Oligarchia

Non si deve definire la democrazia come il predominio dei più numerosi, né l’oligarchia come il regime in cui pochi sono i padroni dello Stato …. Si dà democrazia quando i liberi poveri, essendo più numerosi, sono padroni della magistratura, mentre si dà oligarchia quando comandano i ricchi e i nobili, i quali in genere costituiscono la minoranza” ARISTOTELE, Politica, IV, 3, pag. 57, 1993.

All’epoca di Aristotele (384 a.c./322 a.c.) dunque la democrazia significava il dominio dei più poveri – che incidentalmente erano i più numerosi – mentre l’oligarchia era il dominio della élite dei più ricchi – che in quanto tali erano pochi.

Il Referendum

Dopo la disamina dell’articolo della Legge di Revisione costituzionale relativo alla Iniziativa popolare (art.71), è bene studiare ora le modifiche riguardanti l’istituto del Referendum.

Non tanto perché in questi giorni di post-Brexit si è scritto per lo più a sproposito del referendum, sull’informazione mainstream. Ho ascoltato professori che blateravano di “eccesso di democrazia”; ho sentito riecheggiare le parole di vilipendio di Keynes (riportate all’esordio di questo blog Perchè questo blog) circa l’analfabetismo “della vasta massa di elettori”. Brutta gente; tutta gente che disprezza la sovranità popolare, che, se potesse, abolirebbe il suffragio universale. Il loro nome è “elitisti” (da èlite Elites; non etilisti, che fanno meno danni); la loro forma di governo è l’oligarchia Oligarchia. Questi sono giorni importanti, perché questi signori sono costretti dalla dura realtà delle cose a gettare la maschera dietro la quale di solito si celano.

Non tanto per ciò, quindi, ma perché invece vi è un nesso stretto tra  Referendum ed Iniziativa popolare; il regime di democrazia instaurato dalla Costituzione appartiene ad un tipo misto, che ammette accanto agli “istituti rappresentativi”, altri istituti chiamati di “democrazia diretta”: il Referendum, insieme alla Iniziativa popolare delle leggi, appunto (ed alla Petizione), è uno di questi.

E’  bene precisare che attraverso questi istituti di democrazia diretta il cittadino esplica il suo diritto di far valere la sua volontà in ordine alla gestione della civitas esprimendo la sua opinione sul modo come soddisfare determinati interessi pubblici ponendosi in una posizione di distacco o addirittura di contrapposizione rispetto alla volontà fatta valere dallo stato (cfr. Mortati, “Istituzioni di Diritto Pubblico”, 1976, pag. 836).

L’articolo della Costituzione interessato è l’articolo 75; siamo sempre nella Parte Seconda, Titolo Primo, Sezione Seconda della Costituzione, con oggetto “La formazione delle leggi”.

L’Assemblea Costituente approvò questo articolo nella seduta del 16 ottobre 1947, con ampia discussione; intanto, sul tipo dell’istituto, previsto nel progetto originario oltre che abrogativo anche sospensivo (prevalendo in fine l’esclusività del primo); poi sul IV comma, riguardante il quorum, previsto nel progetto in 2/5 degli aventi diritto, ma poi elevato alla maggioranza degli aventi diritto.

Anche qui occorre rilevare che la precedente Legge di Revisione, pubblicata nella G.U. n. 269 del 18.11.2005, e sottoposta al secondo referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006, non aveva messo mano alla materia.

L’articolo 15 della Legge di Revisione (in calce) non apporta modifiche all’articolo 75 della Costituzione, ma lo sostituisce integralmente.

Quel che più interessa qui è la modifica relativa al quorum.

Anzi, ai quorum; poiché l’articolo 15 crea un doppio binario. Alla previsione del testo vigente (richiesta di referendum da parte di 500.000 elettori/quorum maggioranza aventi diritto), se ne aggiunge un’altra: se la richiesta di referendum è proposta da 800.000 elettori il quorum si abbassa alla “maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera”

A mio avviso, quest’ultima revisione del quorum ha un solo pregio; quello di depotenziare l’astensionismo indotto, quando le forze che avversano il successo della consultazione sollecitano gli elettori…. ad andare al mare; mentre non vi è nessuna evidenza che possa collegare, proprio per quanto testé rilevato, la riduzione del quorum ad un automatico successo dei proponenti.

