PANDEMIA CORONAVIRUS 2. TUTELA DELLA SALUTE siamo tutti nella stessa barca

Articolo 32 Cost.: TUTELA della SALUTE, come Bene Comune e Diritto Sociale.

La scarsità dei reparti di terapia intensiva è un riflesso della decennale politica di taglio della spesa sociale in materia sanitaria, in violazione dell’articolo 32 Costituzione?   

Nella precedente puntata si è seguito il processo ecologico che causa l’accrescimento dei microrganismi che fanno il salto (spillover) dall’animale all’uomo, diventando generatori (patogeni) di quelle malattie infettive chiamate, per l’appunto, ZOONOSI; verificandone la loro prevedibilità, ben descritta in film come “CONTAGION” e soprattutto libri come “SPILLOVER”.

Nel momento stesso che un virus, come il SARS-COV 2, genera una malattia, come il COVID 19, infettiva, crea un problema di SALUTE PUBBLICA.

Il Nostro Ordinamento ci fornisce uno strumento formidabile per la TUTELA della SALUTE PUBBLICA: l’articolo 32 della Costituzione.

Questo articolo è uno dei più importanti di tutta la Carta, poichè costituisce una saldatura tra i Diritti Fondamentali (unico articolo in cui sono espressamente citati) e l’Interesse della Collettività.

La Tutela della Salute, come diritto dell’individuo, è un diritto fondamentale, che richiama il principio personalista dei diritti inviolabili (art. 2); la Tutela della Salute, come interesse della collettività, è un Bene Comune.

E’appena il caso di ricordare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) intende la SALUTE come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non caratterizzato dalla sola assenza della malattia o dell’infermità”.

L’art. 32 è inserito nella Parte I della Carta (Diritti e Doveri dei cittadini), più nel dettaglio, all’interno del Titolo II, relativo ai Rapporti Etico-Sociali, dopo la Famiglia e prima della Scuola.

La collocazione nel Titolo II non è casuale; qui la Costituzione impone di non limitarsi a riconoscere la Tutela della Salute, come avviene per i Diritti Civili, iscritti nel Titolo I, ove è richiesto “solo” di assicurare a ciascuno di noi il principio di autodeterminazione dell’individuo.

Qui invece la Costituzione richiede un plus alla Repubblica: un’azione positiva per garantire concretamente la Tutela della Salute: al pari, per esempio, della istituzione della Scuola statale (art. 33).

Perchè la Costituzione impone questo plus, consistente in un fare?

Il principio di Eguaglianza è uno dei Principi Fondamentali del Nostro Ordinamento ed è stabilito, come noto, dall’art. 3 della Costituzione.

L’Eguaglianza è un po’ come una medaglia; la prima faccia è costituita dall’eguaglianza formale (comma 1), la seconda, dalla eguaglianza sostanziale (comma 2): ma la moneta è unica ed indissolubile.

Stabilito infatti il principio di eguaglianza formale, la Costituzione riconosce che quella eguaglianza (comma 1) è limitata da ostacoli di ordine economico e sociale, nella realtà concreta: poiché è alla persona concreta e non all’individuo astratto che guarda la Nostra Carta.

Pertanto, impone – questo è il passaggio importante, non scontato e rivoluzionario per le costituzioni dell’epoca – alla Repubblica di rimuoverli per realizzare il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese (comma 2), altrimenti impedito dal persistere di quegli ostacoli.

Hanno ingresso così nel Nostro ordinamento i Diritti Sociali, c.d. “a prestazione” da parte dello Stato, o, meglio, diritto ad ottenere prestazioni pubbliche erogate dallo Stato per soddisfare quelle esigenze di vita che diano concretezza alla riconosciuta preesistente dignità della persona (Art. 2).

Si tratta di una disposizione di programma e direttiva, volta ad orientare l’azione dei pubblici poteri in vista di una trasformazione materiale della realtà: con essa si guarda al futuro.

La Tutela della Salute, diretta esplicazione del principio di eguaglianza sostanziale, stabilito dall’art. 3, 2°co., Cost., diventa così un DIRITTO SOCIALE, introdotto (all’epoca) per la prima volta in un testo costituzionale.

Il nostro SCUDO per fronteggiare la ZOONOSI del COVID 19 esiste dal 1948 e consiste nella concreta attuazione dell’articolo 32 Costituzione.

E’ come la corazza che Clint Eastwood, nel film “Per un pugno di dollari“, in previsione del duello col cattivo Ramon, si autoproduce.

Non possiamo andare al duello col CORONAVIRUS a petto nudo (o senza mascherina per i lavoratori della sanità).

Però è quello che è accaduto, essendo evidente che l’Italia si è fatta trovare impreparata a fronteggiare questo evento prevedibile!

Perché si è disarmato l’unico SCUDO, la TUTELA della SALUTE, utile per fronteggiare le ZOONOSI?

Di fatto, questo disarmo letale è conseguenza anche e soprattutto delle due principali leggi di revisione costituzionale proposte in questo secolo:

  • la Legge costituzionale n. 3 del 18.10.2001, recante modifiche la Titolo V, Parte II Costituzione, laddove nell’art. 3, sostitutivo del “vecchio” art. 117, indica la tutela della salute tra le materie di legislazione concorrente Stato/Regioni, regredendo così il Diritto Fondamentale per eccellenza alla stregua, per dire, dell’ordinamento sportivo (art. 117,3°comma);
  • la Legge costituzionale n. 1 del 20.4.2012, di “Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale” (in rubrica), laddove con l’unico articolo, sostitutivo del “vecchio” art. 81, si impone allo Stato di assicurare l’equilibrio (in verità) tra le entrate e le spese del proprio bilancio (Art. 81).




STATO/REGIONI. Nella gestione di questa crisi epidemiologica, l’asincronia tra Stato e un po’ tutte le Regioni è un fatto evidente, che talvolta ha sfiorato anche il conflitto istituzionale: “troppi galli a cantare, non si fa mai giorno” dice il detto popolare da Roma in giù, traduzione volgare ed efficace in questa fattispecie del principio costituzionale della legislazione concorrente introdotto dal 2001.

A scanso di equivoci, non si fa il tifo per una istituzione piuttosto che un’altra, ma si vuole sottolineare un metodo che, soprattutto in una fattispecie critica come quella che stiamo vivendo, impone una linea rigorosamente unica; e la unitarietà di questa linea può essere offerta solo dallo Stato!

Altrimenti, nel merito, si creano diseguaglianze, come quelle verificatesi tra i cittadini della Lombardia e quelli del Veneto. Anche qui è evidente che quest’ultima regione sembra aver gestito meglio dell’altra la crisi epidemiologica, grazie verosimilmente ad un modello di contrasto basato sul mantenimento di poliambulatori territoriali e strutture di assistenza intermedie, che collocandosi tra l’assistenza sanitaria primaria e quella ospedaliera, hanno consentito di andare incontro al malato, anzichè aspettare che questi si riversasse in ospedale.

EQUILIBRIO DI BILANCIO. Non si è prestato ascolto alla Corte Costituzionale che con la Sentenza n. 275 del 16.12.2016 ha stabilito questo importante principio: “E’ la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”: si è preferito continuare lo smantellamento dello Stato Sociale, dei Diritti Sociali (Salute e Scuola, in primis: Ospedali e Scuole) a vantaggio del Profitto e del Privato.

Ma la Salute non può essere messa in vendita; solo chi è così poco lungimirante poteva pensare che il tempo della resa dei conti non sarebbe mai giunto.

Dove sono finiti i fedeli al principio di Von Hayek che “lo Stato è il problema, non la soluzione“: si facciano un giro nel lombardo-veneto.

Adesso tutti mettono in discussione la politica dei tagli della spesa sociale sanitaria, ma dove erano fino a qualche mese orsono?

Un punto deve essere chiaro ormai, in Italia siamo in questa situazione – ad oggi (26 aprile) sono cadute 26.644 persone concrete e non individui astratti – perchè non si è guardato al futuro, non si è stati lungimiranti, si è preferito NON ATTUARE le disposizioni programmatiche della Nostra Carta, volte ad orientare l’azione dei pubblici poteri in vista di una trasformazione materiale della realtà, che abbia come stella polare la riduzione delle diseguaglianze, a partire da quelle sociali ed economiche.

Anziché “rimuovere gli ostacoli di ordine economico sociale”, da cui discende direttamente la Tutela della Salute, si è innalzato invece ancora di più il muro della diseguaglianza, con il pretesto strumentale dell’equilibrio dei bilanci.

L’equilibrio di bilancio non è un fine, bensì uno strumento attraverso cui (volontariamente o meno) si accentuano le diseguaglianze sociali ed economiche.

Un po’ di dati.

Dal Documento State of Health in the EU -Italia – Profilo della Sanità 2019, frutto del lavoro congiunto dell’OCSE e dell’Osservatorio Europeo delle Politiche e dei Sistemi Sanitari, in collaborazione con la Commissione Europea, emerge, in base ai dati disponibili a luglio 2019, che:

Fattori demografici (pagg. 2 e 3).

