Referendum consultivo ATAC; Privatizzazioni versus Costituzione (ancora).

Domenica 11 novembre a Roma si terrà un referendum consultivo sul trasporto pubblico locale, gestito da ATAC.

ATAC S.p.A. opera con capitale di proprietà comunale, come organismo “in house” del socio unico Roma Capitale: è pertanto una società a partecipazione pubblica.

I quesiti referendari sono due e chiedono al cittadino romano di esprimersi favorevolmente o no sulla liberalizzazione e privatizzazione “dei servizi relativi al trasporto pubblico locale” soprattutto con l’affidamento mediante gare pubbliche ad una pluralità di gestori (ma anche con la promozione dell’esercizio di trasporti collettivi non di linea): in entrambi i casi nel rispetto supremo della concorrenza.

Ci interessa più il primo, per il principio del “trasporto di linea” e perché riguarda la disciplina delle modalità di affidamento della gestione dei servizi pubblici locali.

STORIA 1

Le municipalizzazioni dell’acqua, dell’elettricità, del gas avvengono in un’epoca in cui si votava per censo – votava il 10% della popolazione che pagava la income tax – la borghesia britannica voleva disfarsi delle concessioni date ai monopolisti privati che erano inefficienti e facevano costare i servizi pubblici molto più del necessario di cui il sistema  industriale avesse bisogno” [cfr. M.Florio, Economia e politica dello Stato senza proprietà, in Quale Stato, Quaderni, 15, 2008, pag.44]. Siamo all’inizio del secolo scorso; del resto, risale al 1909 a Roma la municipalizzazione del settore dei servizi tranviario e dell’energia elettrica, da cui nacquero l’Azienda Autonoma Tranvie Municipali e l’Azienda Elettrica Municipale, progenitori delle odierne ATAC ed ACEA. Anche qui l’obiettivo era quello “di abbassare i costi per i singoli e per la collettività“[cfr. V.Vidotto, Roma Contemporanea, Laterza, 2006, pag.125]; anche qui, il merito fu della borghesia illuminata, il Sindaco Ernesto Nathan [1] era un radical-popolare e l’alleanza [2] di cui era a capo si chiamava Blocco Popolare (Unione Liberale Popolare) [cfr. V.Vidotto, Roma Contemporanea, Laterza, 2006, pagg.119-122].

Storicamente, pertanto, i quesiti referendari del 2018 si propongono di riportare indietro le lancette della Storia di un secolo, spacciando, come moderni, principi liberali antichi, ritenuti superati dagli stessi liberali dell’epoca.

STORIA 2

Questi vecchi principi liberali già sono stati respinti dalla maggioranza dei cittadini italiani.

Il primo quesito referendario infatti ripropone parte dei contenuti dell’art. 23 bis del D.L. n. 112/2008, convertito in L. n. 133/2008 (la cosiddetta Riforma Ronchi), interamente abrogato, a seguito del referendum popolare del 2011, con il DPR n. 113/2011: in quella occasione i cittadini italiani votando SI al quesito n. 1 si dichiararono contrari a stabilire come modalità ordinaria di gestione dei servizi pubblici locali l’affidamento a soggetti privati attraverso gara.

Storicamente, pertanto, i quesiti referendari del 2018 si propongono di riportare indietro le lancette del Diritto, calpestando la netta pronuncia popolare di 27 milioni di persone del 12/13 giugno 2011; ponendosi così nel solco ed imitando, in piccolo, il tentativo purtroppo riuscito del Governo Berlusconi, che col D.L. n.138 del 13.8.2011 resuscitò gran parte delle stesse disposizioni legislative abrogate in via referendaria, col primo quesito, in aperta violazione del principio della sovranità popolare, sancito dall’art. 1 della Costituzione[3].

DIRITTO

ATAC eroga attualmente un servizio pubblico essenziale in regime di monopolio parziale; circa il 15% del trasporto pubblico di superficie a Roma, infatti, è gestito dalla società consortile privata TPL s.c.a r.l.

Come si configura giuridicamente questo servizio?

Bene Pubblico e Bene Comune.

Bene pubblico, perché per il diritto positivo “tutto ciò che serve alla comunità per garantire la sopravvivenza propria e dei singoli diventa cosa pubblica ed è sottratto all’arbitrarietà delle volontà individuali per garantirne l’accesso universale” [cfr. C.Iannello, Beni pubblici versus beni comuni, Forumcostituzionale.it, 2013, pagg. 8-9].

Ma anche, per la teoria dei beni comuni, Bene Comune o, meglio, Bene Sociale.

Secondo la Riforma dei beni pubblici della Commissione Rodotà del 2007, le reti locali di pubblico servizio sarebbero state inserite all’interno della categoria dei beni sociali “le cui utilità essenziali sono destinate a soddisfare bisogni corrispondenti ai diritti civili e sociali delle persone” (le altre due categorie erano quelle dei beni comuni, propriamente detti, e dei beni sovrani).

Bene pubblico, comune o sociale che sia – al di là delle distinzioni dottrinarie – qual’è oggettivamente la funzione della rete locale di pubblico servizio di Roma? e quali diritti protegge?

  • In quanto servizio pubblico essenziale, la funzione che svolge è di preminente interesse generale, non serve cioè l’Amministrazione Pubblica ma piuttosto la collettività, come insegnava 100 anni fa il Sindaco dell’Unione Liberale Popolare.
  • Ancor più importante, i diritti che tutela e soddisfa sono diritti fondamentali garantiti dalla Nostra Carta Costituzionale, come insegna la dottrina amministrativa più qualificata che da sempre ha concepito i trasporti pubblici di linea come prestazioni amministrative, volte a garantire diritti tutelati a livello costituzionale.

Da qui la riserva originaria o successiva, ai sensi dell’art. 43 della Costituzione, a favore della socializzazione dell’impresa che gestisce il servizio di trasporto pubblico di linea.

Pertanto, se la funzione della rete locale di pubblico servizio di Roma è di preminente interesse generale e se tutela diritti fondamentali garantiti dalla Nostra Carta Costituzionale, la gestione non può che competere alle istituzioni pubbliche, attraverso l’ATAC, siccome al 100% di Roma Capitale (e al limite non S.p.A.).

Orientarsi al mercato, con una gestione invece privatistica, volta quindi a generare profitto sarebbe  incompatibile con la funzione di preminente interesse generale della rete locale di pubblico servizio di Roma ed inoltre comprimerebbe la tutela dei diritti fondamentali ad essa riconducibile. La prova? Venite nelle periferie romane, ove non a caso opera il privato TPL, è chiedete alle donne ed agli uomini che prendono il bus se il servizio sia “più bello e più superbo che pria“, venite, venite ….. o, peggio, chiedete agli autisti di TPL, che più di una volta hanno dovuto scioperare per ottenere ciò che gli spetterebbe di diritto: lo stipendio.

Un’ultima annotazione.

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 24/2011, chiamata a rispondere sulla ammissibilità del quesito referendario n.1, rilevò l’insussistenza di impedimenti di natura comunitaria “sia perché il quesito non ha ad oggetto una legge a contenuto comunitariamente vincolato (e, quindi, costituzionalmente vincolato, in applicazione degli artt. 11 e 117, 1°co., Cost.); sia perché l’eventuale abrogazione referendaria non comporterebbe alcun inadempimento degli obblighi comunitari“.

Come rilevato dal Prof. Alberto Lucarelli “si smentiva che il diritto europeo imponesse agli Stati membri di privatizzare tout court i servizi pubblici locali” (cfr. Beni Comuni, Dissensi, 2011, pag. 77).

Insomma, come il 12 e 13 giugno 2011,

ci penso e VOTO NO!

[1] Nel discorso di insediamento il Sindaco sostenne che “pur restando il pareggio di bilancio la legittima preoccupazione di ogni prudente amministratore, sino a quando vi sia un solo scolaro entro la nostra cerchia amministrativa, il quale non possa ricevere istruzione ed educazione civile, in ambiente sano ed adatto, le condizioni del bilancio finanziario devono cedere il passo alle imperative esigenze del bilancio morale e intellettuale” [cfr. V.Vidotto, Roma Contemporanea, Laterza, 2006, pag. 124].
[2] Nel Consiglio Comunale sedeva -piace ricordare- Meuccio Ruini, futuro Presidente della Commissione dei 75 in Assemblea Costituente.
[3] Ribadito dalla pronuncia della Corte Costituzionale, che con la sentenza n. 468/1990 ha precisato come “a differenza del legislatore che può’ correggere o addirittura disvolere quanto ha in precedenza statuito, il referendum manifesta infatti una volontà’ definitiva e irripetibile“, per cui il legislatore non può riprodurre una norma abrogata da un referendum popolare ex art. 75 Cost.

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