordine al tipo di lavoro, all’orario di lavoro, alle sospensioni del rapporto in periodi di gravidanza, di puerperio ecc.) ed analoghe norme di protezione sono state emanate per la tutela della prole, ed ora anche a favore del coniuge lavoratore, per la parità di diritti e di doveri derivanti dal coniugio”.

La Sentenza è bella poi perché diede conto dei profondi mutamenti avvenuti nella società:

• l’emanazione dello Statuto dei lavoratori (L. n. 300 del 1970);

• la legge sulla tutela della maternità (L. 30 dicembre 1971 n. 1204), che ha portato, tra l’altro, il potenziamento dei servizi sociali (per es. asili nido e locali all’interno della fabbrica per la cura dei bambini delle lavoratrici madri ecc.);

• le leggi di riforma della scuola, che hanno potenziato la scuola materna attribuendole un ruolo più spiccatamente sociale (L. 18 marzo 1968 n. 444; d.P.R. 31 maggio 1974 n. 420; L. n. 349/74; D.L. n. 13/76);

• la legge di riforma del diritto di famiglia (L. 19 giugno 1975 n. 151), che ha, tra l’altro, sancito la parità tra coniugi;

• una più penetrante e diffusa tutela della salute in adempimento del precetto costituzionale (art. 32 Cost.);

• soprattutto, la parità uomo donna nel rapporto di lavoro (L. 9 dicembre 1977, n. 903).

Passando poi dall’avvento di nuove tecnologie alla evoluzione della giurisprudenza del lavoro, la Corte non poté non osservare come “questa evoluzione, per quanto riguarda la donna lavoratrice, ha inciso profondamente non solo sulle condizioni di lavoro che la riguardano in modo particolare ma anche sull’attitudine lavorativa” per giungere alla conclusione che “la gradualità dell’evoluzione della situazione, verificatasi specie nel periodo successivo alla precedente sentenza (n. 123 del 1969) e più prossimo alla nuova disciplina legislativa, fa ritenere che siano venute meno quelle ragioni e condizioni che prima potevano giustificare una differenza di trattamento della donna rispetto all’uomo. In particolare, rispetto all’età del conseguimento della pensione di vecchiaia e, quindi, alla disciplina del licenziamento fondata su detto evento” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 137/1986).

(Avv. Stefano Stefàno)

 

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Principio di Eguaglianza (Art. 3 Cost.), in generale: Eguaglianza formale e sostanziale

PRINCIPIO di EGUAGLIANZA

Il principio di Eguaglianza è uno dei Principi Fondamentali del Nostro Ordinamento ed è stabilito, come noto, dall’art. 3 della Costituzione.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

L’Eguaglianza è un po’ come una medaglia; la prima faccia è costituita dall’eguaglianza formale (comma 1), la seconda, dalla eguaglianza sostanziale (comma 2): ma la moneta è unica ed indissolubile.

EGUAGLIANZA FORMALE

Dinanzi alla Legge – quindi all’interno del Nostro ordinamento giuridico, ovvero nella disciplina di qualsiasi rapporto (diritto positivo) – tutti i cittadini sono eguali.

Questo perché – ancor prima ed al di fuori dell’ordinamento giuridico (diritto naturale) – venne riconosciuta in Assemblea Costituente la preesistenza della loro pari dignità sociale.

Con questa affermazione “in positivo”, tuttavia, l’eguaglianza formale per valorizzarsi e completarsi aveva, e continua ad avere bisogno, anche di una prescrizione esplicita “in negativo”: il divieto di discriminazione, sulla base di un catalogo che individua e rappresenta quelli che – all’epoca, ma anche per i giorni nostri – costituiscono storicamente i sei principali pretesti per darvi origine ed ove il sesso figura al primo posto.

Il principio di Eguaglianza formale (comma 1) – prima parte della medaglia – impone che la legge deve regolare in maniera uguale situazioni uguali;difatti “la giurisprudenza di questa Corte è costante nel senso che il principio di eguaglianza è violato anche quando la legge, senza un ragionevole motivo, faccia un trattamento diverso ai cittadini che si trovino in eguali situazioni” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 15/1960) e, da allora, tale principio è stato mantenuto costante.

Ma impone anche che la stessa legge deve regolare in maniera diversa razionalmente situazioni diverse, con la conseguenza che la disparità di trattamento può trovare giustificazione nella diversità delle situazioni disciplinate (c.d. “principio di ragionevolezza”).

In poche parole, il principio di Eguaglianza formale non impone di trattare meccanicamente tutti nello stesso modo, troppo facile, ma richiede di esaminare il dato di partenza: in situazioni uguali, tutti devono essere trattati in maniera uguale; in caso di diversità di fatto, invece, è possibile la disparità di trattamento normativo, al fine di correggere la distorsione e riequilibrare i “piatti della bilancia” (cfr., da ultimo, Corte Costituzionale, Sentenza n. 194/2018).

Fondamentale a questo punto sarà allora, per il giudizio di costituzionalità in funzione dei predetti principi di eguaglianza e ragionevolezza, la base di partenza, cioè “la valutazione della rilevanza delle diversità di situazioni in cui si trovano i soggetti dei rapporti da regolare” (cfr., ab antiquo, Corte Costituzionale, Sentenza n. 3/1957).

In conclusione, “il principio di Eguaglianza formale è violato non solo dalla ingiustificata differenziazione di situazioni eguali, ma anche dal trattamento eguale di situazioni differenti” (cfr. “Nel segno della Costituzione”, L. Carlassare, Feltrinelli, 2012, pag. 45).

EGUAGLIANZA SOSTANZIALE

Vediamo ora l’altra faccia della stessa medaglia: l’eguaglianza sostanziale (comma 2); stabilita l’eguaglianza formale, la Costituzione del 1948 non si ferma qui e fa un passo in più, in avanti, importante.