Però, quando parliamo di Referendum è bene tener presente che siamo dinanzi ad un istituto di democrazia diretta, che, secondo la nitida definizione offerta dal Professor Costantino Mortati (nonché Onorevole della Assemblea Costituente), deve consentire al popolo l’esercizio della sovranità, ché SOLO ad esso appartiene (nel rispetto dell’articolo 1 e con buona pace degli elitisti).

Quindi la lente attraverso cui osservare la revisione in oggetto, dalla parte del popolo, sarà questa: l’esercizio della sovranità popolare è accresciuto oppure è svilito.

A me pare che sia svilito. Nonostante ed in contraddizione con la petizione di principio enunciata nell’ultimo comma revisionato dell’art. 71 della Costituzione e menzionata nel precedente articolo (“al fine di favorire la partecipazione dei cittadini”, che tenta peraltro di far passare come gentile concessione quello che è, come visto, un diritto costituzionale).

Si sarebbe potuta accrescere se, senza por mano, da una parte, al numero di elettori necessari per l’iniziativa popolare delle leggi (50.000), dall’altra, a quello utile per la richiesta di referendum (500.000 firme), si fosse ridotto il quorum alla “maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera”.

Viceversa, si è deciso di triplicare (150.000) il numero necessario degli elettori per l’esercizio di democrazia diretta della Iniziativa popolare, nonché di aumentare del 60% (800.000) il numero di elettori necessari per l’esercizio di democrazia diretta del Referendum, affinché si possa godere di un quorum ridotto.

I professori e Keynes saranno d’accordo!

Art. 15. 
   
            (Modifica dell'articolo 75 della Costituzione) 
  
   1. L'articolo 75 della Costituzione e' sostituito dal seguente: 
   «  Art.  75.  -  E'  indetto  referendum  popolare  per  deliberare
 l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di  un  atto  avente
 forza di legge,  quando  lo  richiedono  cinquecentomila  elettori  o
 cinque Consigli regionali. 
   Non e' ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio,
 di amnistia e di indulto, di  autorizzazione  a  ratificare  trattati
 internazionali. 
   Hanno diritto di partecipare al referendum tutti gli elettori. 
   La proposta soggetta a referendum e' approvata  se  ha  partecipato
 alla votazione la maggioranza degli aventi diritto o, se avanzata  da
 ottocentomila  elettori,  la  maggioranza  dei  votanti  alle  ultime
 elezioni della Camera dei deputati, e se e'  raggiuntala  maggioranza
 dei voti validamente espressi. 
   La legge determina le modalita' di attuazione del referendum ».

 

L’iniziativa popolare

Inizio con questo intervento la disamina degli articoli della Legge di Revisione costituzionale, partendo dalle leggi di iniziativa popolare: l’articolo della Costituzione interessato è l’articolo 71; siamo nella Parte Seconda, Titolo Primo, Sezione Seconda della Costituzione, avente ad oggetto “La formazione delle leggi”.

L’articolo 11 della Legge di Revisione  apporta delle modifiche all’articolo 71 della Costituzione.

Diciamo subito che la precedente Legge di Revisione, pubblicata nella G.U. n. 269 del 18.11.2005, e sottoposta al secondo referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006, non aveva toccato la materia, ad eccezione (art.15) della sostituzione del I comma dell’articolo 71, che non riguarda il tema di questo scrutinio.

Per ciò che concerne l’articolo 71, l’articolo 11 (in calce) inserisce due nuovi commi integralmente ed apporta delle modifiche al preesistente II comma.

Quel che più interessa qui è proprio quest’ultima modifica.

L’iniziativa popolare, per la formazione delle leggi, si eserciterebbe – secondo la Legge di revisione – mediante la proposta di almeno 150.000 elettori; il testo originale e vigente prevede invece 50.000 elettori; viene quindi triplicato il numero necessario degli elettori per esercitare questo importante diritto costituzionale.

