Armi Spuntate

Due fatti interessanti si sono verificati in questi giorni.

 

Il primo è che nella giornata dell’altro ieri, 25 ottobre, la Camera dei Deputati ha discusso il disegno di legge che prevede il dimezzamento (credo) dello stipendio dei parlamentari, ma lo stesso disegno è stato prontamente portato in commissione parlamentare, ovvero su un (probabile) binario morto.

Senza entrare nel merito della questione dei c.d. “costi della politica” o, meglio, del contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni come recita la rubrica (l’intestazione) del Testo di legge costituzionale approvato in seconda votazione a maggioranza assoluta, ma inferiore ai due terzi dei membri di ciascuna Camera, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 15 aprile 2016 [cfr. Il testo della LEGGE di REVISIONE COSTITUZIONALE (Parlamento)] e pertanto sottoposto al referendum costituzionale, in quanto richiesto il 19 aprile 2016 da 1/5 dei Deputati (anzi, 166), ai sensi dell’art. 138 Cost.

Di questo, ed altro, ci occuperemo nel prossimo articolo che riguarderà il Senato della Repubblica (art. 57).

Poiché il suddetto disegno di legge non è stato dichiarato inammissibile, qui interessa rilevare:

A) come il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni non necessita chiaramente della REVISIONE della Carta Costituzionale, essendo la sua realizzazione possibile (volendo) con una mera legge ordinaria;

B) che la “velocità” di approvazione di una legge ordinaria dipende solo ed esclusivamente dalla volontà politica; l’Ufficio Studi del Senato ha calcolato, infatti, che il tempo medio di approvazione di una legge è pari a 53 giorni (anche se, volendo, ci sono svariati casi di leggi – anche più importanti – approvate in meno giorni, per esempio: la “Salva Italia” 2011 di Monti e Fornero, 16 giorni per “riformare” tra l’altro le pensioni; o, al contrario, la legge sulla corruzione del 2015, che ci ha messo 1000 volte di più, “varata” dal Parlamento dopo ben 1546 giorni) … le conclusioni traetele Voi!

 

Il secondo è una notizia apparsa ieri, 26 ottobre, sul Sole 24 Ore, pag. 14, dal titolo “Torna il rischio politico in Europa”.

Coface, colosso francese dell’assicurazione dei crediti delle imprese, ha provato a misurare l’evoluzione e l’impatto sulla crescita economica del “rischio politico” in una recente ricerca, nella quale ha creato un indice del rischio politico per i Paesi dell’Europa occidentale, misurato in una scala compresa tra zero e cento e costruito sulla base di otto variabili: crescita del Pil, distribuzione del reddito (coefficiente di Gini), tasso di disoccupazione, rapporto deficit-Pil, corruzione, euroscetticismo, ostilità contro l’immigrazione e frammentazione politica.

Cosa dice questa ricerca. “L’aumento dell’incertezza politica si ripercuote sull’economia attraverso diversi canali, individuati nel ritardo delle decisioni di investimento da parte delle imprese, nel calo della fiducia delle famiglie, nelle fluttuazioni sui titoli azionari e obbligazionari. Un nuovo shock politico interno, di entità paragonabile a quello generato nel Regno Unito dal referendum sulla Brexit – sostiene la ricerca – avrebbe quindi un impatto molto significativo in Spagna, che si troverebbe a lasciare sul terreno 1,2 punti di Pil nell’arco di un anno. Una crisi politica di pari entità in Francia, costerebbe all’economia nazionale lo 0,7%. Nel Regno Unito, una nuova Brexit costerebbe lo 0,5% in un anno. In Germania il dazio da pagare sarebbe compreso tra lo 0,4 e lo 0,5%. Il Paese che mostra maggior capacità di tenuta a una crisi politica è l’Italia, che lascerebbe sul terreno solo lo 0,2% di crescita, se, per esempio, il referendum del 4 dicembre dovesse innescare una forte incertezza“.

Tre Miti, non c’è che dire, spazzati via in sole 24 ore.