Questo.

Riconosce che quella stessa eguaglianza formale del comma 1 (e con essa la libertà) è limitata da ostacoli di ordine economico e sociale, di fatto, nella realtà concreta: poiché è alla persona concreta e non all’individuo astratto che guarda la Nostra Carta.

Pertanto, impone – questo è il passaggio importante, non scontato e rivoluzionario per le costituzioni dell’epoca – alla Repubblica di rimuoverli per realizzare il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese altrimenti impedito dal persistere di quegli ostacoli.

Hanno ingresso così nel Nostro ordinamento i Diritti Sociali, c.d. “a prestazione” da parte dello Stato, o, meglio, diritti ad ottenere prestazioni pubbliche erogate dallo Stato per soddisfare quelle esigenze di vita che diano concretezza alla riconosciuta preesistente dignità della persona, in modo naturalmente paritario.

Si tratta di una disposizione di programma e direttiva, volta ad orientare l’azione dei pubblici poteri in vista di una trasformazione materiale della realtà: con essa si guarda al futuro.

Insomma, il principio di eguaglianza sostanziale è il tratto distintivo e caratterizzante della Costituzione repubblicana italiana, la password (chiave di lettura) essenziale della Costituzione.

La sentenza n. 109/1993 chiarisce bene questi concetti, laddove afferma che «le azioni “positive” costituiscono il principale strumento a disposizione del legislatore per attuare il dovere – che l’art. 3, comma secondo, Cost. assegna alla Repubblica – di assicurare uno statuto effettivo di pari opportunità di inserimento sociale, economico e politico a categorie di persone socialmente svantaggiate, fondamentalmente quelle riconducibili ai divieti di discriminazione espressi nel primo comma dello stesso art. 3 (sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali); dette “azioni positive” – in quanto dirette ad equilibrare situazioni di sostanziale disparità di condizioni – comportano l’adozione di discipline giuridiche differenziate a favore delle categorie sociali svantaggiate, anche in deroga al generale principio di formale parità di trattamento stabilito nell’art. 3, comma primo, Cost., pur esigendo uniforme attuazione su tutto il territorio nazionale, potendo altrimenti trasformarsi in fattori aggiuntivi di disparità di trattamento».

Nel prossimo articolo, vedremo come si è declinato attraverso le pronunce della Corte Costituzionale il principio di Eguaglianza, sia formale che sostanziale, in riferimento particolare alla Donna ed al rapporto con l’altro sesso.

(Avv. Stefano Stefàno)

 

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Diritto e Tutela del Lavoro (artt. 4 e 35 Cost.) – Jobs Act – Sentenza Corte Costituzionale n. 194/2018, o delle tutele crescenti che non tutelano il lavoro (parte 3).

Per approfondire e per gli addetti ai lavori

IUS SUPERVENIENS Come detto, successivamente all’ordinanza di rimessione, è entrato in vigore il d.l. n. 87/2018,  (Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese), convertito, con modificazioni, nella L. n. 96/2018, modificando una delle disposizioni oggetto del presente giudizio, limitatamente alla parte in cui stabilisce il limite minimo e il limite massimo entro cui è possibile determinare l’indennità da corrispondere al lavoratore ingiustamente licenziato, innalzando tali limiti, rispettivamente, da quattro a sei mensilità (limite minimo) e da ventiquattro a trentasei mensilità (limite massimo) dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR. La Corte ha dovuto pertanto autonomamente valutare, in via preliminare, in che misura lo ius superveniens incida sul giudizio incidentale e se si spinga fino a modificare «la norma censurata quanto alla parte oggetto delle censure di legittimità costituzionale» (sentenza n. 125 del 2018). Non essendo tuttavia il quantum delle soglie minima e massima entro cui può essere stabilita l’indennità al cuore delle doglianze, ma il meccanismo di determinazione dell’indennità, configurato dalla norma censurata, la Corte ha valutato come, nel caso in esame, non è stato intaccato il meccanismo contestato, sicché non mutano i termini essenziali della questione posta dal giudice a quo.

INAMMISSIBILITÀ’ di questione non sollevata dal giudice rimettente. Sempre in via preliminare, la Corte ha rilevato come, nel proprio atto di costituzione in giudizio, la parte del procedimento a quo abbia dedotto l’irragionevolezza delle disposizioni censurate sotto un profilo ulteriore rispetto a quelli indicati nell’ordinanza di rimessione, ma tale censura traducendosi in una questione non sollevata dal giudice rimettente è, perciò, inammissibile, poiché «”l’oggetto del giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale è limitato alle disposizioni e ai parametri indicati nelle ordinanze di rimessione”.

IRRILEVANZA delle questioni aventi ad oggetto le disposizioni denunciate. Sempre in via preliminare, la Corte deve esaminare, d’ufficio, alcuni profili che attengono all’ammissibilità delle questioni sollevate dal giudice rimettente, verificando, alla luce di quanto risulta dall’ordinanza di rimessione, l’effettiva applicabilità nel giudizio a quo delle diverse disposizioni denunciate e, conseguentemente, l’effettiva rilevanza delle questioni di costituzionalità delle stesse. Se da tale scrutinio risulta evidente l’inapplicabilità nel giudizio a quo delle questioni aventi a oggetto le disposizioni denunciate, ne dichiara conseguentemente l’irrilevanza. In questo caso: degli artt. 2, 3 comma 2 e 3 (anche per difetto di motivazione), 4 d.lgs. n. 23/2015.

INIDONEITÀ‘ DELLA CONVENZIONE OIL N. 158/1982 Questa convenzione internazionale, che ha vocazione costituzionale, nello spirito dell’art. 35, 3°co., Cost., non è stata ratificata dall’Italia, pertanto non è da ritenersi vincolante, né può integrare il parametro costituzionale evocato, poiché l’art. 117, 1°co., Cost. fa riferimento al rispetto dei «vincoli» derivanti dagli «obblighi internazionali».