L’Assemblea Costituente approvò questo articolo nella seduta del 14 ottobre 1947, senza grande discussione; circa il II comma, riguardante appunto l’iniziativa popolare, intervenne l’On. Mortati, che si dichiarò favorevole all’istituto, poiché esso “ha lo scopo di frenare e limitare l’arbitrio della maggioranza, perché non è detto che la maggioranza sia espressione sempre della volontà popolare; è quindi opportuno concedere al popolo un mezzo concreto per esprimere efficacemente il proprio orientamento, anche in difformità con l’orientamento governativo” concludendo così “giova rilevare al riguardo che le elezioni si svolgono ogni 5 anni e si presume che lo schieramento che ne risulta rifletta durante questo periodo la volontà espressa nel primo momento; tuttavia non si tratta di una presunzione juris et de iure che non possa essere assoggettata a riprova ed è utile e democratico consentire questa possibilità di controllare il grado di rispondenza tra la politica del Governo e gli orientamenti popolari” (cfr. “La Costituzione della Repubblica Italiana”, a cura di V.Falzone, F.Palermo, F.Cosentino, 1979, Mondadori, pagg. 208 e 209).

Non credo ci siano commenti da fare; come detto al principio di questo blog Perchè questo blog, lo scopo è quello di acquisire maggiori elementi di conoscenza, per decidere.

“Presumendo lettori che vogliano anche pensare da sé”, perché se solo ci penso, voto No.

 

Art. 11.

(Iniziativa legislativa)

1. All’articolo 71 della Costituzione sono apportate le seguenti
modificazioni:
a) dopo il primo comma e’ inserito il seguente:
« Il Senato della Repubblica puo’, con deliberazione adottata a
maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiedere alla Camera dei
deputati di procedere all’esame di un disegno di legge. In tal caso,
la Camera dei deputati procede all’esame e si pronuncia entro il
termine di sei mesi dalla data della deliberazione del Senato della
Repubblica »;
b) al secondo comma, la parola: « cinquantamila » e’ sostituita
dalla seguente: « centocinquantamila » ed e’ aggiunto, in fine, il
seguente periodo: « La discussione e la deliberazione conclusiva
sulle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nei
tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti
parlamentari »;
c) e’ aggiunto, in fine, il seguente comma:
« Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla
determinazione delle politiche pubbliche, la legge costituzionale
stabilisce condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e
d’indirizzo, nonche’ di altre forme di consultazione, anche delle
formazioni sociali. Con legge approvata da entrambe le Camere sono
disposte le modalita’ di attuazione ».

P.S.

Dimenticavo, questi legislatori non hanno la statura giuridica dell’Onorevole e Professore Mortati, ma in compenso sono provvisti di una sottile verve ironica; non sarà sfuggito infatti l’esordio del comma successivo [l’ultimo, comma c)]: “Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche …”, questa tecnica, oltre a tradire una certa incultura normativa, denota un sicuro disprezzo delle nostra capacità cognitive, secondo me.

 

Brexit: i rischi del referendum

Tra la celebrazione del Referendum sull’Acqua Bene Comune del 2011 ed il Referendum odierno in Gran Bretagna, alcune riflessioni per ribadire alcuni concetti e cogliere delle similitudini; dopo di che, col prossimo articolo, inizierà l’analisi delle singole disposizioni della Legge di Revisione costituzionale, partendo, naturalmente, da quelle relative … al referendum!

“Il sonnambulo inglese che cammina verso Brexit” è il titolo di un  articolo apparso sul “Sole24ORE” lo scorso 8 giugno; segnalo i passaggi più interessanti.

L’incipit: “Lo spettro sui cieli di Londra ha la forma di un populismo senza bandiere, prodotto meticcio di una destra di stampo ultra-conservatore e di una sinistra tanto scomposta quanto estrema”.