  • lo slogan populista [cfr. Brexit: i rischi del referendum e Referendum,Plebiscito e Populismo]  del contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni  così come iscritto nella rubrica (intestazione) della legge di revisione  e che troveremo in caratteri cubitali scritto anche sulla scheda elettorale del referendum costituzionale- smascherato dal fatto che quell’obiettivo sarebbe realizzabile (volendo) con una mera legge ordinaria;
  • lo slogan della “velocità” di approvazione di una legge ordinaria, che non necessita di revisionare l’art. 70, se è vero che per tagliare le pensioni sono stati sufficienti 16 giorni mentre per tagliare lo stipendio dei parlamentari il tempo è sine die, ovvero a “data da destinarsi”, certifica che il problema è chi sta nelle istituzioni, piuttosto che la modifica di esse;
  • lo slogan populista che se non passa questa REVISIONE andiamo in recessione o torniamo indietro di 30 anni, è candidamente smentito dall’articolo summenzionato: si “lascerebbe sul terreno solo lo 0,2% di crescita, se, per esempio, il referendum del 4 dicembre dovesse innescare una forte incertezza”; non buono, certo, ma niente a che vedere con gli scenari catastrofistici di un terremoto, una tremenda inondazione e l’invasione delle cavallette [cfr. La Funzione Legislativa (1)], nell’ordine dei Blues Brothers.

CONCLUSIONE

Con la richiesta del referendum di revisione costituzionale, l’intervento popolare assume valore di elemento formativo per la perfezione della legge costituzionale (non già di mera condizione di efficacia), in quanto comporta l’aggiunta del consenso di un terzo organo prestato a quello delle camere [cfr. Perchè questo blog].
Questo principio giuridico occorrerà tenerlo sempre ben presente, in questi mesi; tradotto, significa infatti che Noi tutti cittadini – cui appartiene la Sovranità Popolare – abbiamo la rara occasione di concorrere e decidere direttamente per la produzione di una legge, costituzionale.
Occasione rara, poiché, normalmente, è il Parlamento l’organo istituzionale deputato alla formazione della legge, ordinaria; e il Parlamento è composto dai Nostri rappresentanti, quindi, normalmente, la Nostra partecipazione é mediata.
Se ci soffermiamo a pensare allora al fatto che l’intervento popolare concorra alla formazione della legge, riusciamo a comprendere la straordinarietà dell’evento e la sua importanza.

L’assunzione del principio summenzionato esige allora politicamente che il corpo elettorale – cui compete la decisione ultima – sia messo nelle massime condizioni di conoscenza: maggiori elementi di conoscenza possiedo, migliori possibilità di decidere ho. Si ripropone così un vecchio problema: conoscere per decidere.

Il fatto allora che ci si voglia manipolare con slogan piuttosto che informare, a differenza di quanto fecero i Costituenti che crearono una vera e propria campagna di ALFABETIZZAZIONE COSTITUZIONALE  non solo con radio e giornali [cfr.La Funzione Legislativa (3)], già depone in sé e per sé in senso negativo, malcelando l’impressione di uno scarso rispetto del Cittadino.

E questo è un fatto, che basterebbe e avanza; se non mi rispetti, perché devo votare la Tua REVISIONE?

Ma se mi stai manipolando, significa che c’è qualcosa dietro? Quali sono le reali finalità di questa REVISIONE?

E’quello che stiamo faticosamente cercando di capire con questo blog, ma arrivati a metà del viaggio dopo aver analizzato il Bicameralismo “paritario” [cfr. Il Bicameralismo (3)] un’idea ce la siamo fatta: rendere più forte il Governo e depotenziare gli altri livelli di governo, in primis le Regioni, per adeguarsi all’austerità imposta dall’Unione Europea ed alle regole di mercato dell’economia globale.

Questi scopi sono in effetti indicati nella Relazione che accompagna il disegno della legge di Revisione, comunicato nel 2014 al Senato, servirà però concludere il percorso avviato a maggio per capire di più e giungere a delle conclusioni rigorose e definitive, potremmo anche esserci sbagliati.

Nel frattempo, più ci penso e più VOTO NO.

 

 

Il Bicameralismo (3)

dario-fo

Concludiamo con questo terzo articolo la disamina degli articoli 55 e 94 che la Legge di REVISIONE Costituzionale, sottoposta al referendum costituzionale ai sensi dell’art. 138 della Costituzione il 4 dicembre prossimo, intende revisionare con gli articoli 1 e 25.