SULLA IDONEITÀ’ O INIDONEITÀ’ DELLA CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UNIONE EUROPEA (Questo aspetto è fondamentale). A norma dell’art. 51 CDFUE (comma 1, primo periodo), le disposizioni della Carta si applicano […] agli Stati membri esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione. Sulla base di tale disposizione, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha costantemente asserito che le disposizioni della CDFUE sono applicabili agli Stati membri «quando agiscono nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione». Peraltro, la Corte Costituzionale ha affermato che «perché la Carta dei diritti UE sia invocabile in un giudizio di legittimità costituzionale, occorre, dunque, che la fattispecie oggetto di legislazione interna “sia disciplinata dal diritto europeo – in quanto inerente ad atti dell’Unione, ad atti e comportamenti nazionali che danno attuazione al diritto dell’Unione, ovvero alle giustificazioni addotte da uno Stato membro per una misura nazionale altrimenti incompatibile con il diritto dell’Unione – e non già da sole norme nazionali prive di ogni legame con tale diritto” (sentenza n. 80 del 2011)». Pertanto, come nel caso di specie, se nessun elemento consente di ritenere che la norma censurata sia stata adottata in attuazione del diritto dell’Unione, in particolare, per attuare disposizioni nella materia dei licenziamenti individuali, la CDFUE non può essere invocata quale parametro interposto. In realtà, al fine di sostenere la sussistenza, nelle disposizioni denunciate, di una «fattispecie europea», la parte costituita aveva argomentato che esse ricadrebbero nell’ambito della politica dell’occupazione dell’Unione e, in particolare, nell’ambito delle misure adottate in risposta alle raccomandazioni del Consiglio. Ma la Corte ha osservato come, tali raccomandazioni, previste dall’art. 148, paragrafo 4, TFUE all’esito dell’esame annuale svolto dalle istituzioni europee circa la situazione dell’occupazione nell’Unione, rientrano nella discrezionalità del Consiglio e sono prive di forza vincolante.

IDONEITÀ‘ DELLA CARTA SOCIALE EUROPEA. Come visto, la Corte ha invece affermato l’idoneità della Carta sociale europea a integrare il parametro dell’art. 117, 1°co., Cost., e ha anche riconosciuto l’autorevolezza delle decisioni del Comitato, ancorché non vincolanti per i giudici nazionali (sentenza n. 120 del 2018).

Avv. Stefano Stefàno

 

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Diritto e Tutela del Lavoro (artt. 4 e 35 Cost.) – Jobs Act – Sentenza Corte Costituzionale n. 194/2018, o delle tutele crescenti che non tutelano il lavoro (parte 2).

Il DIRITTO AL LAVORO DELINEATO dalle SENTENZE della CORTE COSTITUZIONALE

In particolare, sugli aspetti della disciplina dei licenziamenti, in relazione all’articolo 4.

  • Con la sentenza n. 45/1965, la Corte affermò che il diritto al lavoro, «fondamentale diritto di libertà della persona umana», pur non garantendo «il diritto alla conservazione del lavoro», tuttavia «esige che il legislatore […] adegui […] la disciplina dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato al fine ultimo di assicurare a tutti la continuità del lavoro, e circondi di doverose garanzie […] e di opportuni temperamenti i casi in cui si renda necessario far luogo a licenziamenti»: da qui nacque la L. n. 604/1966, che sancì, all’art. 1, il principio della necessaria giustificazione del licenziamento, da considerarsi illegittimo se non sorretto da una «giusta causa» o da un «giustificato motivo».
  • Con la sentenza n. 60/1991, la Corte ha riaffermato il «diritto garantito dall’art. 4 Cost. a non essere estromesso dal lavoro ingiustamente o irragionevolmente».
  • Con la sentenza n. 541/2000, la Corte ha ribadito la «garanzia costituzionale [del] diritto di non subire un licenziamento arbitrario».

L’affermazione sempre più netta del «diritto al lavoro» (art.4, 1°co.), affiancata alla «tutela» del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni (articolo 35, 1°co.), si sostanzia – sostiene la Corte, da ultimo, con sentenza n. 194/2018, punto 9.1 del Considerato in Diritto – nel riconoscere, tra l’altro, che i limiti posti al potere di recesso del datore di lavoro correggono un disequilibrio di fatto esistente nel contratto di lavoro.

Perché questa attenzione e questo favore particolare per il diritto al lavoro, fino ad esigere una tutela “rafforzata”? Per un motivo che ciascuno di Noi conosce ed è fornito dalla stessa Corte: “il forte coinvolgimento della persona umana – a differenza di quanto accade in altri rapporti di durata – qualifica il diritto al lavoro come diritto fondamentale, cui il legislatore deve guardare per apprestare specifiche tutele” (sentenza n. 194/2018, punto 9.1 del Considerato in Diritto).


La SENTENZA n. 194/2018 DELLA CORTE COSTITUZIONALE

Nel quadro normativo delineato sull’art.4, è intervenuta la recente Sentenza n. 194 del 8.11.2018 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, 1°co., del decreto legislativo 4.3.2015 n. 23 (Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183) – sia nel testo originario sia nel testo modificato dall’art. 3, 1°co., del d.l. n. 87/2018 (Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese), convertito, con modificazioni, nella legge 9 agosto 2018, n. 96 – limitatamente alle parole «di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio».

In parziale accoglimento delle questioni sollevate in riferimento ai seguenti articoli della Costituzione:

  • 3 (in relazione sia al principio di eguaglianza, sia al principio di ragionevolezza);
  • 4, primo comma;
  • 35, primo comma;
  • 76 e 117, primo comma, (questi ultimi due articoli in relazione all’art. 24 della Carta sociale europea).