In Italia, la popolazione oltre i 65 anni è pari al 22,3% ed è superiore alla media UE, ferma al 19,4%. Come in molti
altri Stati Membri, negli anni a venire l’invecchiamento della
popolazione eserciterà pressioni sui sistemi sanitari e di assistenza a lungo termine.

Dopo i tagli dovuti alla crisi economica del 2008, negli ultimi anni la spesa sanitaria è rimasta stabile [? ] (pag. 18)

Dopo la crisi economica del 2009 e la lenta crescita economica degli ultimi anni, la spesa sanitaria pubblica in Italia è cresciuta a un tasso molto modesto, in media di circa lo 0,2 % all’anno in termini reali tra il 2010 e il 2017. Poiché il PIL è cresciuto poco più rapidamente in quel periodo, la spesa sanitaria pubblica in percentuale del PIL ha registrato un lieve calo, passando dal 7,0 % nel 2010 al 6,5 % nel 2017.

La spesa sanitaria in Italia è inferiore alla media dell’UE (pagg. 3 e 9)

Nel 2017 la spesa sanitaria pro capite in Italia, pari a 2 483 EUR, era del 15 % inferiore rispetto alla media dell’UE, pari a 2 884 EUR. La spesa sanitaria ha ripreso a crescere negli ultimi anni, ma a un ritmo più lento rispetto a quello della maggior parte dei paesi dell’UE. Nel 2017 la spesa sanitaria era pari all’8,8 % del PIL, un punto percentuale in meno rispetto alla media dell’UE del 9,8 %. La spesa sanitaria è finanziata per circa 3/4 con fondi pubblici, una percentuale inferiore rispetto al 2010 (79 %) nonché alla media attuale dell’UE (84 %), mentre la parte restante è principalmente a carico dei pazienti.

Le spese out-of-pocket sono elevate, soprattutto per l’assistenza sanitaria ambulatoriale e i farmaci (pag. 16)

In seguito alla crisi economica, la quota dei pagamenti a carico dei pazienti nella spesa sanitaria è passata dal 21 % del 2009 al 23,5 % del 2017, a causa dei crescenti obblighi di compartecipazione alle spese per molti servizi sanitari e farmaci. La percentuale è nettamente superiore alla media dell’UE, pari al 16 %.

Il numero dei medici è superiore alla media dell’UE, mentre quello degli infermieri è inferiore (pag. 10)

Mentre il numero totale dei medici per abitante in Italia è superiore alla media dell’UE (4,0 rispetto al 3,6 per 1 000 abitanti nel 2017), il numero dei medici che esercitano negli ospedali pubblici e in qualità di medici di famiglia è in calo, e oltre la metà dei medici attivi ha un’età superiore ai 55 anni: tale situazione desta serie preoccupazioni riguardo alla futura carenza di personale. L’Italia impiega meno infermieri rispetto a quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale e il loro numero è notevolmente inferiore alla media dell’UE (5,8 infermieri per 1 000 abitanti contro gli 8,5 dell’UE).

La capacità ospedaliera è stata ridotta (pag. 18)

In linea con la tendenza osservata in quasi tutti i paesi dell’UE, tra il 2000 e il 2017 il numero di posti letto ospedalieri pro capite in Italia è diminuito di circa il 30%, arrivando a 3,2 posti letto per 1000 abitanti, cifra nettamente inferiore alla media dell’UE.

Le disuguaglianze nella speranza di vita (pag.4)

Tra il 2000 e il 2017, la speranza di vita degli italiani è aumentata di 3,2 anni, un incremento di poco inferiore rispetto all’aumento medio dell’UE nel suo complesso (3,6 anni). Le disuguaglianze nella speranza di vita connesse alla condizione socioeconomica restano notevoli. Gli uomini di 30 anni con livelli di istruzione inferiori vivono in media 4,5 anni in meno rispetto ai coetanei che possiedono livelli di istruzione più elevati.Esistono anche disparità regionali nella speranza di vita, tuttavia, esse sono meno marcate di quelle connesse al livello di istruzione. Nel 2017, la regione con la speranza di vita alla nascita più elevata era la regione settentrionale del Trentino-Alto Adige, i cui cittadini avevano una speranza di vita di tre anni superiore rispetto alla regione meridionale della Campania, la regione in cui la speranza di vita era la più breve.

Pur vantando una popolazione over 65 anni ben superiore alla media UE, dalla analisi di questi dati – di provenienza comunitaria – emerge come, da qualsiasi parametro si osservi il fenomeno, i dati dell’Italia sono sempre inferiori alla media UE (tranne per le spese out-of-pocket).

Questa è una contraddizione; presumendo che più ci si invecchia, più si ha bisogno di cure.

Ad un invecchiamento della popolazione più che proporzionale alla media UE, corrispondono una spesa sanitaria, un numero degli infermieri e dei posti letto ospedalieri, financo l’incremento della speranza di vita, meno che proporzionali alla media UE: non è naturale, non è umano, non è equo.

Ad un invecchiamento della popolazione più che proporzionale alla media UE, corrisponde un’analoga crescita più che proporzionale alla media UE delle spese out-of-pocket (ovvero: + si invecchia la popolazione; + aumentano le spese a carico dei pazienti): non è naturale, non è umano, non è equo.

E le Unità di Terapia Intensiva, che non servono solo durante le pandemie, saranno più o meno proporzionali alla media UE?

Le ICU – Intensive Care Unit – seguono chiaramente la stessa sorte della capacità ospedaliera sopra descritta, sebbene nel Documento comunitario non ne venga fatta specifica menzione; da qualsiasi strumento di informazione può tuttavia rilevarsi facilmente come, nel 2017, dunque nello stesso periodo temporale ivi analizzato, l’Italia vantava 2,6 posti letto ICU su 1.000 abitanti; la Gran Bretagna 2,2 su 1.000; la Spagna 2,4; la Francia 3,1; l’Austria 5,5; la Germania 6; situandosi al 19° posto su 23 paesi UE censiti, ma soprattutto, con una cifra ancora una volta inferiore alla media dell’UE [Fonte OCSE 2019].

Naturalmente, umanamente, per equità, ci si aspetterebbe un adeguato surplus di risorse, affinché il gap espresso da ciascuno di quei parametri (ivi comprese le ICU) venga colmato sino a renderlo più che proporzionale alla media UE.

Così non è.

Non è un caso poi che il risultato di questa politica decennale conduca alle registrate disuguaglianze nella speranza di vita, oppure a diseguaglianze più immediate come – solo per esempio -il fatto che nel 2016, 12 milioni di italiani hanno dovuto RINUNCIARE a prestazioni sanitarie (+ 1 milione sul 2015) [Fonte CENSIS 2018].

Oppure, nell’immediato, alla carenza di Unità di Terapia Intensiva, che oltre a contribuire non poco all’incremento più che proporzionale delle persone decedute [raffronta la percentuale posti letto ICU dei Paesi sopra citati con le persone ivi decedute], ha determinato, almeno nella fase più acuta della crisi, anche una ulteriore cosa non naturale, non umana: dover scegliere, vista l’elevata “domanda” rispetto all'”offerta”, chi curare tra il giovane ed il vecchio; che, a prescindere dalla scelta, costituisce una somma ingiustizia, l’espressione più alta della diseguaglianza!

Nessuno può sostenere che gli ostacoli di ordine economico e sociale siano stati rimossi, piuttosto che quegli ostacoli siano stati rialzati (si scivola sempre di più, anno dopo anno, dai 400 Hs ai 110 Hs) e la registrazione di questo dato è il segnale forse più evidente della mancata attuazione delle disposizioni programmatiche della Nostra Carta: la Tutela della Salute, come esplicazione del principio di eguaglianza sostanziale, stabilito dall’art. 3, 2°co., Costituzione.

Questo il quadro, per sommissimi capi, della condizione socio-sanitaria con cui ci siamo apprestati ad affrontare lo stato di emergenza conseguente al rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili, dichiarato con Delibera del Consiglio dei Ministri del 31.1.2020.

Con questo biglietto da visita, per contenere il dramma umanitario della perdita di tante persone concrete, ciascuna con la sua storia, la sua identità, il suo essere, la sua sensibilità, forse anche tanto sono riusciti a fare medici, infermieri, personale sanitario e non, militari, polizia e tutte quelle categorie professionali che sono state definite “eroi”.

Ma uno Stato, che necessita di campioni nazionali, di eccezioni per sopperire alle sue ordinarie deficienze di mezzi, di preparazione, di risorse, non sta ipso facto messo bene: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi“, scriveva nel secolo scorso Berthold Brecht in “Vita di Galileo”(Einaudi, 1963, pag.105).

(Avv. Stefano Stefàno)

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Questo articolo è anche un omaggio a Giulietto Chiesa, che oggi ci ha lasciato.




PANDEMIA CORONAVIRUS 1.AMBIENTE siamo tutti nella stessa barca

Il COVID 19 è Calamità Naturale, “Cigno Nero”, oppure evento prevedibile?

Oggi è l’EARTH DAY, la Giornata Mondiale della Terra.

Celebriamola cercando di capire quali possano essere le CAUSE dell’ultimo CORONAVIRUS, primo passo per affrontare seriamente questa crisi, consapevoli, con scienza e coscienza, che se non studi le origini di un fenomeno, difficilmente lo rimuovi.