Il focus: “Sull’umore popolare grava, in realtà, una voglia anti-sistema che va molto oltre i temi-chiave del dibattito, siano essi le conseguenze sull’economia o le politiche sull’immigrazione. Sta emergendo una volontà di frattura che sfugge alla solidità dei numeri, alla linearità logica del contraddittorio, all’essenza stessa del voto”.

La chiusura: “I rischi di un referendum, si dirà. Certo, i rischi di un referendum che, proprio per questo, non si doveva fare”.

E’divertente, davvero, ed istruttivo!

Perché si scorge palesemente come ormai venga dipinto per “populista” (con colori brutti: meticcio, scomposto) qualsiasi soggetto politico ostile, a chi?: è populista tutto ciò che non piace alla narrazione dominante, al “Sistema”.

E questo, tradendosi un po’, lo confessa lo stesso giornalista: attenzione, ci dice, quelli che ho definito in principio spregiativamente populisti, in realtà sono a metà articolo diventati “anti-sistema”.

Quindi, riassumendo; tutto ciò che si oppone al “Sistema” è “populista”, e con ciò negativo: “meticcio” e “scomposto”.

Ma qual’è “il Sistema”, ed esiste solo un sistema, un altro sistema non è possibile?

No, per la narrazione dominante esiste solo “il Sistema”, ovvio; quale?

Ma è facile, signori: l’oligarchia Oligarchia, leggete la chiusura dell’articolo di chiaro stampo elitista Elites.

Ancora con il referendum, adesso facciamo decidere tutto al Popolo, che non capisce nulla, ma che siamo in democrazia?

 

 

Prima di chiudere, una annotazione:

Sapete chi ha indetto il referendum di oggi in Gran Bretagna? Nel 2013 David Cameron, il premier, che ora si batte per il Remain. Come tutti gli apprendisti stregoni, ha perso il controllo della macchina che aveva messo in moto (e ora “se la rischia”), la macchina del plebiscito, per verificare, in presa diretta, la propria supremazia politica: ma i plebisciti non li chiedono i populisti?

 

 

A perfect day

“Clamoroso al Cibali”, anzi a Torino: Chiara Appendino ribalta ogni pronostico, stravince e diventa Sindaco. Ottimo!
A Napoli, Gigino De Magistris si conferma Sindaco. Molto Bene!
E qui a Roma salutiamo il doppiaggio di Virginia Raggi con Gioia!
(come pure il successo in questo Municipio VI di Roberto Romanella).
Un motivo delle vittorie di Torino e Napoli è questo.
5 mesi dopo il referendum sull’Acqua Bene Comune, a Torino Fassino avvia la privatizzazione dei servizi pubblici locali; a Napoli De Magistris riqualifica il servizio idrico come servizio pubblico essenziale.
Il primo non rispetta la pronuncia referendaria; il secondo sì.
Il primo si disinteressa della volontà legittimamente espressa dal popolo, cui appartiene la sovranità (Art. 1 Costituzione).
Dopo 5 anni il popolo, di Torino, se ne è ricordato e si è riappropriato della sua sovranità.
Chiusa la partita delle amministrative, esauriti i festeggiamenti, inizia ora la madre di tutte le battaglie!
Al referendum costituzionale voteremo NO alla legge di REVISIONE costituzionale.
Ma in questi mesi dobbiamo continuare a riappropriarci della Nostra sovranità, studiando, organizzandoci e soprattutto facendo sentire la Nostra voce ed il Nostro sentimento.
Non aspettiamoci che qualcuno lo faccia per Noi.
Avremo tutti i c.d. poteri forti (a partire dalla Confindustria), tutti i media (tranne qualche eccezione) contro.
Ma a Torino, Napoli e Roma la situazione non era molto diversa, in partenza, a ben pensarci ……

TODO CAMBIA

 

 

 

Dimenticavo ….

I fautori  della “riforma costituzionale” diventerebbero per la proprietà transitiva riformisti, soggetti illuminati che hanno a cuore il cambiamento, graduale ma progressivo, della società, in meglio per le classi meno agiate.

E gli oppositori alla “riforma” sarebbero allora nella migliore delle ipotesi “conservatori”, retrogradi.