Riassunto delle puntate precedenti:

  • il Bicameralismo in relazione alla formazione delle leggi continuerebbe ad esistere, poiché continuerebbero ad esserci due Camere, cui competerebbero paritariamente, Signori, stando al peraltro illeggibile art. 70 “revisionato”, per esempio le leggi di revisione costituzionale e le altre leggi costituzionali: primo livello della gerarchia delle fonti normative [vedi La Funzione Legislativa (3)];
  • il Bicameralismo in relazione al rapporto di fiducia col Governo sarebbe invece morto, diventerebbe monocameralismo, stando all’art. 55 “revisionato”, ma anche all’art. 94, che attribuirebbero alla sola Camera dei Deputati la titolarità del rapporto di fiducia col Governo;
  • [parentesi] la circostanza che il Governo debba avere la fiducia della Camera dei Deputati e basta, come recita l’art. 94 “revisionato”, certifica che questa REVISIONE della Costituzione, si occupa, eccome, anche delle “capacità” del Governo, in barba ad una delle frottole principali che vengono propalate: (cfr. SOLE 24 ORE, 9.10.2016, di S.Fabbrini, pag. 18: l’autore prima dice che la “riforma è piuttosto minimalista – mortacci! – incidendo solo su alcuni aspetti del sistema parlamentare” ma poi si contraddice indicandoci la virtù della “riforma”: “il Governo ha più possibilità di poter far il proprio lavoro“);
  • quanto sopra si evince, sia formalmente, l’art. 94 sta nel Titolo III – Il Governo; sia sostanzialmente [tolta parentesi], poiché col sistema monocamerale si privilegia una maggiore stabilità e rafforzamento del Governo – come insegna l’articolo citato del SOLE – a scapito di un controllo più attento e puntuale dell’esecutivo da parte del Parlamento, ovvero, in forma mediata, del Popolo [vedi Il Bicameralismo (2)];
  • non dimenticare mai ciò che dice il primo punto [diceva una vecchia canzone “di lotta” degli anni ’70]; ricordando quindi sempre per benino che la Sovranità appartiene al Popolo (art. 1 Costituzione Nostra, Signori), ne deriva che al Popolo, sia pur in forma mediata, vengono sottratte delle prerogative;
  • balle? illazioni? può darsi, se non ché questa linea poco democratica sembra essere validata dal fatto che la sottrazione delle prerogative alla Sovranità del Popolo sarebbe ulteriormente ridotta con gli articoli 71 e 75 “revisionati”, che riguardano, appunto, l’Iniziativa Popolare (71) ed il Referendum (75): triplicato il numero necessario degli elettori (da 50.000 a 150.000) per proporre una legge [vedi L’iniziativa popolare]; aumentato del 60% (800.000) il numero di elettori necessari per l’esercizio di democrazia diretta del Referendum, affinchè si possa godere di un quorum ridotto [vedi Il Referendum].

Fine per ora del riassunto. Tema: il piano inclinato di questa la Legge di REVISIONE Costituzionale ci conduce verso un plus di democrazia o, per caso, un plus di oligarchia [vedi Oligarchia]?

Tre indizi (articoli 55/94, 71 e 75 Costituzione revisionata) potrebbero essere già sufficienti per fare una prova; ma qui bisogna essere più realisti del Re e soprattutto tenere presente il tema in esame: il Bicameralismo; prima di concludere e senza dare risposte affrettate – anche se una idea ce la siam fatta – dobbiamo allora capire perché si vorrebbe privilegiare il rafforzamento del Governo a scapito del controllo dell’esecutivo da parte del Parlamento, affinché “il Governo abbia più possibilità di poter far il proprio lavoro“.

Ci soccorre, in tal senso, la Relazione che accompagna il disegno della legge di REVISIONE costituzionale in parola, comunicato alla Presidenza del Senato in data 8 aprile 2014 (n.1429), che da un lato delinea queste linee d’intervento finalistiche: 1) “l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea ed alle relative stringenti regole di bilancio“; 2) “le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale“;  dall’altro così individua le patologie che affliggono il sistema istituzionale da troppi anni e per la cui rimozione sono necessari profondi interventi di riforma 3) “la cronica debolezza degli esecutivi nell’attuazione del programma del governo, la lentezza e la farraginosità dei procedimenti legislativi, l’alterazione della gerarchia delle fonti del diritto, le difficoltà di attuazione di una legislazione alluvionale e troppo spesso instabile e confusa, l’elevata conflittualità tra i diversi livelli di governo“.