Se partiamo da qui, se vogliamo scorgere le CAUSE scatenanti del COVID-19, dobbiamo parlare dell’AMBIENTE.

Dovremmo cercare di capire: se il CORONAVIRUS sia una CALAMITA’ NATURALE, un “CIGNO NERO” o, per caso, un’evento prevedibile? Perché queste epidemie accadano oggi con più frequenza rispetto al passato? Se l’azione della nostra specie sulla natura, incida o sia neutrale? Quale sia la connessione tra la frantumazione dell’ecosistema, l’alterazione delle biodiversità, e la “virosfera”: virus, batteri, funghi, e gli altri microrganismi ? Perché siano aumentati i microrganismi che fanno il salto dall’animale all’uomo diventando generatori (patogeni) di malattie infettive?

Per porsi queste domande, occorre sentire proprio il bellissimo principio di Alexander Von Humboldt, che due secoli fa ci ammoniva, ricordandoci come la Natura sia una rete in cui tutto è connesso; ma, poste correttamente queste domande, la soluzione del problema “scorgere le cause dell’ultimo CORONAVIRUS” non dovrebbe essere poi complicata.

Metterebbe tuttavia a dura prova di verifica la reale volontà di risolvere il problema conseguente e successivo, per il Bene dell’Umanità: “rimuovere le cause dell’ultimo CORONAVIRUS“; ma, questo, è un altro discorso …..

Le risposte, dunque; una prima idea potremmo farcela vedendo il bel film “CONTAGION” di Steven Soderbergh del 2011, per approfondire poi basterebbe leggere “SPILLOVER” di David Quammen, scritto dallo scrittore statunitense nel lontano 2012 ed oggi tornato d’attualità.

Innanzitutto, dice Quammen, occorre prendere dimestichezza con un termine vagamente tecnico, ZOONOSI: “Quando un patogeno fa il salto da un animale ad un essere umano e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, siamo in presenza di una zoonosi” (Cfr. David Quammen, “SPILLOVER“, D.Quammen, Adelphi Edizioni S.p.A., 2014, pag. 21).

Le ZOONOSI sono dunque una specie del genere malattie infettive (ad esempio, Ebola, la Peste Bubbonica, tutti i tipi di Influenza, la Rabbia, l’Antrace, ecc.); non tutte le malattie infettive dunque sono zoonotiche (tipo: vaiolo umano, poliomielite, morbillo, ecc.), quest’ultime non contemplano infatti il salto animale-uomo (spillover) e, per inciso, proprio tale caratteristica le rende più facilmente eradicabili.

Quasi tutte le ZOONOSI vengono trasmesse da sei tipi di microrganismi (virus, batteri, funghi, protisti, prioni, vermi); il loro insieme è definito VIROSFERA.

Questo termine, ZOONOSI, avverte tuttavia Quammen: “E’ una parola del futuro, destinata a diventare assai più comune nel corso di questo secolo ” (Cfr. ibidem ).

Perché?

Basta elencare le epidemie degli ultimi 50 anni! Machupo (1959); Marburg (1967); Lassa (1969); Ebola (1976); HIV-1 (1981); HIV-2 (1986); Sin Nombre (1993); Hendra (1994); Influenza Aviaria (1997); Nipah (1998); Febbre del Nilo (1999); SARS-COV (2003) e, da, ultimo il SARS-COV 2, che sta ora generando la malattia COVID 19.

Si potrebbe pensare che questa lista sia una sequenza di eventi tragici ma non correlati, una serie di sfortunate coincidenze che ci hanno colpito per motivi imperscrutabili. Messa così, Machupo, HIV e SARS-COV sono, in senso sia figurato che letterale, “calamità naturali“, dolorosi accidenti al pari di terremoti, eruzioni vulcaniche e meteoriti, di cui si possono forse minimizzare le conseguenze ma che rimangono inevitabili. E’una posizione passiva e quasi stoica, ed è sbagliata” (Cfr. ivi, pag. 42).

Che sia chiaro da subito – prosegue Quammen – c’è una correlazione tra queste malattie che saltano fuori una dopo l’altra e non si tratta di meri accidenti ma di conseguenze non volute di nostre azioni. Sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica ed una sanitaria” (Cfr. ivi, pag. 42).

Ma come fanno questi patogeni a compiere lo spillover (il salto animale-uomo) e perché ciò sta avvenendo ora con maggiore frequenza?

“Perché, da un lato, la devastazione ambientale causata dalla nostra specie sta creando nuove occasioni di contagio con i patogeni; dall’altro, la nostra tecnologia e i nostri modelli sociali contribuiscono a diffonderli in modo ancor più rapido e generalizzato”(Cfr. ivi, pag. 43).

David Quammen indicava già nel 2012 tre elementi da considerare.

  1. Lato specie umana. Le attività della nostra specie; causa della disintegrazione dei vari ecosistemi, attraverso, ad esempio, la deforestazione, la costruzione di strade ed infrastrutture, l’aumento degli insediamenti urbani e del consumo di suolo, l’inquinamento, il cambiamento climatico o, più ampiamente, “il commercio internazionale di beni la cui produzione comporta uno o più problemi sopradescritti e tutte le altre attività dell’uomo civilizzato che hanno conseguenze sul territorio” (Cfr. ivi, pag. 43); il fatto nuovo è che oggi siamo 7 miliardi e con nuovo tecnologie, sempre più raffinate.
  2. Lato microrganismi. La VIROSFERA è costituita da milioni di microrganismi, in gran parte sconosciuti, ed il loro habitat più diffuso è costituito dalle foreste tropicali, ove formano un perfetto ed equilibrato ecosistema all’interno delle cellule vive di qualche altro organismo (animale o pianta), creando quasi una relazione benevola di mutuo soccorso.
  3. Lato specie umana/microrganismi. Le attività della nostra specie (sub 1) quando impatta con gli habitat precipui dei microrganismi (sub 2) causa frequentemente la disintegrazione dell’ecosistema ove essi sono parte integrante. “Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie. Un parassita disturbato nella sua vita quotidiana e sfrattato dal suo ospite abituale ha due possibilità: trovare un “nuovo tipo di casa” o estinguersi. Dunque non c’è l’hanno con noi, siamo noi a essere diventati molesti, visibili ed assai abbondanti” (Cfr. ivi, pag. 44).
  4. 1+2+3. La sintesi, ovvero la conseguenza, è già ora la sempre più frequente comparsa di patogeni in ambiti più vasti di quelli originari e, magari, anche più affidabili (non fosse altro che per il numero) come la specie umana; in finale, infettare l’uomo anziché la renna artica, garantisce sicuramente maggiori possibilità di sopravvivenza e proliferazione!

Il libro “SPILLOVER” di David Quammen, del 2012, offre tantissimi ulteriori spunti di riflessione e di analisi ed, oltretutto, è scritto, malgrado l’argomento trattato (sicuramente non gradevole) in modo chiaro, semplice e godibile, per cui chi fosse interessato può approfondire tali questioni autonomamente, che è sempre la cosa migliore.

Per quello che qui concerne questa breve disamina, invece, può senz’altro darsi per acquisito, credo, il primo punto dell’ordine del discorso, circa le CAUSE della pandemia; la malattia COVID-19, come le altre malattie zoonotiche che l’hanno preceduta, non sono calamità naturali ma sono conseguenze non volute di nostre azioni, più precisamente della devastazione ambientale causata dalla nostra specie sul Pianeta Terra.

Prossima domanda. La devastazione ambientale causata dalla nostra specie è connessa o meno con l’attuale e determinato modello di sviluppo (o modo di produzione)?

Ma prima di vedere questo tema, occorrerà affrontare il problema della TUTELA DELLA SALUTE PUBBLICA., cui allude necessariamente qualsiasi malattia infettiva

(Avv. Stefano Stefàno)

© Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO dell’AUTORE

ZOONOSI : SALUTE PUBBLICA

PANDEMIA CORONAVIRUS.
AMBIENTE
FRANTUMAZIONE ECOSISTEMA – SPILLOVER – ZOONOSI – SALUTE PUBBLICA.
DIRITTO COSTITUZIONALE
TUTELA ART. 32 COST – TAGLIO SPESA PUBBLICA- PAREGGIO DI BILANCIO.
ECONOMIA POLTICA
NEO LIBERISMO – UNIONE EUROPEA
SIAMO TUTTI NELLA STESSA BARCA

La pandemia del CORONAVIRUS mi induce a rialzare la saracinesca di questo blog.

Anch’Io resto a casa, da parecchie settimane; avverto una notevole pressione; ho l’ansia di cercare di capire meglio questa emergenza epidemiologica.

Negli ultimi giorni si è parlato di Unione Europea, MES e dunque di Economia Politica; in quelli precedenti, di Diritto, sebbene poco di quello Costituzionale.

Credo di avere sentito poco, invece, circa le CAUSE di questa pandemia, o, forse, ero distratto.

Penso invece che per una corretta analisi di quello che Noi tutte e tutti su questo Pianeta stiamo vivendo – molti, troppi, purtroppo, sulla propria pelle – occorrerebbe capovolgere l’osservazione e rimettere l’uomo con i piedi per terra, partendo dal concreto della realtà naturale.