Perché è stato dichiarato incostituzionale il succitato meccanismo di quantificazione indicato? Perché “connota l’indennità come rigida, in quanto non graduabile in relazione a parametri diversi dall’anzianità di servizio, e la rende uniforme per tutti i lavoratori con la stessa anzianità. L’indennità assume così i connotati di una liquidazione legale forfetizzata e standardizzata, proprio perché ancorata all’unico parametro dell’anzianità di servizio, a fronte del danno derivante al lavoratore dall’illegittima estromissione dal posto di lavoro a tempo indeterminato ….Una tale predeterminazione forfetizzata del risarcimento del danno da licenziamento illegittimo non risulta incrementabile, pur volendone fornire la relativa prova. Nonostante il censurato art. 3, comma 1 – diversamente dal vigente art. 18, 5°co., L. n. 300/1970 – non definisca l’indennità «onnicomprensiva», è in effetti palese la volontà del legislatore di predeterminare compiutamente le conseguenze del licenziamento illegittimo, in conformità al principio e criterio direttivo dettato dalla legge di delegazione di prevedere un indennizzo economico «certo»” (punto 10 del Considerato in Diritto).

L’analisi politica del decreto legislativo 4.3.2015 n. 23 (Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183) inizia e finisce qui; le c.d. “tutele crescenti” non tutelavano il lavoro, bensì il datore di lavoro, nella sua necessità di prevedere un indennizzo economico «certo» (assumi a tempo indeterminato un lavoratore, conosci già il costo del suo licenziamento), in conformità alle direttive comunitarie.

Questo criterio direttivo, esplicitato dalla norma censurata, contrasta però con la Nostra Carta Costituzionale:

  • anzitutto”con il principio di eguaglianza, sotto il profilo dell’ingiustificata omologazione di situazioni diverse” o, meglio, “la previsione di una misura risarcitoria uniforme, indipendente dalle peculiarità e dalla diversità delle vicende dei licenziamenti intimati dal datore di lavoro, si traduce in un’indebita omologazione di situazioni che possono essere e sono, nell’esperienza concreta, diverse“…… considerato che “in una vicenda che coinvolge la persona del lavoratore nel momento traumatico della sua espulsione dal lavoro, la tutela risarcitoria non può essere ancorata all’unico parametro dell’anzianità di servizio” ……………………  ritenuto che “non possono che essere molteplici i criteri da offrire alla prudente discrezionale valutazione del giudice chiamato a dirimere la controversia“………………………………….. rilevato che “tale discrezionalità si esercita, comunque, entro confini tracciati dal legislatore per garantire una calibrata modulazione del risarcimento dovuto, entro una soglia minima e una massima“……………………………………..pertanto si deve concludere che “all’interno di un sistema equilibrato di tutele, bilanciato con i valori dell’impresa, la discrezionalità del giudice risponde all’esigenza di personalizzazione del danno subito dal lavoratore, pure essa imposta dal principio di eguaglianza” (punto 11 del Considerato in Diritto);
  • altresì “con il principio di ragionevolezza, sotto il profilo della inidoneità dell’indennità medesima a costituire un adeguato ristoro del concreto pregiudizio subito dal lavoratore a causa del licenziamento illegittimo e un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare illegittimamente“….. premesso che “il risarcimento ancorché non necessariamente riparatorio dell’intero pregiudizio subito dal danneggiato, deve essere necessariamente equilibrato e che l’adeguatezza del risarcimento forfetizzato richiede che esso sia tale da realizzare un adeguato contemperamento degli interessi in conflitto” ………………………………… considerato che, quanto al primo aspetto “la previsione denunciata, nel prestabilire interamente la misura dell’indennità, la connota, oltre che come «certa», anche come rigida, perché non graduabile in relazione a parametri diversi dall’anzianità di servizio” ……………………..  considerato che, quanto al secondo aspetto l’inadeguatezza dell’indennità forfetizzata stabilita dalla previsione denunciata rispetto alla sua primaria funzione riparatorio compensativa del danno sofferto dal lavoratore ingiustamente licenziato è suscettibile di minare, in tutta evidenza, anche la funzione dissuasiva della stessa nei confronti del datore di lavoro, allontanandolo dall’intento di licenziare senza valida giustificazione e di compromettere l’equilibrio degli obblighi assunti nel contratto“…….. pertanto si deve concludere che “non realizza un equilibrato componimento degli interessi in gioco: la libertà di organizzazione dell’impresa da un lato e la tutela del lavoratore ingiustamente licenziato dall’altro. Con il prevedere una tutela economica che può non costituire un adeguato ristoro del danno prodotto, nei vari casi, dal licenziamento, né un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare ingiustamente, la disposizione censurata comprime l’interesse del lavoratore in misura eccessiva, al punto da risultare incompatibile con il principio di ragionevolezza. Il legislatore finisce così per tradire la finalità primaria della tutela risarcitoria, che consiste nel prevedere una compensazione adeguata del pregiudizio subito dal lavoratore ingiustamente licenziato” (punti 12,12.1,12.2,12.3 del Considerato in Diritto);
  • soprattutto, dagli stessi fatti ritenuti lesivi del principio di ragionevolezza ex articolo 3 Cost.discende anche il vulnus recato da tale previsione agli artt. 4, primo comma, e 35, primo comma, Cost.“, laddove “prevedendo una tutela economica che non costituisce né un adeguato ristoro del danno prodotto, nei vari casi, dal licenziamento, né un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare ingiustamente, risulta evidente che una siffatta tutela dell’interesse del lavoratore alla stabilità dell’occupazione non può ritenersi rispettosa degli artt. 4, 1°co. e 35, 1°co., Cost., che tale interesse, appunto, proteggono. L’irragionevolezza del rimedio previsto dall’art. 3, 1°co., d.lgs. n. 23/2015, assume, in realtà, un rilievo ancor maggiore alla luce del particolare valore che la Costituzione attribuisce al lavoro (artt. 1, primo comma, 4 e 35 Cost.), per realizzare un pieno sviluppo della personalità umana“(punto 13 del Considerato in Diritto);
  • infine “con gli artt. 76 – nel riferimento operato dalla legge di delegazione al rispetto delle convenzioni internazionali – e 117, 1°co., Cost., in relazione all’art. 24 della Carta sociale europea“. Cosa dice questo articolo, al primo comma, lettera b)? Prevede che, per assicurare l’effettivo esercizio del diritto a una tutela in caso di licenziamento, le Parti contraenti si impegnano a riconoscere «il diritto dei lavoratori licenziati senza un valido motivo, ad un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione». Inoltre,  nella decisione resa a seguito del reclamo collettivo n. 106/2014 proposto contro la Finlandia, il Comitato europeo dei diritti sociali ha aggiunto che tale indennizzo per essere congruo deve anche dissuadere il datore di lavoro dal licenziare ingiustificatamente, non essendo cioè sufficiente che assicuri un adeguato ristoro per il concreto pregiudizio subito dal lavoratore licenziato senza un valido motivo. Anche il filo argomentativo che guida il Comitato si snoda dunque attraverso l’apprezzamento del sistema risarcitorio in quanto dissuasivo e, al tempo stesso, congruo rispetto al danno subito “in linea con quanto affermato da questa Corte sulla base del parametro costituzionale interno dell’art. 3 Cost. …. Si realizza, in tal modo, un’integrazione tra fonti e – ciò che più rileva – tra le tutele da esse garantite” (punto 14 del Considerato in Diritto).