Tradotto: per adeguarsi all’austerità imposta dall’Unione Europea ed alle regole di mercato dell’economia globale, occorre rendere più forte il Governo e depotenziare gli altri livelli di governo, in primis le Regioni.

Ora leggiamo questa analisi, che parte dallo studio della crisi del debito o, meglio, del Capitale Finanziario; “Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea (…. ) I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo (….) I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)…. Ma qualcosa sta cambiando: test essenziale sarà l’Italia, dove il nuovo governo può chiaramente impegnarsi in importanti riforme politiche“.

L’autrice è la banca d’affari statunitense JP Morgan, la data è del 28 maggio 2013; diciamo che ci sono alcune assonanze tra le finalità d’intervento e le “patologie” che ne impedirebbero la realizzazione tra cui spiccano ex multis, per esempio: “la cronica debolezza degli esecutivi nell’attuazione del programma del governo” con “esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti” ma anche “l’elevata conflittualità tra i diversi livelli di governo” con “governi centrali deboli nei confronti delle regioni“.

Mancano è vero nella legge di REVISIONE costituzionale la compressione sia delle “tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori” sia di quella indecenza – mia cara Contessa -costituita dal vezzo della “licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo“, secondo il dettato della banca d’affari; diciamo che quest’ultima si è spinta un po’ più avanti; ma non dubitiamo, a questo punto, che la cura di queste ultime “patologie” socialiste, in quanto sintomo della stessa malattia per la cui rimozione è stata approntata la REVISIONE, saranno curate in modo analogo ed adeguato (o, in parte, già lo sono: Jobs Act).

Siamo alla fine del discorso e possiamo togliere la riserva poc’anzi avanzata.

Abbiamo appurato che:

  • il monocameralismo, di cui agli artt. 55 e 94 “revisionati”,  attribuirebbe alla sola Camera dei Deputati la titolarità del rapporto di fiducia col Governo;
  • l’effetto sarebbe il rafforzamento del Governo a scapito del controllo dell’esecutivo da parte del Parlamento, ovvero, in forma mediata, del Popolo, cui appartiene la Sovranità;
  • GOVERNO + forte; PARLAMENTO + debole = espropriazione della SOVRANITA’ POPOLARE;
  • la finalità è che “il Governo abbia più possibilità di poter far il proprio lavoro“;
  • il lavoro del Governo sarebbe quello di rimuovere “la cronica debolezza degli esecutivi nell’attuazione del programma del governo” (leggi anche “esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti” nonchè “l’elevata conflittualità tra i diversi livelli di governo” (leggi anche “governi centrali deboli nei confronti delle regioni“);
  • per adeguarsi all’austerità imposta dall’Unione Europea ed ai dogmi delle regole di mercato dell’economia globale, di matrice neoliberista (spacciate per “leggi di natura”);
  • in attesa che si completi l’opera di rimozione selvaggia delle “tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori” nonché della “licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo“;
  • infatti, “la radicalizzazione neoliberale comporta un modo di governare per mezzo della crisi, anzi anche a favore della crisi, poiché la crisi è il solo orizzonte delle oligarchie dominanti” (C.Laval, La nuova ragione del mondo DeriveApprodi).

 

Sì! Il piano inclinato di questa la Legge di REVISIONE Costituzionale ci condurrebbe verso una riduzione degli spazi di democrazia ed un surplus di oligarchia.

 

 

 

P.S. Oggi è morto un Grande: Dario Fo; non mi unisco all’ipocrisia dilagante in queste ore di chi versa lacrime di coccodrillo, Ti dico solo GRAZIE per quello che ci hai insegnato civilmente in questi anni, purtroppo ci mancherai.

 

 

Il Bicameralismo (2)

Con questo articolo continuiamo la disamina dell’articolo 55 oggetto della Legge di REVISIONE Costituzionale, che sarà sottoposta al referendum costituzionale ai sensi dell’art. 138 della Costituzione, il 4 dicembre prossimo; dopo aver verificato che, sul versante della titolarità del rapporto di fiducia con il Governo, il “nuovo” art. 55 supererebbe il bicameralismo, poiché il Governo dovrebbe avere la fiducia solo della Camera dei Deputati e non più del Senato della Repubblica [vedi, anche per il nuovo testo,  Il Bicameralismo (1)], dobbiamo delineare i caratteri istitutivi del bicameralismo e del monocameralismo, non in astratto ma nella architettura organica della Costituzione … per una scelta consapevole e responsabile, come concludevamo nel precedente articolo.