AMBIENTE; da qui deve partire l’ordine del discorso (per me).

  • La prima domanda è allora: il CORONAVIRUS è una CALAMITA’ NATURALE, un “CIGNO NERO” o, per caso, un’evento prevedibile? Queste epidemie accadono oggi con più frequenza rispetto al passato? L’azione della nostra specie sulla natura, incide o è neutrale? La frantumazione dell’ecosistema, l’alterazione delle biodiversità, sono collegate con la “virosfera”: virus, batteri, funghi, e gli altri microrganismi ? Perché sono aumentati i microrganismi che fanno il salto dall’animale all’uomo diventando generatori (patogeni) di malattie infettive?

Le risposte sono da ricercare, ed è perciò che la saracinesca si rialza.

Ma un primo approdo può essere questo: nel momento stesso che quelle malattie diventano infettive (ZOONOSI), creano un problema di SALUTE PUBBLICA.

Prosper rimase a lungo con il libro aperto alle ultime pagine …..In modo empatico, aveva capito quello che gli scienziati apprendono sulle zoonosi da osservazioni rigorose, modelli e dati: Uomini e gorilla, cavalli e antilopi, maiali e scimpanzé, pipistrelli e virus: siamo tutti nella stessa barca”
(Quammen, “SPILLOVER“, Adelphi, pag. 131)

Questione di equilibri

DIRITTO COSTITUZIONALE; per proseguire l’ordine del discorso.

Il Nostro Ordinamento, infatti, ci fornisce uno strumento formidabile per la TUTELA della SALUTE PUBBLICA: l’articolo 32 della Costituzione.

DIRITTO SOCIALE, introdotto (all’epoca) per la prima volta in un testo costituzionale, ed in quanto tale esplicazione del principio di eguaglianza sostanziale, stabilito dall’art. 3, 2°co., Cost.

Il nostro SCUDO per fronteggiare la ZOONOSI è l’attuazione dell’art. 32 Cost.

Come la corazza che Clint Eastwood, nel film “Per un pugno di dollari“, in previsione del duello col cattivo Ramon, si autoproduce.

Non possiamo andare al duello col CORONAVIRUS a petto nudo.

Però è quello che è accaduto!

  • La seconda domanda è allora: la scarsità dei reparti di terapia intensiva è un riflesso della più ampia e decennale politica di taglio della spesa sociale in materia sanitaria (di cui la chiusura di ospedali, le restrizioni di presidi sanitari di base sul territorio, sono solo alcuni degli aspetti)?

Mantenere un reparto di terapia intensiva, in tempi normali, è profittevole?

Perché si è tagliata in tutti questi anni la SPESA PUBBLICA svilendo la concreta attuazione dell’art. 32 Cost.?

Perché si è disarmato l’unico SCUDO utile per fronteggiare le ZOONOSI?

[Corollario: per caso,” Io resto a casa” poiché non ci sono sufficienti reparti di terapia intensiva? Che sarebbe come dire, siccome non ho realizzato il Diritto Sociale della TUTELA della SALUTE, Ti comprimo ora anche il Diritto Liberale della LIBERTA’ DI CIRCOLAZIONE (Art. 16 Cost.)].

Le risposte sono da ricercare, anche qui.

Ma un secondo approdo può essere questo: il taglio della SPESA PUBBLICA destinata alla realizzazione del DIRITTO SOCIALE della TUTELA della SALUTE è avvenuto, negli ultimi anni, per via del c.d. PAREGGIO DI BILANCIO, virus inserito all’interno della Nostra Costituzione al chiaro scopo di infettarla.

“Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”

(Art. 81, 1°comma, Cost.)

Questione di equilibri

ECONOMIA POLITICA, infine, per completare l’ordine del discorso.

Il principio del c.d. PAREGGIO DI BILANCIO risponde ad una RELIGIONE ben precisa: quella per cui lo Stato non è la soluzione, ma il problema; il così detto “neo” liberismo (in realtà già vecchio all’epoca della Assemblea Costituente).

L’UNIONE EUROPEA, per come è attualmente configurata giuridicamente nei propri Trattati, è la trasposizione limpida e lineare di quella RELIGIONE: individuo, mercato, competitività (neanche concorrenza).

Io non so quali possano essere le soluzioni; la parola ai più “ESPERTI”.

Penso però che ci siano due ordini di questioni da affrontare.

Il primo ordine, parte dalla assunzione di un principio logico: chi fonda le sue Istituzioni sulla competitività, non può essere ESPERTO in solidarietà; chi mi ha fatto genuflettere sull’altare del c.d. PAREGGIO DI BILANCIO, mi ha disarmato dall’unico SCUDO utile per fronteggiare le ZOONOSI, facendomi presentare al cospetto di Ramon-CORONAVIRUS a petto nudo.

  • La terza domanda è allora: il c.d. “neo” liberismo è la soluzione oppure è il problema?

Ma, se anche fosse, non basterebbe! Non tutte le responsabilità sono del c.d. “neo” liberismo (eventualmente), la sua responsabilità a quel punto sarebbe “solo” quella di avermi sguarnito della difesa contro Ramon; se, invece di Von Hayek, avessimo avuto più Keynes, verosimilmente avremmo avuto un ottimo scudo per resistere a Ramon.

Ma Ramon-CORONAVIRUS, e tutti i suoi amici patogeni che in questo momento sono presenti sul Nostro Pianeta (la maggior parte a Noi ignoti), esistono da prima ed al di là di Von Hayek e Keynes!

Ed è questo il secondo ordine delle questioni: non dimenticare ciò che dice il primo punto (di partenza), non dimenticarci dell’AMBIENTE, se si vuole veramente agire sulle cause, se si vuole veramente rimuoverle.

[Corollario: i vaccini agiscono solo sugli effetti, ma lasciano inalterate le cause; un gatto che si morde la coda …… ].

Prosper ha già capito che stiamo tutti nella stessa barca (compresi i virus); se il sistema di produzione attuale, chiamato CAPITALISMO, continua a causare la frantumazione dell’ecosistema (deforestazione, consumo di suolo, ecc.) si perde l’equilibrio (non quello misero tra entrate e spese) e la barca si rovescerà inesorabilmente.

(Avv. Stefano Stefàno)

Rispetto, per tutte e tutti coloro che stanno facendo anche più dell’adempimento del loro dovere (da medici ed infermieri a soldati e polizia, passando per la cassiera del negozio), in Italia e su tutto il Pianeta.

In ricordo ed in memoria, di tutte e tutti coloro che ci hanno detto addio silenziosamente, in Italia e su tutto il Pianeta.

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Principio di Eguaglianza (Art. 3 Cost.), in particolare: la Donna nella Costituzione.

La Donna nella Costituzione, vista con le “lenti” dell’articolo 3, prima sotto il profilo dell’eguaglianza formale, poi di quella, ancor più importante, sostanziale. Attraverso tre articoli della Parte I (riguardanti i Rapporti Politici, Etico-Sociali, Economici) e le relative pronunce di incostituzionalità della Corte Costituzionale, vediamo come si è data concretezza al riconoscimento della parità di genere, nella Pubblica Amministrazione, in Famiglia, nel Lavoro.                                  

                                            EGUAGLIANZA FORMALE

                                        SENZA DISTINZIONE DI SESSO

Dopo aver delineato succintamente il principio di Eguaglianza formale (comma 1), si può verificare agevolmente la specificazione della seconda parte del medesimo primo comma, con riguardo particolare al divieto di discriminazione sulla base del genere.

Il riconoscimento della parità fra cittadini di sesso femminile e di sesso maschile, e con esso l’applicazione integrale del principio di eguaglianza formale, è stato graduale pur se univoco, da parte della Corte Costituzionale.

ARTICOLO 51, 1°CO. (RAPPORTI POLITICI)

Una delle prime questioni esaminate fu quella della parità di accesso al lavoro, in particolare negli uffici pubblici; non a caso, perché la legge che disciplinava la materia dal lontano 1919 (L. n. 1176/1919 e successivo regolamento R.D. n. 39/1920), escludeva le donne da tutti gli uffici pubblici che “implicano poteri pubblici giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che attengono alla difesa militare dello Stato importano l’esercizio di diritti e potestà politiche” (articolo 7).

Nel 1960, in applicazione del principio di Eguaglianza, la Corte Costituzionale
dichiarò l’illegittimità costituzionale proprio della norma contenuta nell’art. 7 della citata legge del 1919, poiché “una norma che consiste nello escludere le donne in via generale da una vasta categoria di impieghi pubblici, debba essere dichiarata incostituzionale per l’irrimediabile contrasto in cui si pone con l’articolo 51, il quale proclama l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive degli appartenenti all’uno e all’altro sesso in condizioni di eguaglianza. Questo principio è stato già interpretato dalla Corte nel senso che la diversità di sesso, in sé e per sé considerata, non può essere mai ragione di discriminazione legislativa, non può comportare, cioè, un trattamento diverso degli appartenenti all’uno o all’altro sesso davanti alla legge. Una norma che questo facesse violerebbe un principio fondamentale della Costituzione, quello posto dall’art. 3, del quale la norma dell’art. 51 è non soltanto una specificazione, ma anche una conferma” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 33/1960). 