Il Giudice delle Leggi ha pertanto prescritto che “nel rispetto dei limiti, minimo e massimo, dell’intervallo in cui va quantificata l’indennità spettante al lavoratore illegittimamente licenziato, il giudice terrà conto innanzi tutto dell’anzianità di servizio – criterio che è prescritto dall’art. 1, comma 7, lett. c) della legge n. 184 del 2013 e che ispira il disegno riformatore del d.lgs. n. 23/2015 – nonché degli altri criteri già prima richiamati, desumibili in chiave sistematica dalla evoluzione della disciplina limitativa dei licenziamenti (numero dei dipendenti occupati, dimensioni dell’attività economica, comportamento e condizioni delle parti)“.

Ma qual’è questo provvedimento che, in un colpo solo, ha violato 5 articoli della Carta Costituzionale?

E’ il Decreto Legislativo n. 23/2015, il famoso “Jobs Act” promosso quando al Governo c’erano i “competenti” e segue le sorti di altri provvedimenti legislativi varati dagli “esperti” ma caduti sotto la scure della Consulta [1],[2],[3]; ma è anche vero che la Legge 9 agosto 2018, n. 96 è l’altrettanto famoso “Decreto Dignità” che, pur evidenziando il merito di aver accresciuto i limiti minimi e massimi entro i quali si svolge – come visto – il potere discrezionale del Giudice, ben avrebbe potuto anche anticipare l’intervento della Consulta, abrogando la disposizione illegittima, modificando il criterio del calcolo, basato esclusivamente sull’anzianità.


CONCLUSIONE

Insomma, una Legge sul Lavoro (Jobs Act) che, malgrado dichiari in rubrica di attuare le c.d. “tutele crescenti”, NON tutela il Lavoro; bello, no?

Questo fatto è grave.

Perché, al di là della truffa semantica, l’inganno è vero.

Ed è questo: mentre dico di agire nell’interesse, per i diritti e la tutela Tua (lavoratore), nei fatti ed in diritto, tutelo invece gli interessi del datore di lavoro, col prevedere un indennizzo economico «certo», sbilanciando ulteriormente i rapporti di forza a favore di quest’ultimo: questa cosa la poteva fare solo una forza politica sedicente “di sinistra”.

Ma c’è di più, ancor più grave: quello che si è gabellato qui in Italia come Tutele Crescenti, si chiama in realtà in Unione Europea riduzione delle tutele contro i licenziamenti illegittimi (questo è il nome e la qualifica ufficiale di questa misura); normalmente è una delle condizioni imposte per fruire dei programmi di assistenza finanziaria: per esempio, alla Grecia col secondo programma del  marzo 2012 (cfr. Commissione Europea, Occasional Paper, 94, marzo 2012, pag. 223).

L’ oggetto è SEMPRE la costante aggressione al nucleo delle politiche sociali, con tutte le conseguenze materiali che tale linea economica comporta; benché non più tardi di qualche mese fa i più grandi corifei della UE così qualificassero la legge ora dichiarata incostituzionale: “riforme come quella del Jobs Act o del sistema bancario o del sistema costituzionale …vanno giudicatein relazione alla loro capacità di promuovere gli interessi del nostro Paese nel sistema dell’interdipendenza europea” (cfr. Sole 24 Ore, 7.1.2018).

Insomma, la promozione degli interessi del Nostro paese nel sistema dell’interdipendenza europea passa attraverso la compressione dei Diritti Sociali.

Ancora una volta, le direttive comunitarie sembrano cozzare contro i principi fondamentali della Carta Costituzionale.

Avv. Stefano Stefàno

[…..segue, parte 3]

 

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Diritto e Tutela del Lavoro (artt. 4 e 35 Cost.) – Jobs Act – Sentenza Corte Costituzionale n. 194/2018, o delle tutele crescenti che non tutelano il lavoro (parte 1).