C’è però una contraddizione fatale, i fatti hanno la testa dura.

I fautori della “riforma costituzionale”, quindi riformisti, a Roma vincono unicamente nei Municipi I e II (Centro Storico e Parioli); negli altri dodici Municipi perdono talvolta in maniera schiacciante.

Il Centro Storico di Roma ed i Parioli sono tra le zone più agiate di Roma; ad occhio, credo che quei cittadini tendano legittimamente a mantenere i loro privilegi, diciamo però che sono un pochino conservatori.

Elettori conservatori per partiti riformisti, che fanno la “riforma costituzionale”, qualcosa non torna; o sbagliano i fatti o il lessico è manipolato!

Avvertenza: solo qui avete trovato in questo blog la locuzione “riforma costituzionale”.

Diamo i numeri

In questa domenica elettorale in cui siamo in attesa di conoscere i numeri dei ballottaggi, diamo un po’ di numeri sulla legge di revisione costituzionale.

Perché i numeri, come le parole (ed i fatti) hanno le testa dura, un loro significato ben preciso.

Non permettiamo mai a nessuno di manipolare numeri, parole o fatti.

Sulle parole, tutto questo blog sarà orientato a demistificarne la loro manipolazione.

In questo articolo invece circoscriviamo l’attenzione sui numeri, ed alcuni fatti.

Il lettore saprà trarre da sé le sue conclusioni.

I numeri, intanto.

La legge di revisione costituzionale pubblicata in G.U. il 15 aprile scorso consta di 41 articoli, che modificano la Parte II della Costituzione “Ordinamento della Repubblica”.

  • 20 articoli (1/20), riguardano le modifiche della parte della Costituzione relativa al Parlamento (Titolo I) ed alla Corte Costituzionale (Titolo VI) [l’art. 13 revisiona 2 articoli];
  • 4 articoli (21/24), riguardano le modifiche della parte della Costituzione relativa al Presidente della Repubblica (Titolo II);
  • 4 articoli (25/28), riguardano le modifiche della parte della Costituzione relativa al Governo (Titolo III);
  • 8 articoli (29/36), riguardano le modifiche della parte della Costituzione relativa alle Regioni (Titolo V);
  • 1 articolo (37), riguarda le modifiche della parte della Costituzione relativa alla Corte Costituzionale (Titolo VI);
  • 1 articolo (38), riguarda le disposizioni consequenziali e di coordinamento, che modifica 8 articoli della Costituzione, ne abroga 1 e ne modifica 3 che aveva precedentemente revisionato [si tratta degli artt. 73, 120 e 122: sintomo di scarsa chiarezza, fretta e compressione della discussione];
  • lo stesso articolo modifica poi 3 leggi costituzionali;
  • 3 articoli (39/41), riguardano le disposizioni transitorie, finali e l’entrata in vigore.

Questi 41 articoli vorrebbero modificare (o abrogare):

  • 1 articolo della Costituzione relativo ai Rapporti Politici;
  • 24 articoli della Costituzione relativa al Parlamento;
  • 5 articoli  della Costituzione relativa al Presidente;
  • 4 articoli della Costituzione relativa al Governo;
  • 11 articoli della Costituzione relativa alle Regioni;
  • 2 articoli della Costituzione relativi alla Corte Costituzionale;
  • 3 leggi costituzionali (del 1953, 1967 e 1989).

I fatti, poi.

Complessivamente a questa legge di revisione piacerebbe modificare (o abrogare) 47 articoli della Costituzione, che attualmente consta di 134 articoli, di cui 133 revisionabili: cioè, il 34,5%.

Quindi nel 2016, i Signori eletti nel 2013 sulla base di una legge elettorale dichiarata costituzionalmente illegittima nel 2014 intendono bruciare 1/3 della Carta Costituzionale, in vigore dal 1948.

Ed elaborata da una Assemblea Costituente regolarmente eletta col referendum del 2 giugno 1946 (vedi articolo Costituzione, come nacque).

E questo è un fatto.