Tuttavia, per recepire tali prescrizioni si dovette attendere la L. n. 66/1963 composta di due articoli: di cui, il primo stabilì che “la donna può accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la Magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera, salvi i requisiti stabiliti dalla legge. L’arruolamento della donna nelle forze armate e nei corpi speciali è regolato da leggi particolari”, mentre il secondo, abrogò legge  e regolamento del 1919/1920.

Fu così che si ebbero, per esempio, le prime 8 donne in magistratura, nel 1965.

Per concludere sul punto relativo all’articolo 51, 1°comma, ed alla sua relazione (specie/genere) col superiore articolo 3, 1°comma, nonché per semplificare il suesposto principio di Eguaglianza formale “violato … anche dal trattamento eguale di situazioni differenti” è utile rammentar la Sentenza n. 163/1993.

Con questo provvedimento, il Giudice delle Leggi ha rilevato l’illegittimità
costituzionale di una norma della Provincia autonoma di Trento del 1980, “nella parte in cui prevede, tra i requisiti per l’accesso alle carriere direttive e di concetto del ruolo tecnico del servizio antincendi della Provincia di Trento, il possesso di una statura fisica minima indifferenziata per uomini e donne” in quanto “l’adozione di un trattamento giuridico uniforme è causa di una “discriminazione indiretta” a sfavore delle persone di sesso femminile, poiché svantaggia queste ultime in modo proporzionalmente maggiore rispetto agli uomini, in considerazione di una differenza fisica
statisticamente riscontrabile e obiettivamente dipendente dal sesso” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 163/1993).

ARTICOLO 29, 2°CO. (RAPPORTI ETICO SOCIALI)

Le discriminazioni di genere ebbero tuttavia nel rapporto donna-uomo all’interno della famiglia il loro nucleo più coriaceo e duro da superare ed in questo ambito il principio di Eguaglianza formale (comma 1) faticò non poco ad affermarsi concretamente.

Occorrerà aspettare il 1968 per sentir dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’art. 559 del Codice penale, 1° e 2° co., che prevedevano la responsabilità penale della moglie adultera e del suo correo (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968); il 1969, per il 3°e 4° comma stesso articolo, che prevedevano il raddoppio della pena in caso di relazione adulterina e la punibilità a querela del marito (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 147/1969).

Con sentenza n. 64/1961, infatti, la Corte aveva dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale del medesimo art. 559, 1°co., C.p., in riferimento agli artt. 3 e 29 della Costituzione.

7 anni dopo, tuttavia, la Corte non dichiarò l’illegittimità costituzionale dell’art. 559, 1° e 2° co., in riferimento all’articolo 3, ma solo all’articolo 29, a testimonianza che il percorso evolutivo ancora non era giunto al culmine.

La sentenza è interessante per cogliere questo travaglio.

La Corte nelle proprie considerazioni di diritto (punto 4) diede conto del mutamento della coscienza collettiva intervenuto nel settennio affermando che “il principio che il marito possa violare impunemente l’obbligo della fedeltà coniugale, mentre la moglie debba essere punita – più o meno severamente – rimonta ai tempi remoti nei quali la donna, considerata perfino giuridicamente incapace e privata di molti diritti, si trovava in stato di soggezione alla potestà maritale. Da allora molto è mutato nella vita sociale: la donna ha acquistato pienezza di diritti e la sua partecipazione alla vita economica e sociale della famiglia e della intera collettività è diventata molto più intensa, fino a raggiungere piena parità con l’uomo (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968).

Tuttavia (punto 5) non ritenne appropriato il riferimento fatto dalle ordinanze di rimessione all’art. 3, poiché “la differenza di sesso è richiamata nel detto articolo con riferimento ai diritti e doveri dei cittadini nella vita sociale, e non anche con riferimento ai rapporti di famiglia (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968).

I rapporti fra coniugi sono disciplinati invece dall’art. 29 della Costituzione – prosegue la sentenza (punto 6) – che riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, afferma l’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi e dispone che questa eguaglianza possa subire limitazioni soltanto a garanzia dell’unità familiare. Nel sancire dunque sia l’eguaglianza fra coniugi, sia l’unità familiare, la Costituzione proclama la prevalenza dell’unità sul principio di eguaglianza, ma solo se e quando un trattamento di parità tra i coniugi la ponga in pericolo. Come è stato precisato nella precedente giurisprudenza di questa Corte, non vi è dubbio che, fra i limiti al principio di eguaglianza, siano da annoverare quelli che riguardano le esigenze di organizzazione della famiglia, e che, senza creare alcuna inferiorità a carico della moglie, fanno tuttora del marito, per taluni aspetti, il punto di convergenza dell’unità familiare, e della posizione della famiglia nella vita sociale. Ciò indubbiamente autorizza il legislatore ad adottare, a garanzia dell’unità familiare, talune misure di difesa contro influenze negative e disgregatrici (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968).

Coerentemente con questa linea, che vedeva ancora il principio di eguaglianza formale soccombere dinanzi a quello dell’unità familiare, la Corte osservò la norma censurata con le lenti della garanzia dell’unità familiare – e non con quelle del principio di eguaglianza – ed attraverso queste valutò che non più giustificata la discriminazione sanzionata dalla norma impugnata.

Poiché “ alla stregua dell’attuale realtà sociale, la discriminazione, lungi dall’essere utile, è di grave nocumento alla concordia ed alla unità della famiglia”, la Corte ritenne pertanto che “ la discriminazione sancita dal primo comma dell’art. 559 C.p. non garantisca l’unità familiare, ma sia più che altro un privilegio assicurato al marito; e, come tutti i privilegi, violi il principio di parità” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 126/1968).

Passando dal penale ad al civile, lo stesso giorno la Corte Costituzionale dichiarò anche l’illegittimità costituzionale dell’art. 151, 2°co., del codice civile – sempre in riferimento all’art. 29 – laddove veniva disposto che l’infedeltà della moglie è sempre causa di separazione, mentre quella del marito era priva di sanzione tranne il caso in cui l’infedeltà avesse il carattere di ingiuria grave alla moglie (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 127/1968).

                                     

                                             EGUAGLIANZA SOSTANZIALE

                                            SENZA DISTINZIONE DI SESSO

ARTICOLO 37, 1°CO. (RAPPORTI ECONOMICI)

Partendo sempre dal quadro precedentemente delineato circa il principio di Eguaglianza sostanziale (comma 2), nell’ambito dei diritti sociali e dunque del lavoro, l’intervento principale della Corte Costituzionale è probabilmente quello avvenuto nel 1986, circa la legittimità costituzionale di alcune norme che prevedevano il conseguimento della pensione di vecchiaia al compimento del 55^ anno d’età anziché al 60^ anno come per l’uomo.

Malgrado in precedenza si fosse pronunciata in senso contrario (cfr. Corte
Costituzionale, Sentenza n. 123/1969), anche qui cogliendo “il fluire del tempo”, la Corte dichiarò l’illegittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 4, 35 e 37 Cost. (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 137/1986).

La Sentenza è importante poiché intanto precisò una serie di principi:

a) dopo aver delineato il contenuto dell’articolo 37 Cost., affermò il diritto della donna “a che le siano assicurate condizioni di lavoro tali che le consentono l’adempimento della “essenziale” sua funzione familiare ed un’adeguata protezione, affinché` possa svolgere, se del caso, in concorrenza dell’attività di lavoro, anche il compito di madre”;

b) che “la norma costituisce un’applicazione, nel settore del lavoro, del disposto più generale dell’art. 3”;

c) che “con i citati precetti costituzionali (artt. 37 e 3 Cost.) si è inteso riscattare la donna dal residuo stato di inferiorità sociale e giuridico che aveva rispetto all’uomo, facendole acquistare il diritto, garantito costituzionalmente, alla parità giuridica con l’uomo ed, in ispecie per la lavoratrice, alla parità giuridica con il lavoratore”;

d) che “siccome in concorrenza con l’attività di lavoro la donna può svolgere anche funzioni familiari ed in ispecie funzione di madre, lo stesso costituente ha disposto che il legislatore deve riconoscerle condizioni di lavoro tali che la pongono in grado di adempiere anche le dette funzioni, insieme con l’attività di lavoro”;

e) pertanto “nella legislazione regolatrice del rapporto di lavoro non mancano norme di protezione della donna lavoratrice madre e che stabiliscono particolari condizioni di lavoro (per es. in ordine al tipo di lavoro, all’orario di lavoro, alle sospensioni del rapporto in periodi di gravidanza, di puerperio ecc.) ed analoghe norme di protezione sono state emanate per la tutela della prole, ed ora anche a favore del coniuge lavoratore, per la parità di diritti e di doveri derivanti dal coniugio”.