Ricordiamo intanto che siamo sempre nel Titolo I “Il Parlamento”, Sezione I relativa a “Le Camere”, che inizia proprio con l’art. 55 in esame; e che, quando parliamo di bicameralismo del Parlamento, correttezza impone di chiarire se lo stiamo declinando sulla linea essenziale della formazione delle leggi [che troviamo nel suddetto Titolo I, ma nella Sezione II, il “famoso”art. 70] o sulla linea relazionale della fiducia al Governo [che difatti troviamo in altro Titolo, il III “Il Governo”, art. 94 vigente]; qui è quest’ultimo aspetto che interessa e, pertanto, l’analisi verrà allargata anche al predetto art. 94, modificato dall’art. 25 della Legge di REVISIONE Costituzionale, in calce.

I caratteri principali dell’istituto del bicameralismo, con i suoi effetti, vengono così indicati dalla dottrina. A) Il miglioramento tecnico della legislazione; il duplice esame permette infatti di attuare una prova di resistenza nel tempo ed un controllo di merito, e ciò vale sia per il bicameralismo integrale, che in forma attenuata; addirittura quest’ultimo, il bicameralismo imperfetto, si lascerebbe preferire, purché la camera fornita di minori poteri legislativi sia composta di membri qualificati sotto il profilo tecnico e meno vincolati ad interessi politici [argomento ben noto ai Costituenti, anche se “i tentativi fatti allo scopo di predeterminare categorie speciali di eleggibili non ottennero successo“, come chi c’era ricorda (cfr. C.Mortati, Istituzioni di Diritto Pubblico, I, pag. 474, 1975) oltre ad informarci pure che “il problema relativo al modo di comporre la seconda camera è stato quello che ha più a lungo occupato l’Assemblea Costituente, insieme a quello dell’ordinamento regionale” (ibidem)]. B) La garanzia per la solidità dell’ordinamento e per la stabilità dell’indirizzo politico generale; due camere, specialmente se elette con criteri ed in momenti differenti, rappresentano in modo più completo che non una sola assemblea, le forze politiche del paese, mentre il concorso delle due volontà permette di meglio adeguare le norme alle esigenze di evoluzione dell’ordinamento e di attuare funzioni di reciproco impulso e controllo [non a caso i Costituenti avevano voluto differenziare le due assemblee fissando una diversa durata di 5 anni per la Camera e di 6 per il Senato, senonché la L.Cost. n. 2/1963 pareggiò la durata in 5 anni, con ciò codificando una prassi che si era instaurata e che faceva accompagnare allo scioglimento anticipato della Camera quello del Senato – come i meno giovani tra Voi sicuramente ricordano – ma sacrificando, al contempo, il criterio della differenziazione temporale sull’altare, già allora, della stabilità del Governo]. C) Il controllo più attento e puntuale dell’esecutivo; il controllo è infatti massimo quando il bicameralismo è integrale ed il Governo deve godere della fiducia di entrambe le Camere.

A) riguarda il bicameralismo circa la formazione delle leggi e, pertanto, in questa sede lo tralasciamo, poiché stiamo esaminando il bicameralismo sull’altro versante del rapporto fiduciario Parlamento/Governo; B) attiene ad entrambi; ma, soprattutto, C) interessa di più qui, perché riguarda esclusivamente il bicameralismo in ragione del tema della fiducia.

Gli elementi di critica al bicameralismo, ed a favore dell’unicameralismo, sono così indicati in dottrina. D) in generale, il perpetuarsi di parlamenti bicamerali composti da una camera elettiva e da una non elettiva non trova giustificazioni solide negli ordinamenti democratici; poiché, o la volontà della camera non elettiva è conforme a quella della camera elettiva, e allora la camera non elettiva è inutile; o ne dissente, ed allora è nociva, se il sistema rappresentativo si basa sulla volontà popolare. E) in particolare, per ciò che attiene al rapporto di fiducia Parlamento/Governo, al fine della stabilità del governo la soluzione bicamerale è da respingere, in quanto l’esistenza di due centri di controllo aumenta le occasioni di crisi; se poi nelle due camere vi fossero maggioranze opposte, l’attività del governo può diventare impossibile.