Articolo 4 Costituzione – Cenni Storici Assemblea Costituente – Architettura Costituzionale (parte 1)

Il Diritto al Lavoro delineato dalle Sentenze della Corte Costituzionale – In particolare, Sentenza n. 194/2018 della Corte – Conclusione: Jobs Act; Truffa semantica e inganno vero; Tutele Crescenti che non tutelano il Lavoro ma realizzano una delle condizionalità imposte dalla Unione Europea per aggredire le politiche sociali: la riduzione delle tutele contro i licenziamenti illegittimi, come in Grecia; direttive comunitarie contro i principi fondamentali della Nostra Carta Costituzionale (parte 2)

Per approfondire e per gli addetti ai lavori (parte 3)


CENNI STORICI

Il progetto di legge dell’articolo 4, proposto dalla Commissione dei 75 presieduta dall’ On. Ruini, fu discusso ed approvato nelle sedute del 8 e 9 maggio 1947 dell’Assemblea Costituente [8 maggio, e poi 13 maggio, in cui venne esaminato anche l’articolo 35 (tutela del lavoro), primo articolo di quel Titolo III, dei Rapporti Economici, ove in origine si pensava di collocare l’articolo 4].

  • Sul I°comma. Nella Relazione curata dallo stesso Presidente Ruini si precisò che “l’affermazione del DIRITTO AL LAVORO significava riconoscere una occupazione piena per tutti” specificando come si trattasse di un diritto potenziale, indicato nella Carta affinché il legislatore ne promuovesse l’attuazione: in virtù di tale funzione programmatica e di indirizzo, l’articolo fu elevato a PRINCIPIO FONDAMENTALE ed inserito pertanto nei primi 12 articoli. La cifra di tale indirizzo programmatico risiede proprio nell’inciso promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto, con una politica tendente alla piena occupazione, in sintonia con il disposto dell’articolo 3, 2°co., rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale: perché lo stato di disoccupazione è un ostacolo evidente alla libertà ed alla eguaglianza dei cittadini per il pieno sviluppo della persona umana.
  • Sul II°comma. Affermato il diritto al lavoro nel I°co., qui si affermò il correlativo dovere di “lavorare” (meglio: svolgere un’attività o una funzione), sempre in via potenziale e tendenziale. Ci fu infatti ampio dibattito sull’inciso e la propria scelta, che taluni Costituenti proposero di togliere, nell’intento di trasformare il dovere in un obbligo giuridico. Furono presentati vari emendamenti, ma alla fine prevalse la volontà di mantenere quell’inciso, precisando anche qui come l’Assemblea volesse fare una “affermazione morale e politica”, che non comportasse vincoli o coazioni per il cittadino. In perfetto equilibrio sinallagmatico con il diritto al lavoro, sancito dal I°co.: come lì non si arrivava a trattare il diritto come già assicurato e provvisto di azione giudiziaria, qui non si è arrivati ad indicare il dovere come un obbligo giuridico, sanzionabile in caso di trasgressione.

Sia il primo che il secondo comma furono approvati, sia pur dopo ampia discussione, nel testo proposto dalla Commissione.


ARCHITETTURA COSTITUZIONALE

L’articolo 4 (Diritto al Lavoro) della Costituzione è dunque inserito nei Principi Fondamentali della Carta …e viene dopo il 2 ed il 3, non a caso!

Alcuni elementi che legano quest’articolo a quelli che lo precedono si sono già intravisti, ma è bene soffermarsi ulteriormente sulla connessione tra questi tre principi fondamentali, per cogliere appieno e godere della splendida architettura costituzionale, che viene così disegnata.

  • Intanto, il sinallagma diritto al lavoro/dovere di lavorare è la trasposizione particolare della più ampia ma identica corrispondenza fissata con l’articolo 2, ove si stabilisce che ai diritti inviolabili dell’uomo, riconosciuti e garantiti dalla Repubblica, fa da contraltare l’adempimento dei richiesti doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, “mettendo così insieme, come lati inscindibili, due aspetti, i diritti ed i doveri, dei quali uno non può sceverare dall’altro: concetto tipicamente mazziniano, che si era già affacciato con la rivoluzione francese e ormai accolto da tutti“, come disse Ruini, in sede di discussione dell’art. 2.
  • Inoltre, l’inciso promuove le condizioni per rendere effettivo questo diritto, costituisce  il primo compito specifico imposto alla Repubblica, nel più generale ambito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, al fine di realizzazione quella eguaglianza sostanziale richiesta dall’art. 3, 2°co. [cosicché il diritto al lavoro, già assurto a Principio Fondamentale, diviene anche un Diritto Sociale, rientrando a pieno titolo tra quei diritti che la Repubblica non può limitarsi a riconoscere, ma deve anche attivarsi per garantire (art.2) e promuovere (art.4), come? rimuovendone gli ostacoli (art.3)].
  • Infine, la connessione che lega insieme questi tre articoli, risiede nel fatto che il dovere “morale e politico” di svolgere un “lavoro” affinché si concorra al progresso materiale o spirituale della società (art.4), consente di adempiere ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale (art.2) e rende effettiva la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art.3).

Avv. Stefano Stefàno

[…..segue, parte 2]

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Referendum consultivo ATAC; Privatizzazioni versus Costituzione (ancora).

Domenica 11 novembre a Roma si terrà un referendum consultivo sul trasporto pubblico locale, gestito da ATAC.

ATAC S.p.A. opera con capitale di proprietà comunale, come organismo “in house” del socio unico Roma Capitale: è pertanto una società a partecipazione pubblica.

I quesiti referendari sono due e chiedono al cittadino romano di esprimersi favorevolmente o no sulla liberalizzazione e privatizzazione “dei servizi relativi al trasporto pubblico locale” soprattutto con l’affidamento mediante gare pubbliche ad una pluralità di gestori (ma anche con la promozione dell’esercizio di trasporti collettivi non di linea): in entrambi i casi nel rispetto supremo della concorrenza.

Ci interessa più il primo, per il principio del “trasporto di linea” e perché riguarda la disciplina delle modalità di affidamento della gestione dei servizi pubblici locali.