La Sentenza è bella poi perché diede conto dei profondi mutamenti avvenuti nella società:

• l’emanazione dello Statuto dei lavoratori (L. n. 300 del 1970);

• la legge sulla tutela della maternità (L. 30 dicembre 1971 n. 1204), che ha portato, tra l’altro, il potenziamento dei servizi sociali (per es. asili nido e locali all’interno della fabbrica per la cura dei bambini delle lavoratrici madri ecc.);

• le leggi di riforma della scuola, che hanno potenziato la scuola materna attribuendole un ruolo più spiccatamente sociale (L. 18 marzo 1968 n. 444; d.P.R. 31 maggio 1974 n. 420; L. n. 349/74; D.L. n. 13/76);

• la legge di riforma del diritto di famiglia (L. 19 giugno 1975 n. 151), che ha, tra l’altro, sancito la parità tra coniugi;

• una più penetrante e diffusa tutela della salute in adempimento del precetto costituzionale (art. 32 Cost.);

• soprattutto, la parità uomo donna nel rapporto di lavoro (L. 9 dicembre 1977, n. 903).

Passando poi dall’avvento di nuove tecnologie alla evoluzione della giurisprudenza del lavoro, la Corte non poté non osservare come “questa evoluzione, per quanto riguarda la donna lavoratrice, ha inciso profondamente non solo sulle condizioni di lavoro che la riguardano in modo particolare ma anche sull’attitudine lavorativa” per giungere alla conclusione che “la gradualità dell’evoluzione della situazione, verificatasi specie nel periodo successivo alla precedente sentenza (n. 123 del 1969) e più prossimo alla nuova disciplina legislativa, fa ritenere che siano venute meno quelle ragioni e condizioni che prima potevano giustificare una differenza di trattamento della donna rispetto all’uomo. In particolare, rispetto all’età del conseguimento della pensione di vecchiaia e, quindi, alla disciplina del licenziamento fondata su detto evento” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 137/1986).

(Avv. Stefano Stefàno)

 

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Principio di Eguaglianza (Art. 3 Cost.), in generale: Eguaglianza formale e sostanziale

PRINCIPIO di EGUAGLIANZA

Il principio di Eguaglianza è uno dei Principi Fondamentali del Nostro Ordinamento ed è stabilito, come noto, dall’art. 3 della Costituzione.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

L’Eguaglianza è un po’ come una medaglia; la prima faccia è costituita dall’eguaglianza formale (comma 1), la seconda, dalla eguaglianza sostanziale (comma 2): ma la moneta è unica ed indissolubile.

EGUAGLIANZA FORMALE

Dinanzi alla Legge – quindi all’interno del Nostro ordinamento giuridico, ovvero nella disciplina di qualsiasi rapporto (diritto positivo) – tutti i cittadini sono eguali.

Questo perché – ancor prima ed al di fuori dell’ordinamento giuridico (diritto naturale) – venne riconosciuta in Assemblea Costituente la preesistenza della loro pari dignità sociale.

Con questa affermazione “in positivo”, tuttavia, l’eguaglianza formale per valorizzarsi e completarsi aveva, e continua ad avere bisogno, anche di una prescrizione esplicita “in negativo”: il divieto di discriminazione, sulla base di un catalogo che individua e rappresenta quelli che – all’epoca, ma anche per i giorni nostri – costituiscono storicamente i sei principali pretesti per darvi origine ed ove il sesso figura al primo posto.

Il principio di Eguaglianza formale (comma 1) – prima parte della medaglia – impone che la legge deve regolare in maniera uguale situazioni uguali;difatti “la giurisprudenza di questa Corte è costante nel senso che il principio di eguaglianza è violato anche quando la legge, senza un ragionevole motivo, faccia un trattamento diverso ai cittadini che si trovino in eguali situazioni” (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 15/1960) e, da allora, tale principio è stato mantenuto costante.

Ma impone anche che la stessa legge deve regolare in maniera diversa razionalmente situazioni diverse, con la conseguenza che la disparità di trattamento può trovare giustificazione nella diversità delle situazioni disciplinate (c.d. “principio di ragionevolezza”).

In poche parole, il principio di Eguaglianza formale non impone di trattare meccanicamente tutti nello stesso modo, troppo facile, ma richiede di esaminare il dato di partenza: in situazioni uguali, tutti devono essere trattati in maniera uguale; in caso di diversità di fatto, invece, è possibile la disparità di trattamento normativo, al fine di correggere la distorsione e riequilibrare i “piatti della bilancia” (cfr., da ultimo, Corte Costituzionale, Sentenza n. 194/2018).

Fondamentale a questo punto sarà allora, per il giudizio di costituzionalità in funzione dei predetti principi di eguaglianza e ragionevolezza, la base di partenza, cioè “la valutazione della rilevanza delle diversità di situazioni in cui si trovano i soggetti dei rapporti da regolare” (cfr., ab antiquo, Corte Costituzionale, Sentenza n. 3/1957).

In conclusione, “il principio di Eguaglianza formale è violato non solo dalla ingiustificata differenziazione di situazioni eguali, ma anche dal trattamento eguale di situazioni differenti” (cfr. “Nel segno della Costituzione”, L. Carlassare, Feltrinelli, 2012, pag. 45).

EGUAGLIANZA SOSTANZIALE

Vediamo ora l’altra faccia della stessa medaglia: l’eguaglianza sostanziale (comma 2); stabilita l’eguaglianza formale, la Costituzione del 1948 non si ferma qui e fa un passo in più, in avanti, importante.

Questo.

Riconosce che quella stessa eguaglianza formale del comma 1 (e con essa la libertà) è limitata da ostacoli di ordine economico e sociale, di fatto, nella realtà concreta: poiché è alla persona concreta e non all’individuo astratto che guarda la Nostra Carta.

Pertanto, impone – questo è il passaggio importante, non scontato e rivoluzionario per le costituzioni dell’epoca – alla Repubblica di rimuoverli per realizzare il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese altrimenti impedito dal persistere di quegli ostacoli.

Hanno ingresso così nel Nostro ordinamento i Diritti Sociali, c.d. “a prestazione” da parte dello Stato, o, meglio, diritti ad ottenere prestazioni pubbliche erogate dallo Stato per soddisfare quelle esigenze di vita che diano concretezza alla riconosciuta preesistente dignità della persona, in modo naturalmente paritario.

Si tratta di una disposizione di programma e direttiva, volta ad orientare l’azione dei pubblici poteri in vista di una trasformazione materiale della realtà: con essa si guarda al futuro.

Insomma, il principio di eguaglianza sostanziale è il tratto distintivo e caratterizzante della Costituzione repubblicana italiana, la password (chiave di lettura) essenziale della Costituzione.

La sentenza n. 109/1993 chiarisce bene questi concetti, laddove afferma che «le azioni “positive” costituiscono il principale strumento a disposizione del legislatore per attuare il dovere – che l’art. 3, comma secondo, Cost. assegna alla Repubblica – di assicurare uno statuto effettivo di pari opportunità di inserimento sociale, economico e politico a categorie di persone socialmente svantaggiate, fondamentalmente quelle riconducibili ai divieti di discriminazione espressi nel primo comma dello stesso art. 3 (sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali); dette “azioni positive” – in quanto dirette ad equilibrare situazioni di sostanziale disparità di condizioni – comportano l’adozione di discipline giuridiche differenziate a favore delle categorie sociali svantaggiate, anche in deroga al generale principio di formale parità di trattamento stabilito nell’art. 3, comma primo, Cost., pur esigendo uniforme attuazione su tutto il territorio nazionale, potendo altrimenti trasformarsi in fattori aggiuntivi di disparità di trattamento».

Nel prossimo articolo, vedremo come si è declinato attraverso le pronunce della Corte Costituzionale il principio di Eguaglianza, sia formale che sostanziale, in riferimento particolare alla Donna ed al rapporto con l’altro sesso.

(Avv. Stefano Stefàno)

 

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Diritto e Tutela del Lavoro (artt. 4 e 35 Cost.) – Jobs Act – Sentenza Corte Costituzionale n. 194/2018, o delle tutele crescenti che non tutelano il lavoro (parte 3).

Per approfondire e per gli addetti ai lavori

IUS SUPERVENIENS Come detto, successivamente all’ordinanza di rimessione, è entrato in vigore il d.l. n. 87/2018,  (Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese), convertito, con modificazioni, nella L. n. 96/2018, modificando una delle disposizioni oggetto del presente giudizio, limitatamente alla parte in cui stabilisce il limite minimo e il limite massimo entro cui è possibile determinare l’indennità da corrispondere al lavoratore ingiustamente licenziato, innalzando tali limiti, rispettivamente, da quattro a sei mensilità (limite minimo) e da ventiquattro a trentasei mensilità (limite massimo) dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR. La Corte ha dovuto pertanto autonomamente valutare, in via preliminare, in che misura lo ius superveniens incida sul giudizio incidentale e se si spinga fino a modificare «la norma censurata quanto alla parte oggetto delle censure di legittimità costituzionale» (sentenza n. 125 del 2018). Non essendo tuttavia il quantum delle soglie minima e massima entro cui può essere stabilita l’indennità al cuore delle doglianze, ma il meccanismo di determinazione dell’indennità, configurato dalla norma censurata, la Corte ha valutato come, nel caso in esame, non è stato intaccato il meccanismo contestato, sicché non mutano i termini essenziali della questione posta dal giudice a quo.

INAMMISSIBILITÀ’ di questione non sollevata dal giudice rimettente. Sempre in via preliminare, la Corte ha rilevato come, nel proprio atto di costituzione in giudizio, la parte del procedimento a quo abbia dedotto l’irragionevolezza delle disposizioni censurate sotto un profilo ulteriore rispetto a quelli indicati nell’ordinanza di rimessione, ma tale censura traducendosi in una questione non sollevata dal giudice rimettente è, perciò, inammissibile, poiché «”l’oggetto del giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale è limitato alle disposizioni e ai parametri indicati nelle ordinanze di rimessione”.

IRRILEVANZA delle questioni aventi ad oggetto le disposizioni denunciate. Sempre in via preliminare, la Corte deve esaminare, d’ufficio, alcuni profili che attengono all’ammissibilità delle questioni sollevate dal giudice rimettente, verificando, alla luce di quanto risulta dall’ordinanza di rimessione, l’effettiva applicabilità nel giudizio a quo delle diverse disposizioni denunciate e, conseguentemente, l’effettiva rilevanza delle questioni di costituzionalità delle stesse. Se da tale scrutinio risulta evidente l’inapplicabilità nel giudizio a quo delle questioni aventi a oggetto le disposizioni denunciate, ne dichiara conseguentemente l’irrilevanza. In questo caso: degli artt. 2, 3 comma 2 e 3 (anche per difetto di motivazione), 4 d.lgs. n. 23/2015.

INIDONEITÀ‘ DELLA CONVENZIONE OIL N. 158/1982 Questa convenzione internazionale, che ha vocazione costituzionale, nello spirito dell’art. 35, 3°co., Cost., non è stata ratificata dall’Italia, pertanto non è da ritenersi vincolante, né può integrare il parametro costituzionale evocato, poiché l’art. 117, 1°co., Cost. fa riferimento al rispetto dei «vincoli» derivanti dagli «obblighi internazionali».

SULLA IDONEITÀ’ O INIDONEITÀ’ DELLA CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UNIONE EUROPEA (Questo aspetto è fondamentale). A norma dell’art. 51 CDFUE (comma 1, primo periodo), le disposizioni della Carta si applicano […] agli Stati membri esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione. Sulla base di tale disposizione, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha costantemente asserito che le disposizioni della CDFUE sono applicabili agli Stati membri «quando agiscono nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione». Peraltro, la Corte Costituzionale ha affermato che «perché la Carta dei diritti UE sia invocabile in un giudizio di legittimità costituzionale, occorre, dunque, che la fattispecie oggetto di legislazione interna “sia disciplinata dal diritto europeo – in quanto inerente ad atti dell’Unione, ad atti e comportamenti nazionali che danno attuazione al diritto dell’Unione, ovvero alle giustificazioni addotte da uno Stato membro per una misura nazionale altrimenti incompatibile con il diritto dell’Unione – e non già da sole norme nazionali prive di ogni legame con tale diritto” (sentenza n. 80 del 2011)». Pertanto, come nel caso di specie, se nessun elemento consente di ritenere che la norma censurata sia stata adottata in attuazione del diritto dell’Unione, in particolare, per attuare disposizioni nella materia dei licenziamenti individuali, la CDFUE non può essere invocata quale parametro interposto. In realtà, al fine di sostenere la sussistenza, nelle disposizioni denunciate, di una «fattispecie europea», la parte costituita aveva argomentato che esse ricadrebbero nell’ambito della politica dell’occupazione dell’Unione e, in particolare, nell’ambito delle misure adottate in risposta alle raccomandazioni del Consiglio. Ma la Corte ha osservato come, tali raccomandazioni, previste dall’art. 148, paragrafo 4, TFUE all’esito dell’esame annuale svolto dalle istituzioni europee circa la situazione dell’occupazione nell’Unione, rientrano nella discrezionalità del Consiglio e sono prive di forza vincolante.

IDONEITÀ‘ DELLA CARTA SOCIALE EUROPEA. Come visto, la Corte ha invece affermato l’idoneità della Carta sociale europea a integrare il parametro dell’art. 117, 1°co., Cost., e ha anche riconosciuto l’autorevolezza delle decisioni del Comitato, ancorché non vincolanti per i giudici nazionali (sentenza n. 120 del 2018).

Avv. Stefano Stefàno

 

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Diritto e Tutela del Lavoro (artt. 4 e 35 Cost.) – Jobs Act – Sentenza Corte Costituzionale n. 194/2018, o delle tutele crescenti che non tutelano il lavoro (parte 2).

Il DIRITTO AL LAVORO DELINEATO dalle SENTENZE della CORTE COSTITUZIONALE

In particolare, sugli aspetti della disciplina dei licenziamenti, in relazione all’articolo 4.

  • Con la sentenza n. 45/1965, la Corte affermò che il diritto al lavoro, «fondamentale diritto di libertà della persona umana», pur non garantendo «il diritto alla conservazione del lavoro», tuttavia «esige che il legislatore […] adegui […] la disciplina dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato al fine ultimo di assicurare a tutti la continuità del lavoro, e circondi di doverose garanzie […] e di opportuni temperamenti i casi in cui si renda necessario far luogo a licenziamenti»: da qui nacque la L. n. 604/1966, che sancì, all’art. 1, il principio della necessaria giustificazione del licenziamento, da considerarsi illegittimo se non sorretto da una «giusta causa» o da un «giustificato motivo».
  • Con la sentenza n. 60/1991, la Corte ha riaffermato il «diritto garantito dall’art. 4 Cost. a non essere estromesso dal lavoro ingiustamente o irragionevolmente».
  • Con la sentenza n. 541/2000, la Corte ha ribadito la «garanzia costituzionale [del] diritto di non subire un licenziamento arbitrario».

L’affermazione sempre più netta del «diritto al lavoro» (art.4, 1°co.), affiancata alla «tutela» del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni (articolo 35, 1°co.), si sostanzia – sostiene la Corte, da ultimo, con sentenza n. 194/2018, punto 9.1 del Considerato in Diritto – nel riconoscere, tra l’altro, che i limiti posti al potere di recesso del datore di lavoro correggono un disequilibrio di fatto esistente nel contratto di lavoro.

Perché questa attenzione e questo favore particolare per il diritto al lavoro, fino ad esigere una tutela “rafforzata”? Per un motivo che ciascuno di Noi conosce ed è fornito dalla stessa Corte: “il forte coinvolgimento della persona umana – a differenza di quanto accade in altri rapporti di durata – qualifica il diritto al lavoro come diritto fondamentale, cui il legislatore deve guardare per apprestare specifiche tutele” (sentenza n. 194/2018, punto 9.1 del Considerato in Diritto).


La SENTENZA n. 194/2018 DELLA CORTE COSTITUZIONALE

Nel quadro normativo delineato sull’art.4, è intervenuta la recente Sentenza n. 194 del 8.11.2018 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, 1°co., del decreto legislativo 4.3.2015 n. 23 (Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183) – sia nel testo originario sia nel testo modificato dall’art. 3, 1°co., del d.l. n. 87/2018 (Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese), convertito, con modificazioni, nella legge 9 agosto 2018, n. 96 – limitatamente alle parole «di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio».

In parziale accoglimento delle questioni sollevate in riferimento ai seguenti articoli della Costituzione:

  • 3 (in relazione sia al principio di eguaglianza, sia al principio di ragionevolezza);
  • 4, primo comma;
  • 35, primo comma;
  • 76 e 117, primo comma, (questi ultimi due articoli in relazione all’art. 24 della Carta sociale europea).

Perché è stato dichiarato incostituzionale il succitato meccanismo di quantificazione indicato? Perché “connota l’indennità come rigida, in quanto non graduabile in relazione a parametri diversi dall’anzianità di servizio, e la rende uniforme per tutti i lavoratori con la stessa anzianità. L’indennità assume così i connotati di una liquidazione legale forfetizzata e standardizzata, proprio perché ancorata all’unico parametro dell’anzianità di servizio, a fronte del danno derivante al lavoratore dall’illegittima estromissione dal posto di lavoro a tempo indeterminato ….Una tale predeterminazione forfetizzata del risarcimento del danno da licenziamento illegittimo non risulta incrementabile, pur volendone fornire la relativa prova. Nonostante il censurato art. 3, comma 1 – diversamente dal vigente art. 18, 5°co., L. n. 300/1970 – non definisca l’indennità «onnicomprensiva», è in effetti palese la volontà del legislatore di predeterminare compiutamente le conseguenze del licenziamento illegittimo, in conformità al principio e criterio direttivo dettato dalla legge di delegazione di prevedere un indennizzo economico «certo»” (punto 10 del Considerato in Diritto).

L’analisi politica del decreto legislativo 4.3.2015 n. 23 (Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183) inizia e finisce qui; le c.d. “tutele crescenti” non tutelavano il lavoro, bensì il datore di lavoro, nella sua necessità di prevedere un indennizzo economico «certo» (assumi a tempo indeterminato un lavoratore, conosci già il costo del suo licenziamento), in conformità alle direttive comunitarie.