D) non ci interessa qui, ma tornerà utile più avanti, quando si parlerà della composizione del Senato della Repubblica; con E) siamo nel cuore della questione che ci interessa ora.

Ai quattro lettori che seguono, non sarà sfuggito che ciò che contraddistingue C) il controllo più attento e puntale dell’esecutivo  è esattamente speculare a quanto assicurato da E) “ la stabilità del Governo “, stando alla dottrina.

In termini tecnico-giuridici la questione è pertanto semplice e si può riassumere così: sul versante della titolarità del rapporto di fiducia col Governo (art. 94), il bicameralismo assicura il controllo più attento e puntale dell’esecutivo da parte del Parlamento, ovvero, in forma mediata, del Popolo, cui appartiene la sovranità (art. 1, signori), laddove, il monocameralismo garantisce una maggiore stabilità del Governo, diminuendo il controllo del Parlamento.

Due Camere, più forza al controllo del Parlamento; una Camera, più forza alla stabilità del Governo. Come detto, non esiste quindi una formula magica che permetta di dire giuridicamente è meglio uno o l’altro, in sé e per sé ed in assoluto [chi la mette così è intellettualmente disonesto]; il diritto ci dice semplicemente ma concretamente: se c’è A, allora ci sarà B; se S, allora ci sarà T. Poi, tocca a Noi decidere se A (BICAMERALISMO) o S (MONOCAMERALISMO), consapevoli che all’uno discende doverosamente B (controllo), all’altro T (stabilità).

A quel punto la scelta sarà solo politica, tenendo presente però che stiamo comparando istituti non omogenei tra loro: il controllo riguarda il Parlamento, la stabilità il Governo [anche per ciò è impossibile logicamente dire è meglio A o S].

Storicamente, la Sinistra ha avuto sempre più a cuore il controllo del Parlamento sul Governo, per uno sviluppo democratico, in quanto il Parlamento è (o dovrebbe essere) espressione della Sovranità Popolare; la Destra è sempre stata più incline a favorire il Governo sul Parlamento, sottraendo prerogative a questo e dando più forza a quello, su di un piano inclinato che vede al capolinea la dittatura (perché con un uomo solo al comando, signori, è indubbio che risolveremmo tutti i problemi di stabilità, forza ed autorità dell’esecutivo).

Coloro che si dichiarano di sinistra e che magari hanno dietro le spalle, mentre leggono questo articolo, ancora la foto del “Che” – di cui oggi ricordiamo purtroppo l’assassinio –  è bene, credo, che riflettano su questa elementare questione.

Ma al di là delle categorie politiche sinistra/destra (che molti ritengono superate) ed accertato che la legge di revisione sottoposta a referendum costituzionale rafforza il Governo ed indebolisce il Parlamento, l’analisi non potrà considerarsi esaurita  e non potremo avere un giudizio chiaro, finché non cercheremo di capire a cosa mira il rafforzamento del Governo, quali siano i suoi scopi …..

Art. 25.
(Fiducia al Governo)

1. All’articolo 94 della Costituzione sono apportate le seguenti
modificazioni:
a) al primo comma, le parole: « delle due Camere » sono sostituite
dalle seguenti: « della Camera dei deputati »;
b) al secondo comma, le parole: « Ciascuna Camera accorda o revoca
la fiducia » sono sostituite dalle seguenti: « La fiducia e’
accordata o revocata »;
c) al terzo comma, le parole: « alle Camere » sono sostituite dalle
seguenti: « innanzi alla Camera dei deputati »;
d) al quarto comma, le parole: « di una o d’entrambe le Camere »
sono sostituite dalle seguenti: « della Camera dei deputati »;
e) al quinto comma, dopo la parola: « Camera » sono inserite le
seguenti: « dei deputati ».