Un altro fatto è ancora che, per la cronaca, il precedente tentativo (abortito) di revisione costituzionale con la legge pubblicata in G.U. del 18.11.2005 consisteva in 57 articoli che ambivano a cambiare 48 articoli della Carta.

Stiamo lì, 48 a 47; ma almeno quelli erano stati eletti con legge costituzionalmente legittima.

Un ultimo fatto è questo.

Dal 1 gennaio 1948 ad oggi, sono state promulgate (se abbiamo contato bene) 17 leggi di revisione costituzionale, che hanno modificato 34 articoli della Carta e 2 disposizioni transitorie e finali.

Attenzione. 17 leggi di revisione per 34 articoli della Costituzione; 2 articoli per legge (in media). Fedeli al principio costituzionalista che “le revisioni della Costituzione devono essere necessariamente puntuali e circoscritte, con una specifica legge costituzionale per ogni singolo emendamento“.

Dunque, in un sol colpo ai Signori di cui sopra piacerebbe cambiare di molto più articoli (47) di quelli (34+2) modificati in 68 anni [e ci vengono pure a dire che se non si cambiano tutti questi articoli non si governa più, ci sarà il diluvio: ancora continuano a pensare che siamo stupidi].

Una postilla.

Quasi la metà di quei 34 +2 articoli modificati in 68 anni, sono stati anch’essi modificati in una sola botta, da una sola legge di revisione costituzionale, la n. 3 del 2001; questa legge “sola” infatti modificò 9 articoli ed, addirittura, ne abrogò altri 5.

Quella legge recava nella sua rubrica: “Modifiche al Titolo V della Costituzione”, anche all’epoca ci dissero che se non si faceva quella legge non si sarebbe più governata l’Italia, era l’epoca del federalismo; quella legge è anche l’unica delle 17 di revisione –  e tale dovrà restare – che venne promulgata solo a seguito di consultazione referendaria, perché non venne votata dai 2/3 dei componenti della Camere, ma imposta dalla sola maggioranza, a colpi di fiducia.

Bel risultato, grande lungimiranza; quella legge, ora, dopo soli 15 anni, viene quasi interamente smantellata da questa nuova legge di revisione, imposta dalla sola maggioranza, a colpi di fiducia, che modificherebbe ben 11 articoli del Titolo V.

Era proprio una legge “sola”, quella!

 

 

 

 

Referendum Acqua Bene Comune

Oggi, 13 giugno siamo a cinque anni dalla vittoria referendaria del 12/13 giugno 2011, dove circa 27.000.000 di italiani si espressero a favore della Acqua come bene comune, ma anche contro le ipotesi neo-liberiste di privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali.

Ancor prima, la sentenza della Corte Costituzionale n. 24/2011, accolse la proposta relativa al quesito referendario n. 1  (riguardante la disciplina generale delle modalità di affidamento della gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, tra i quali rientra il servizio idrico integrato) precisando come fosse “espressamente escluso che l’art. 23-bis costituisca applicazione necessitata del diritto dell’Unione europea …. esso integra solo una delle diverse discipline possibili della materia che il legislatore avrebbe potuto legittimamente adottare senza violare il primo comma dell’art. 117 Cost.” (cfr. punto 4.2.1 sentenza)

Il 12 e 13 giugno 2011 insomma il popolo italiano si riappropriò della sua sovranità dicendo chiaramente che non ci stava a farsi saccheggiare sotto il naso i beni comuni (in primis l’acqua) per renderli profittevoli al privato di turno.

Tuttavia, 5 anni dopo quella netta volontà espressa dal Popolo italiano, sono pochi i Sindaci dei grandi comuni che hanno ottemperato a quella pronuncia referendaria.

Qualche giorno dopo il referendum, a Napoli, il Sindaco avviò la procedura per la trasformazione dell’ARIN S.p.A. in soggetto giuridico di diritto pubblico, qualificando il servizio idrico integrato come servizio pubblico essenziale di interesse generale; pochi mesi dopo nacque l’azienda speciale Acqua Bene Comune Napoli: la delibera è del 23.9.2011.

A Torino, invece, solo due mesi dopo, con delibera del 23.11.2011, il Sindaco e la sua Giunta si sono ben guardati dal seguire il gesto di ottemperanza del collega partenopeo ed anzi hanno rilanciato avviando ulteriori privatizzazioni, come quelle di  AMIAT S.p.A., T.R.M. S.p.A. o G.T.T. S.p.A., con l’aiuto della banche e col pretesto del risanamento del debito comunale.

La maggior parte dei sindaci delle principali città italiane ha seguito la linea di Torino, piuttosto che quella di Napoli, in spregio della volontà popolare.

La maggior parte di questi sindaci sono espressione di quelle stesse forze politiche che, in Parlamento: in particolare, stanno stravolgendo, la legge di iniziativa popolare – che risale al 2007 e venne presentata dai movimenti per l’acqua pubblica  – per reintrodurre invece criteri di privatizzazione nella gestione dell’acqua, infischiandosene della volontà popolare del 2011; in generale, stanno proponendo di stravolgere l’art. 75 della Costituzione [vedi articolo Il Referendum] .

Se costoro non hanno tenuto minimamente in considerazione la volontà popolare espressa col referendum del 2011, sia a livello amministrativo che a livello legislativo, se hanno dimostrato di avere in sofferenza la volontà popolare (quando non è a loro favore), in che senso pensate che abbiano modificato l’istituto del referendum?

Ricordiamoci sempre De Andrè di Sogno Numero Due [vedi L’imbroglio]:”prima cambiarono il Giudice e subito dopo la Legge”.

 

Referendum,Plebiscito e Populismo

De Gaulle utilizzò diffusamente lo strumento del referendum costituzionale per verificare, in presa diretta, la propria supremazia politica.

“La supremazia della volontà del popolo e la relazione diretta tra popolo e leadership” sono quasi unanimemente considerati i principi fondamentali del Populismo (cfr. Dizionario di Politica; Bobbio, Matteucci, Pasquino; 2000, pagg. 832 e segg.).

L’articolo 138 ed il procedimento di revisione costituzionale ivi delineato costituiscono una forma di garanzia costituzionale, sempre ed in ogni caso; vieppiú ed in particolare laddove venga previsto l’utilizzo dell’istituto referendario, qualora la legge di revisione non sia stata approvata dai 2/3 dei componenti delle Camere.

Se 1/5 dei membri di una Camera o 500.000 elettori o 5 Consigli regionali lo richiedono, la legge di revisione viene sottoposta a referendum popolare; in difetto di tale richiesta la stessa legge, trascorsi 3 mesi dalla pubblicazione, viene promulgata.

Nulla vieta il contrario, ma è evidente che la richiesta di referendum è stata ideata e sarà proposta (ecco il plus di garanzia) da coloro che non sono d’accordo con la legge di revisione pubblicata.

Chi è contrario ha solo uno strumento: richiedere il referendum e, se vince il NO, otterrà qualcosa: la non promulgazione della legge, la non revisione della Costituzione.

Chi è a favore se chiede il referendum e se vince il SI, non otterrà alcunché in più di ciò che già aveva, poiché la revisione sarebbe passata comunque senza referendum, dopo 3 mesi.

Il propugnatore della legge di revisione non ha necessità evidente dello strumento referendario, non gli è utile per la promulgazione.

La richiesta di referendum ad opera dei fautori della legge di revisione (oltre a far spendere dei soldi in più alla popolazione) ha pertanto altri fini.

Verosimilmente, quelli di piegare e derubricare le garanzie costituzionali approntate dal referendum popolare (ex art. 138) alla stregua di un plebiscito.

Dove, sull’esempio gollista [vedi articolo Gollismo], si possa verificare la supremazia politica del richiedente.

Come? Attraverso il trasferimento diretto della supremazia della volontà del popolo al suo leader, senza mediazioni.

Ma, non erano queste le caratteristiche del Populismo?

 

Gollismo

DEFINIZIONE

Ciò che si definisce Gollismo è insieme una dottrina politico-costituzionale, un movimento politico ed un regime, che deriva la sua denominazione dal generale francese Charles De Gaulle.

Si può caratterizzare il Gollismo come un nazionalismo di tipo moderno personificato nella figura del salvatore nazionale.

Costui, riproponendo l’ideologia e gli strumenti della tradizione democratico plebiscitaria, impone una ristrutturazione dall’alto di istituzioni e forze politiche che vanno perdendo legittimità di fronte ad una violenta crisi nazionale.

LE RADICI DEL GOLLISMO

Il Generale, desiderando assumere il ruolo di rappresentante dell’unità nazionale, riservò sempre le sue parole più dure per quelle forze ed istituzioni dello Stato e della società che reclamavano un ruolo di intermediazione tra la popolazione e la sua persona.

Costoro  furono pertanto descritte, nel linguaggio gollista, come elementi centrifughi e disgregatori, determinati ad assicurare il loro esclusivo interesse su quello della Francia e del suo rappresentante.

D’altro canto, l’idea di De Gaulle sul proprio movimento politico non era tanto quella di un partito, quanto piuttosto quella di un Rassemblement che, dovendo (testuale) “estendersi fino ad abbracciare l’intera nazione”, presentava chiari elementi totalitari.

IL GOLLISMO AL POTERE

Tornato al governo, il Generale impose una nuova costituzione che, approvata con referendum popolare nel 1958, delineò i tratti istituzionale del nuovo regime (V Repubblica).

Tra il 1958 ed il 1962 si susseguirono ben 4 referendum di iniziativa presidenziale, il più significativo dei quali fu quello che introduceva l’elezione diretta del presidente.

In tale occasione, tutti i partiti, tranne quello gollista, si schierarono contro la modifica e la campagna referendaria assunse così il significato di uno scontro tra la legittimità del Generale e quella dell’Assemblea.

La vittoria del Generale segnò la fine definitiva delle aspirazioni di ritorno alla pratica parlamentare classica.

Questo referendum è esemplare per delineare lo stile di leadership di De Gaulle e la natura del rapporto da lui instaurato con il popolo.

I suoi appelli radiotelevisivi, strumento di cui disponeva spregiudicatamente, oscillavano tra i toni paternalistici, il richiamo alle memorie collettive e le minacce di ritirarsi in caso di sconfitta.

La capacità di stabilire una sorta di identificazione di sé stesso con la Francia (e di sé stesso e la Francia con altissime cause) gli permetteva di trasformare le questioni specifiche in una scelta tra la sua persona ed il caos.

 

(Tratto da “Dizionario di Politica”, Bobbio, Matteucci, Pasquino, 2000, pagg. 450 e segg., 939)

Revisione, non riforma

 

 

Probabilmente per deformazione professionale sono abituato a dare un senso preciso alle parole adoperate, soprattutto in ambito legislativo.

In presenza di “dolo”, se un operatore del diritto parla di “colpa”, o è ignorante, oppure è in mala fede.

La legge che sarà sottoposta al referendum ad ottobre (sicuri che si vota ad ottobre, perché non il 25 settembre?) è una legge di revisione costituzionale, ai sensi dell’art. 138 della Costituzione. Punto.

Perché allora chi la propone parla invece di riforma costituzionale.

Chiaro; perché il termine riforma allude ad un miglioramento, ad una trasformazione in melius, a un progresso.

I riformisti, nel lessico condiviso della sinistra, sono sempre stati considerati coloro che voglion migliorare le sorti dei settori più deboli della società senza stravolgere l’ordine costituito.

E questo è evidentemente ben accetto dalla gran parte della popolazione, insieme alla gradualità che con la riforma sempre viaggia.

Ecco l’imbroglio semantico svelato.

Sostituire il termine revisione, corretto, con quello, ingannevole, di riforma.

Con ciò, peraltro, prendendo due piccioni con una fava.

Perché chi è antagonista al riformatore illuminato?

Il conservatore retrogrado.

Ed ecco servita così su un piatto d’argento, quasi automaticamente, la categoria con la quale saranno definiti gli eventuali oppositori.