Questo criterio direttivo, esplicitato dalla norma censurata, contrasta però con la Nostra Carta Costituzionale:

  • anzitutto”con il principio di eguaglianza, sotto il profilo dell’ingiustificata omologazione di situazioni diverse” o, meglio, “la previsione di una misura risarcitoria uniforme, indipendente dalle peculiarità e dalla diversità delle vicende dei licenziamenti intimati dal datore di lavoro, si traduce in un’indebita omologazione di situazioni che possono essere e sono, nell’esperienza concreta, diverse“…… considerato che “in una vicenda che coinvolge la persona del lavoratore nel momento traumatico della sua espulsione dal lavoro, la tutela risarcitoria non può essere ancorata all’unico parametro dell’anzianità di servizio” ……………………  ritenuto che “non possono che essere molteplici i criteri da offrire alla prudente discrezionale valutazione del giudice chiamato a dirimere la controversia“………………………………….. rilevato che “tale discrezionalità si esercita, comunque, entro confini tracciati dal legislatore per garantire una calibrata modulazione del risarcimento dovuto, entro una soglia minima e una massima“……………………………………..pertanto si deve concludere che “all’interno di un sistema equilibrato di tutele, bilanciato con i valori dell’impresa, la discrezionalità del giudice risponde all’esigenza di personalizzazione del danno subito dal lavoratore, pure essa imposta dal principio di eguaglianza” (punto 11 del Considerato in Diritto);
  • altresì “con il principio di ragionevolezza, sotto il profilo della inidoneità dell’indennità medesima a costituire un adeguato ristoro del concreto pregiudizio subito dal lavoratore a causa del licenziamento illegittimo e un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare illegittimamente“….. premesso che “il risarcimento ancorché non necessariamente riparatorio dell’intero pregiudizio subito dal danneggiato, deve essere necessariamente equilibrato e che l’adeguatezza del risarcimento forfetizzato richiede che esso sia tale da realizzare un adeguato contemperamento degli interessi in conflitto” ………………………………… considerato che, quanto al primo aspetto “la previsione denunciata, nel prestabilire interamente la misura dell’indennità, la connota, oltre che come «certa», anche come rigida, perché non graduabile in relazione a parametri diversi dall’anzianità di servizio” ……………………..  considerato che, quanto al secondo aspetto l’inadeguatezza dell’indennità forfetizzata stabilita dalla previsione denunciata rispetto alla sua primaria funzione riparatorio compensativa del danno sofferto dal lavoratore ingiustamente licenziato è suscettibile di minare, in tutta evidenza, anche la funzione dissuasiva della stessa nei confronti del datore di lavoro, allontanandolo dall’intento di licenziare senza valida giustificazione e di compromettere l’equilibrio degli obblighi assunti nel contratto“…….. pertanto si deve concludere che “non realizza un equilibrato componimento degli interessi in gioco: la libertà di organizzazione dell’impresa da un lato e la tutela del lavoratore ingiustamente licenziato dall’altro. Con il prevedere una tutela economica che può non costituire un adeguato ristoro del danno prodotto, nei vari casi, dal licenziamento, né un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare ingiustamente, la disposizione censurata comprime l’interesse del lavoratore in misura eccessiva, al punto da risultare incompatibile con il principio di ragionevolezza. Il legislatore finisce così per tradire la finalità primaria della tutela risarcitoria, che consiste nel prevedere una compensazione adeguata del pregiudizio subito dal lavoratore ingiustamente licenziato” (punti 12,12.1,12.2,12.3 del Considerato in Diritto);
  • soprattutto, dagli stessi fatti ritenuti lesivi del principio di ragionevolezza ex articolo 3 Cost.discende anche il vulnus recato da tale previsione agli artt. 4, primo comma, e 35, primo comma, Cost.“, laddove “prevedendo una tutela economica che non costituisce né un adeguato ristoro del danno prodotto, nei vari casi, dal licenziamento, né un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare ingiustamente, risulta evidente che una siffatta tutela dell’interesse del lavoratore alla stabilità dell’occupazione non può ritenersi rispettosa degli artt. 4, 1°co. e 35, 1°co., Cost., che tale interesse, appunto, proteggono. L’irragionevolezza del rimedio previsto dall’art. 3, 1°co., d.lgs. n. 23/2015, assume, in realtà, un rilievo ancor maggiore alla luce del particolare valore che la Costituzione attribuisce al lavoro (artt. 1, primo comma, 4 e 35 Cost.), per realizzare un pieno sviluppo della personalità umana“(punto 13 del Considerato in Diritto);
  • infine “con gli artt. 76 – nel riferimento operato dalla legge di delegazione al rispetto delle convenzioni internazionali – e 117, 1°co., Cost., in relazione all’art. 24 della Carta sociale europea“. Cosa dice questo articolo, al primo comma, lettera b)? Prevede che, per assicurare l’effettivo esercizio del diritto a una tutela in caso di licenziamento, le Parti contraenti si impegnano a riconoscere «il diritto dei lavoratori licenziati senza un valido motivo, ad un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione». Inoltre,  nella decisione resa a seguito del reclamo collettivo n. 106/2014 proposto contro la Finlandia, il Comitato europeo dei diritti sociali ha aggiunto che tale indennizzo per essere congruo deve anche dissuadere il datore di lavoro dal licenziare ingiustificatamente, non essendo cioè sufficiente che assicuri un adeguato ristoro per il concreto pregiudizio subito dal lavoratore licenziato senza un valido motivo. Anche il filo argomentativo che guida il Comitato si snoda dunque attraverso l’apprezzamento del sistema risarcitorio in quanto dissuasivo e, al tempo stesso, congruo rispetto al danno subito “in linea con quanto affermato da questa Corte sulla base del parametro costituzionale interno dell’art. 3 Cost. …. Si realizza, in tal modo, un’integrazione tra fonti e – ciò che più rileva – tra le tutele da esse garantite” (punto 14 del Considerato in Diritto).

Il Giudice delle Leggi ha pertanto prescritto che “nel rispetto dei limiti, minimo e massimo, dell’intervallo in cui va quantificata l’indennità spettante al lavoratore illegittimamente licenziato, il giudice terrà conto innanzi tutto dell’anzianità di servizio – criterio che è prescritto dall’art. 1, comma 7, lett. c) della legge n. 184 del 2013 e che ispira il disegno riformatore del d.lgs. n. 23/2015 – nonché degli altri criteri già prima richiamati, desumibili in chiave sistematica dalla evoluzione della disciplina limitativa dei licenziamenti (numero dei dipendenti occupati, dimensioni dell’attività economica, comportamento e condizioni delle parti)“.

Ma qual’è questo provvedimento che, in un colpo solo, ha violato 5 articoli della Carta Costituzionale?

E’ il Decreto Legislativo n. 23/2015, il famoso “Jobs Act” promosso quando al Governo c’erano i “competenti” e segue le sorti di altri provvedimenti legislativi varati dagli “esperti” ma caduti sotto la scure della Consulta [1],[2],[3]; ma è anche vero che la Legge 9 agosto 2018, n. 96 è l’altrettanto famoso “Decreto Dignità” che, pur evidenziando il merito di aver accresciuto i limiti minimi e massimi entro i quali si svolge – come visto – il potere discrezionale del Giudice, ben avrebbe potuto anche anticipare l’intervento della Consulta, abrogando la disposizione illegittima, modificando il criterio del calcolo, basato esclusivamente sull’anzianità.


CONCLUSIONE

Insomma, una Legge sul Lavoro (Jobs Act) che, malgrado dichiari in rubrica di attuare le c.d. “tutele crescenti”, NON tutela il Lavoro; bello, no?

Questo fatto è grave.

Perché, al di là della truffa semantica, l’inganno è vero.

Ed è questo: mentre dico di agire nell’interesse, per i diritti e la tutela Tua (lavoratore), nei fatti ed in diritto, tutelo invece gli interessi del datore di lavoro, col prevedere un indennizzo economico «certo», sbilanciando ulteriormente i rapporti di forza a favore di quest’ultimo: questa cosa la poteva fare solo una forza politica sedicente “di sinistra”.

Ma c’è di più, ancor più grave: quello che si è gabellato qui in Italia come Tutele Crescenti, si chiama in realtà in Unione Europea riduzione delle tutele contro i licenziamenti illegittimi (questo è il nome e la qualifica ufficiale di questa misura); normalmente è una delle condizioni imposte per fruire dei programmi di assistenza finanziaria: per esempio, alla Grecia col secondo programma del  marzo 2012 (cfr. Commissione Europea, Occasional Paper, 94, marzo 2012, pag. 223).

L’ oggetto è SEMPRE la costante aggressione al nucleo delle politiche sociali, con tutte le conseguenze materiali che tale linea economica comporta; benché non più tardi di qualche mese fa i più grandi corifei della UE così qualificassero la legge ora dichiarata incostituzionale: “riforme come quella del Jobs Act o del sistema bancario o del sistema costituzionale …vanno giudicatein relazione alla loro capacità di promuovere gli interessi del nostro Paese nel sistema dell’interdipendenza europea” (cfr. Sole 24 Ore, 7.1.2018).

Insomma, la promozione degli interessi del Nostro paese nel sistema dell’interdipendenza europea passa attraverso la compressione dei Diritti Sociali.

Ancora una volta, le direttive comunitarie sembrano cozzare contro i principi fondamentali della Carta Costituzionale.

Avv. Stefano Stefàno

[…..segue, parte 3]

 

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