Il Bicameralismo (1)

Dal 2016 al 1309

Quarto appuntamento con la disamina degli articoli della Legge di REVISIONE Costituzionale, che sarà sottoposta al referendum costituzionale ai sensi dell’art. 138 della Costituzione – finalmente lo sappiamo deo gratias – il 4 dicembre prossimo; dopo aver analizzato gli articoli inerenti gli istituti di democrazia diretta [vedi L’iniziativa popolare e Il Referendum] e della Funzione legislativa [vedi La Funzione Legislativa (1)La Funzione Legislativa (2) e La Funzione Legislativa (3) ] restiamo nel Titolo I “Il Parlamento”, passando però alla sezione (I) relativa a “Le Camere”, che inizia con l’articolo 55.

L’Assemblea Costituente approvò quest’articolo nelle sedute del 23 settembre, 18 e 24 ottobre 1947; la discussione sull’art. 55 determinò infatti contrasti intanto fra i sostenitori della scelta per la repubblica parlamentare e coloro che preferivano la repubblica presidenziale. La scelta cadde sul sistema di repubblica parlamentare, con alcuni temperamenti; “il tentativo di inserire un elemento del regime presidenziale, con la garanzia di una certa stabilità di vita dell’esecutivo, nel congegno proprio del regime parlamentare (caratterizzato dall’esclusiva derivazione del Governo dal Parlamento) avrebbe potuto far sperare di dar vita ad una stabilità più sostanziale di quella che non si sarebbe avuta col regime presidenziale” (dall’intervento del relatore On. Mortati). Il congegno (temperamento) fu introdotto con la previsione, per il voto di fiducia (art. 94 Costituzione), che il Governo non ha l’obbligo delle dimissioni di fronte ad un voto contrario di una o entrambe le Camere, dipendendo invece dal voto nominale su una mozione motivata di s/fiducia. [Dunque: la questione della stabilità dell’esecutivo è un problema coevo alla Costituzione, i Costituenti lo avevano a cuore, e proposero un “congegno” vigente ancora adesso, ed anche nella futuribile revisione, se è vero che il “congegno” dell’art. 94 revisionante è rimasto inalterato].

La scelta del regime parlamentare impose subito dopo un’altra questione: quella fra il sistema bicamerale e unicamerale; il dibattito, qui, fu ancora più lungo e più vivo il contrasto di opinioni. L’argomento dirimente e fondamentale fu quello esposto dall’ On. Tosatto: “la seconda Camera si costituisce per attuare il principio, ormai generale in tutti i moderni ordinamenti costituzionali, di equilibrio nella organizzazione dello Stato” (cfr., anche per Mortati cit., La Costituzione della Repubblica italiana di Falzone, Palermo, Cosentino, pagg. 175 e 176, 1976) e, pertanto, il criterio della parità fra le due Camere fu dibattuto, accolto e poi condiviso all’unanimità … con buona pace di chi sostiene – oggi, con cattiva propaganda menzognera – che i Costituenti introdussero il bicameralismo senza tanta convinzione, quasi non sapessero quello che stavano facendo e col retro-pensiero che il monocameralismo fosse più bello (mancando, quanto meno, di rispetto nei confronti di coloro che la componevano: le migliori menti politiche e giuridiche del tempo [vedi Costituzione, come nacque ).

Come per gli articoli già esaminati, occorre rilevare come la precedente Legge di Revisione, pubblicata nella G.U. n. 269 del 18.11.2005, e sottoposta al secondo referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006, si occupò, pesantemente, anche di questo aspetto … ci torneremo, come per l’art. 7o [vedi L’articolo 70 dell’altro referendum].

L’articolo 1 della Legge di Revisione (in calce) sostituisce quasi integralmente l’articolo 55 della Costituzione. Come?

Intanto, sotto l’aspetto sovrastrutturale del linguaggio e sotto l’aspetto strutturale del diritto, possono valere le stesse osservazioni già proposte con la disamina dell’articolo 70 revisionante, e ad esse pertanto rimandiamo [vedi La Funzione Legislativa (1) e La Funzione Legislativa (2) ]; anche qui l’originario I°comma di 13 parole viene integrato di 5 ulteriori commi ed infatti – in particolare, nel 5° e 6° comma, riguardanti, non a caso, il punto dolens del Senato – sono palesi: A) la farraginosità, l’oscurità e la bruttezza stilistica delle norme,in evidente contrasto con la limpidezza e l’essenzialità della norma originaria; come pure B) la carenza dei caratteri essenziali della norma stessa, generalità ed astrattezza.