STORIA 1

Le municipalizzazioni dell’acqua, dell’elettricità, del gas avvengono in un’epoca in cui si votava per censo – votava il 10% della popolazione che pagava la income tax – la borghesia britannica voleva disfarsi delle concessioni date ai monopolisti privati che erano inefficienti e facevano costare i servizi pubblici molto più del necessario di cui il sistema  industriale avesse bisogno” [cfr. M.Florio, Economia e politica dello Stato senza proprietà, in Quale Stato, Quaderni, 15, 2008, pag.44]. Siamo all’inizio del secolo scorso; del resto, risale al 1909 a Roma la municipalizzazione del settore dei servizi tranviario e dell’energia elettrica, da cui nacquero l’Azienda Autonoma Tranvie Municipali e l’Azienda Elettrica Municipale, progenitori delle odierne ATAC ed ACEA. Anche qui l’obiettivo era quello “di abbassare i costi per i singoli e per la collettività“[cfr. V.Vidotto, Roma Contemporanea, Laterza, 2006, pag.125]; anche qui, il merito fu della borghesia illuminata, il Sindaco Ernesto Nathan [1] era un radical-popolare e l’alleanza [2] di cui era a capo si chiamava Blocco Popolare (Unione Liberale Popolare) [cfr. V.Vidotto, Roma Contemporanea, Laterza, 2006, pagg.119-122].

Storicamente, pertanto, i quesiti referendari del 2018 si propongono di riportare indietro le lancette della Storia di un secolo, spacciando, come moderni, principi liberali antichi, ritenuti superati dagli stessi liberali dell’epoca.

STORIA 2

Questi vecchi principi liberali già sono stati respinti dalla maggioranza dei cittadini italiani.

Il primo quesito referendario infatti ripropone parte dei contenuti dell’art. 23 bis del D.L. n. 112/2008, convertito in L. n. 133/2008 (la cosiddetta Riforma Ronchi), interamente abrogato, a seguito del referendum popolare del 2011, con il DPR n. 113/2011: in quella occasione i cittadini italiani votando SI al quesito n. 1 si dichiararono contrari a stabilire come modalità ordinaria di gestione dei servizi pubblici locali l’affidamento a soggetti privati attraverso gara.

Storicamente, pertanto, i quesiti referendari del 2018 si propongono di riportare indietro le lancette del Diritto, calpestando la netta pronuncia popolare di 27 milioni di persone del 12/13 giugno 2011; ponendosi così nel solco ed imitando, in piccolo, il tentativo purtroppo riuscito del Governo Berlusconi, che col D.L. n.138 del 13.8.2011 resuscitò gran parte delle stesse disposizioni legislative abrogate in via referendaria, col primo quesito, in aperta violazione del principio della sovranità popolare, sancito dall’art. 1 della Costituzione[3].

DIRITTO

ATAC eroga attualmente un servizio pubblico essenziale in regime di monopolio parziale; circa il 15% del trasporto pubblico di superficie a Roma, infatti, è gestito dalla società consortile privata TPL s.c.a r.l.

Come si configura giuridicamente questo servizio?

Bene Pubblico e Bene Comune.

Bene pubblico, perché per il diritto positivo “tutto ciò che serve alla comunità per garantire la sopravvivenza propria e dei singoli diventa cosa pubblica ed è sottratto all’arbitrarietà delle volontà individuali per garantirne l’accesso universale” [cfr. C.Iannello, Beni pubblici versus beni comuni, Forumcostituzionale.it, 2013, pagg. 8-9].

Ma anche, per la teoria dei beni comuni, Bene Comune o, meglio, Bene Sociale.

Secondo la Riforma dei beni pubblici della Commissione Rodotà del 2007, le reti locali di pubblico servizio sarebbero state inserite all’interno della categoria dei beni sociali “le cui utilità essenziali sono destinate a soddisfare bisogni corrispondenti ai diritti civili e sociali delle persone” (le altre due categorie erano quelle dei beni comuni, propriamente detti, e dei beni sovrani).

Bene pubblico, comune o sociale che sia – al di là delle distinzioni dottrinarie – qual’è oggettivamente la funzione della rete locale di pubblico servizio di Roma? e quali diritti protegge?

  • In quanto servizio pubblico essenziale, la funzione che svolge è di preminente interesse generale, non serve cioè l’Amministrazione Pubblica ma piuttosto la collettività, come insegnava 100 anni fa il Sindaco dell’Unione Liberale Popolare.
  • Ancor più importante, i diritti che tutela e soddisfa sono diritti fondamentali garantiti dalla Nostra Carta Costituzionale, come insegna la dottrina amministrativa più qualificata che da sempre ha concepito i trasporti pubblici di linea come prestazioni amministrative, volte a garantire diritti tutelati a livello costituzionale.

Da qui la riserva originaria o successiva, ai sensi dell’art. 43 della Costituzione, a favore della socializzazione dell’impresa che gestisce il servizio di trasporto pubblico di linea.

Pertanto, se la funzione della rete locale di pubblico servizio di Roma è di preminente interesse generale e se tutela diritti fondamentali garantiti dalla Nostra Carta Costituzionale, la gestione non può che competere alle istituzioni pubbliche, attraverso l’ATAC, siccome al 100% di Roma Capitale (e al limite non S.p.A.).

Orientarsi al mercato, con una gestione invece privatistica, volta quindi a generare profitto sarebbe  incompatibile con la funzione di preminente interesse generale della rete locale di pubblico servizio di Roma ed inoltre comprimerebbe la tutela dei diritti fondamentali ad essa riconducibile. La prova? Venite nelle periferie romane, ove non a caso opera il privato TPL, è chiedete alle donne ed agli uomini che prendono il bus se il servizio sia “più bello e più superbo che pria“, venite, venite ….. o, peggio, chiedete agli autisti di TPL, che più di una volta hanno dovuto scioperare per ottenere ciò che gli spetterebbe di diritto: lo stipendio.

Un’ultima annotazione.

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 24/2011, chiamata a rispondere sulla ammissibilità del quesito referendario n.1, rilevò l’insussistenza di impedimenti di natura comunitaria “sia perché il quesito non ha ad oggetto una legge a contenuto comunitariamente vincolato (e, quindi, costituzionalmente vincolato, in applicazione degli artt. 11 e 117, 1°co., Cost.); sia perché l’eventuale abrogazione referendaria non comporterebbe alcun inadempimento degli obblighi comunitari“.

Come rilevato dal Prof. Alberto Lucarelli “si smentiva che il diritto europeo imponesse agli Stati membri di privatizzare tout court i servizi pubblici locali” (cfr. Beni Comuni, Dissensi, 2011, pag. 77).

Insomma, come il 12 e 13 giugno 2011,

ci penso e VOTO NO!

[1] Nel discorso di insediamento il Sindaco sostenne che “pur restando il pareggio di bilancio la legittima preoccupazione di ogni prudente amministratore, sino a quando vi sia un solo scolaro entro la nostra cerchia amministrativa, il quale non possa ricevere istruzione ed educazione civile, in ambiente sano ed adatto, le condizioni del bilancio finanziario devono cedere il passo alle imperative esigenze del bilancio morale e intellettuale” [cfr. V.Vidotto, Roma Contemporanea, Laterza, 2006, pag. 124].
[2] Nel Consiglio Comunale sedeva -piace ricordare- Meuccio Ruini, futuro Presidente della Commissione dei 75 in Assemblea Costituente.
[3] Ribadito dalla pronuncia della Corte Costituzionale, che con la sentenza n. 468/1990 ha precisato come “a differenza del legislatore che può’ correggere o addirittura disvolere quanto ha in precedenza statuito, il referendum manifesta infatti una volontà’ definitiva e irripetibile“, per cui il legislatore non può riprodurre una norma abrogata da un referendum popolare ex art. 75 Cost.

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Stato-Regione e Costituzione; sulla “competenza”.

Stato-Regioni e Costituzione. Il Governo competente ha fatto i danni, secondo la Corte Costituzionale; toccherà a quello incompetente porvi rimedio, rispettandola. Ma è mai possibile?

Nella conferenza Stato- Regioni di questa settimana si è raggiunto un accordo per sbloccare circa 4,2 miliardi di € per gli investimenti regionali. Le materie sono importanti: dissesto idrogeologico, messa in sicurezza sismica, trasporti, edilizia sanitaria e scolastica, imprese. E’ una piccola boccata d’ossigeno. L’accordo sarà recepito e normato nella manovra di bilancio del Governo.

Ma c’è una cifra 20 volte superiore a disposizione delle Regioni: gli 80 miliardi del Fondo Nazionale Investimenti che stanno lì, ma non si possono utilizzare, sono stati “bloccati” dalla Corte Costituzionale, dicono i giornali, guardando il dito piuttosto che la Luna [cfr. Il Sole 24 Ore, 16.10.2018, pag. 8]; chissà quante cose si potrebbero fare!

Cosa è successo?

Possibile che la Corte Costituzionale è contro gli investimenti, lo sviluppo e la crescita del Paese? Qualcosa non quadra, raccontata così.

A tutti coloro che lamentano, già ora, possibili profili di incostituzionalità in divenire nella Legge di Bilancio 2019 proposta dall’attuale Governo – data la loro evidente sensibilità costituzionale – non può non essere sfuggita la sicura incostituzionalità di alcune parti delle Leggi di Bilancio proposte dai precedenti governi ed approvati dal Parlamento.

Data inoltre la autoproclamata competenza, conosceranno per esempio la Sentenza n. 74 del 13.4.2018 della Corte Costituzionale (Presidente Lattanzi).

Nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 140, della legge 11 dicembre 2016, n. 232 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2017 e bilancio pluriennale per il triennio 2017-2019), promosso dalla Regione Veneto, infatti, la Corte ha ritenuto fondata la questione, dichiarando l’illegittimità  della suddetta norma “nella parte in cui non prevede un’intesa con gli enti territoriali in relazione ai decreti del Presidente del Consiglio dei ministri riguardanti settori di spesa rientranti nelle materie di competenza regionale“.

Tradotto, il Governo del 2016 ha proposto una Legge di Bilancio viziata costituzionalmente (per violazione degli artt. 117, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost.) e non rispettosa del principio di leale collaborazione; tali vizi hanno impedito l’utilizzo di 80 miliardi del Fondo Nazionale Investimenti a favore delle Regioni: quante cose si sarebbero potute fare con quei soldini!

Eppure, quelli erano COMPETENTI e questi ora sono diventati sensibili alla Costituzione.

A chi sta al Governo ora invece occorrerà “mettere insieme i cocci”, ottemperando al dettato costituzionale, che impone l’intesa con gli enti territoriali nelle materie di legislazione concorrente, anche in attuazione del principio di leale collaborazione (ed infatti l’accordo di cui sopra prevede l’impegno a raggiungere quell’intesa entro il 31.1.2019).

Ma sicuramente non c’è la faranno: questi che stanno ora al Governo sono incompetenti; non si è mai visto che un incompetente possa rimediare ai guai procurati dal “competente”.

P.S.

“Errare humanum est, perseverare autem diabolicum“.

Il competente è talmente competente che gli stessi vizi rilevati dalla Corte Costituzionale con la Sentenza n. 74/2018 (per violazione degli artt. 117, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost. nonché del principio di leale collaborazione) erano già stati sanzionati dalla Sentenza n. 251/2016, che dichiarò l’illegittimità costituzionale di 47 disposizioni della L. n. 124/2015 (c.d. riforma Madia).


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