Fino al 1309 il Comune di Siena aveva sempre prodotto norme scritte in latino; ma, in quell’anno, si prese una decisione straordinaria per l’Europa medievale “fare scrivere, a le spese del Comune di Siena, uno Statuto del Comune, di nuovo in volgare di buona lettera grossa, bene legibile et bene formata, acciocchè le povere persone et l’altre persone che non sanno grammatica, et li altri che vorranno, possano vedere e copia trarre“(cfr. S.Settis “Costituzione!”, pag. 19, 2016).

Nella disamina dell’articolo 70 revisionante, si era inoltre rilevato un altro aspetto critico, quello meta-strutturale della propaganda, che qui, invece, non sussiste.

Se lì, infatti, si criticava opportunamente la vulgata main stream che tende ad accreditare la tesi del superamento del bicameralismo (circa l’esercizio della funzione legislativa), qui, invece, bisogna dire che la vulgata funziona, perché il bicameralismo cesserebbe effettivamente di esistere (sull’altro versante, della titolarità del rapporto di fiducia con il Governo): da questa angolazione è vero dunque che il “nuovo” art. 55 supererebbe il bicameralismo, poiché il Governo dovrebbe avere la fiducia solo della Camera dei Deputati, e non più del Senato della Repubblica (cfr. art. 94, 1°comma).

Per uscire tuttavia dalle secche della vuota propaganda sul punto e capire su cosa si va a votare, bisogna, credo, superare la dicotomia bicameralismo/monocameralismo, perché non esiste che uno è “buono” e l’altro è “cattivo”, in astratto o in sé e per sé; piuttosto, occorre sforzarsi di comprendere cosa sono  il bicameralismo ed il monocameralismo (sul versante della titolarità del rapporto di fiducia con il Governo) e, soprattutto, cosa essi significano e possano determinare una volta inseriti nell’insieme della architettura costituzionale.

Solo allora, ciascuno di Noi, popolo sovrano, potrà dire: preferisco quello o questo, consapevole che la scelta di uno o l’altro dei due “istituti” non è neutra, ma implica istituzionalmente, e quindi necessariamente, un rapporto diverso tra gli “organi” statali (Governo/Parlamento); giunti a quel punto la scelta della strada da percorrere sarà squisitamente politica.

Da Bologna, se vado verso Modena, sto utilizzando la A1 che necessariamente mi condurrà a Milano; se vado verso Rimini, sto utilizzando la A14 che necessariamente mi condurrà a Taranto.

Il prossimo articolo delineerà pertanto i caratteri istitutivi del bicameralismo e del monocameralismo, non in astratto ma nella architettura organica della Costituzione … per una scelta consapevole e responsabile (nel senso che poi ciascuno se ne deve assumere le responsabilità)!

A1 o A14?

Art. 1. 

                          (Funzioni delle Camere) 
  
   1. L'articolo 55 della Costituzione e' sostituito dal seguente: 
   « Art. 55. - Il Parlamento si compone della Camera dei  deputati  e
 del Senato della Repubblica. 
   Le leggi che stabiliscono le modalita'  di  elezione  delle  Camere
 promuovono l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza. 
   Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione. 
   La Camera dei deputati e' titolare del rapporto di fiducia  con  il
 Governo ed esercita la funzione di indirizzo  politico,  la  funzione
 legislativa e quella di controllo dell'operato del Governo. 
   Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni  territoriali
 ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti 
   costitutivi della Repubblica. Concorre all'esercizio della funzione
 legislativa  nei  casi  e  secondo  le  modalita'   stabiliti   dalla
 Costituzione, nonche' all'esercizio delle funzioni di raccordo tra lo
 Stato,  gli  altri  enti  costitutivi  della  Repubblica  e  l'Unione
 europea.  Partecipa  alle  decisioni  dirette   alla   formazione   e
 all'attuazione degli atti normativi  e  delle  politiche  dell'Unione
 europea. Valuta le politiche pubbliche e l'attivita' delle  pubbliche
 amministrazioni e  verifica  l'impatto  delle  politiche  dell'Unione
 europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle  nomine  di
 competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e  a  verificare
 l'attuazione delle leggi dello Stato. 
   Il Parlamento si riunisce in seduta comune  dei  membri  delle  due
 Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione ».