Il Senato della Repubblica (2)

IL SENATO DELLA REPUBBLICA  (2)

Concludiamo la disamina dell’art. 2 della Legge di REVISIONE Costituzionale, riguardante il Senato della Repubblica; l’articolo revisionato è il 57.

Abbiamo già evidenziato che il punto principale per capire la REVISIONE del Senato consiste nella espropriazione della sovranità popolare: il Senato non rappresenterà più il Popolo, ma le “istituzioni territoriali” [cfr.Il Senato della Repubblica (1)].

Il Senato dunque non è stato abolito.E’ stata abolita l’elezione diretta da parte dei cittadini.

Ma a che titolo il Senato – pur non eletto dai cittadini, ovvero dai proprietari della sovranità –  farebbe la prossima legge di revisione costituzionale?

Attendiamo serenamente una risposta, in linea con i principi del costituzionalismo (e non dell’assolutismo); nel frattempo potremmo fermarci qui, poiché questo argomento della palese sottrazione di sovranità popolare, soprattutto tra gli elettori della “sinistra”, dovrebbe essere più che dirimente: in finale, si sta parlando delle prerogative di NOI Cittadini, che diminuiscono “democraticamente”!

Ma per completezza vogliamo parlare anche degli aspetti secondari, ovvero degli slogan con i quali si cerca populisticamente di carpire la nostra benevolenza e celare i reali scopi di questa REVISIONE del Senato.

Sul presunto superamento del bicameralismo paritario. Ne abbiamo già scritto [cfr. La Funzione Legislativa (3)], ma basta rileggersi la domanda di sopra: i 95 senatori, integrati dai 5 di nomina presidenziale, potranno mettere mano ad una futura revisione della Costituzione, partecipando della funzione legislativa relativa alle leggi costituzionali (che sono al II gradino nella gerarchia delle fonti normative, dopo la Costituzione e prima delle leggi ordinarie)!

Sulla reale revisione del titolo V. Allo scopo dichiarato di debellare “l’elevata conflittualità tra i diversi livelli di governo“ [cfr. Il Bicameralismo (3) ] si sono depotenziati i poteri delle Regioni; due strumenti su tutti: reintroduzione della clausola di “supremazia statale”; aumento delle materie di esclusiva competenza statale. Li studieremo prossimamente, qui si vuole mettere in evidenza questa bizzarria: il Senato diventerebbe al 95% rappresentativo delle “istituzioni territoriali”, alle quali, al contempo, vengono tolti poteri con la revisione del Titolo V: come si concilia tutto ciò, che organicità possiedono queste norme nel loro insieme?

Sulla riduzione del numero dei parlamentari ed il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni. “Il ridimensionamento del Senato ci farà risparmiare 50 milioni di Euro all’annoecco il prezzo da pagare per la espropriazione della nostra sovranità!

VALIAMO COSI’ POCO? Il PIL nel 2015 è stato pari a 1636 miliardi di euro, quindi i 50 milioni annui sarebbero equivalenti a circa lo 0,003% del PIL; il Bilancio di previsione 2016 del Senato prevedeva una spesa pari a 540 milioni circa, quindi i 50 milioni annui sarebbero equivalenti a circa il 10% del Bilancio: sulla “Borsa” dei diritti veramente poco è scambiata la nostra espropriazione, o no? Ma se pure fosse 10 volte tanto, o 100, poco cambierebbe; sempre si tratterebbe di cedere sovranità (qui, il potere di votare i senatori) in cambio di denari.

La Costituzione non è un mercato e se si vorrebbero veramente contenere i costi di funzionamento delle istituzioni, ormai lo sappiamo, sono più che sufficienti le leggi ordinarie [vedi il disegno di legge del 25 ottobre scorso, relativo al dimezzamento dello stipendio dei parlamentari (cfr. Armi Spuntate)] senza, soprattutto, ledere i diritti costituzionali dei cittadini!

Oppure, a proposito di armi “appuntite”, per contenere i costi, si potrebbe revocare lo stanziamento di 13 miliardi di euro per l’acquisto di 90 cacciabombardieri F35, disposto con la Legge di Stabilità 2016: meglio 215 senatori in più e 1 cacciabombardiere in meno, o no? Anche a mente dell’art. 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli ..”!

Ed ancora.

Ad oggi, le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei senatori tra i consiglieri e i sindaci, sono IGNOTE e sarebbero vigenti solo le disposizioni transitorie.

95 i senatori da nominare; ad ogni Regione, più Province autonome di Trento e Bolzano, compete 1 sindaco (22) ed almeno 2 consiglieri regionali (44): fanno così 66. I restanti 29 come verranno ripartiti tra le 22 Regioni e Province? In base alla popolazione, sì, ma con quale criterio proporzionale?

Insomma “se si vuole che i senatori rappresentino i territori non devono essere eletti dai legislativi (il Consiglio regionale) ma nominati dagli esecutivi (la Giunta) – come in Germania – ed operare con vincolo di mandato; se si vuole che i senatori partecipino del processo legislativo (e di revisione costituzionale) allora devono essere eletti dal popolo” (cfr. G. Zagrebelsky “Loro diranno, Noi diciamo”pag. 64, Laterza, 2016).

Da ultimo, una “perla”.

“L’ufficio di consigliere regionale è incompatibile con quello di membro di una delle Camere”; recitano gli statuti delle 5 Regioni a Statuto Speciale (Friuli, Sardegna, Sicilia, Trentino & Alto Adige, Valle d’Aosta): nella gerarchia delle fonti del diritto, questi statuti hanno il rango di legge costituzionale. Occorrerebbe pertanto una nuova legge costituzionale (anzi 5) per armonizzare gli statuti con questa legge di revisione.

“Ma non potevano stare più attenti e scriverla meglio ?” ha osservato qualcuno.

Appunto; l’attenzione e la scrittura, la cura ed il linguaggio. Questo “pasticcio” dà la cifra della – già rilevata,[cfr. La Funzione Legislativa (1) e La Funzione Legislativa (2)]- incultura giuridica e ristrettezza culturale degli estensori di questa legge, per ciò incapaci di creare un quadro organico ed armonioso delle norme che essi stessi andavano a revisionare.

Se non ci credete, andateVi a vedere, per favore, l’art. 34 della legge sottoposta a referendum [cfr. Il Testo della LEGGE di REVISIONE COSTITUZIONALE (Regioni)] che revisiona una prima volta il II comma dell’art. 120 della Costituzione; poi, leggeteVi l’art. 38, che al punto 9 manomette una seconda volta il medesimo comma dell’art. 120 [cfr. Il Testo della LEGGE di REVISIONE COSTITUZIONALE (Corte Costituzionale, transitorie e finali)]: se scrivessi Io un contratto così – non la Costituzione – perderei il lavoro, a proposito del tanto decantato “merito”!

Ma forse questo “pasticcio” gli è scappato via tra un “canguro”, una “tagliola” o una “seduta fiume”, ovvero gli strumenti usati per ridurre gli spazi di discussione nel corso del dibattito parlamentare.

Perché bisognava fare in fretta; dove si dimostra che “leggi approvate più velocemente” – un mantra dei revisionisti – non si traduce automaticamente in “leggi più buone”[e il “Salva Italia” 2011, 16 giorni per “riformare” le pensioni (cfr. ancora Armi Spuntate), è lì a ricordarcelo ogni giorno].

E perché bisognava fare in fretta? Per far vedere alla UE ed alla BCE che si era in grado di rispettare le loro tempistiche, pur se “anche con la massima celerità possibile, le riforme costituzionali richiedono dei tempi minimi imprescindibili” [ricordate la lettera di Silvio alla UE?  (cfr. 12 novembre 2011)].

Ma perché bisogna dimostrare qualcosa alla UE  ed alla BCE? Perché è dal 2011 che queste entità sovranazionali stanno indicando le misure che l’Italia deve adottare “con urgenza”  per “rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali“(lettera BCE del 5.8.2011). Ora, dopo le liberalizzazioni, la “riforma” del mercato del lavoro e delle pensioni, il cerchio si dovrebbe chiudere con la “riforma” delle riforme: l’architettura costituzionale dello Stato (come la chiamava Silvio nella sua lettera, ponendola, non a caso, al punto conclusivo del programma).

Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica (…. ) I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche (…) Ma qualcosa sta cambiando: test essenziale sarà l’Italia, dove il nuovo governo può chiaramente impegnarsi in importanti riforme politiche“ (dice JP Morgan, la data è 28 maggio 2013; Letta, il 10 giugno 2013, presenterà il primo disegno di legge di revisione costituzionale!).

Il Senato è dannoso per la credibilità delle nostre istituzioni sui mercati finanziari” (aggiunge nel 2015 l’agenzia rating Moody’s) ecco uno scopo della espropriazione della nostra sovranità!

LA NOSTRA COSTITUZIONE NON E’ UN MERCATO E NON SCAMBIAMO LA NOSTRA SOVRANITA’ POPOLARE PER ALCUN CORRISPETTIVO.

LA NOSTRA COSTITUZIONE E’ SOVRANA E NON SARA’ MAI PIEGATA, SOTTOMESSA O SUBORDINATA AD ALCUN TRATTATO EUROPEO (“di stabilità” o “fiscal compact” che sia).

 

 

 

 

Il Senato della Repubblica (1)

Quinto appuntamento con la disamina degli articoli della Legge di REVISIONE Costituzionale, che sarà sottoposta al referendum il 4 dicembre prossimo ai sensi dell’art. 138 della Costituzione. Dopo l’analisi degli articoli inerenti gli istituti di Democrazia diretta, della Funzione legislativa e delle Camere (in relazione al Bicameralismo) restiamo nel Titolo I “Il Parlamento”, Sezione I, per affrontare il Senato della Repubblica, che inizia con l’articolo 57.

L’Assemblea Costituente approvò quest’articolo nelle sedute del 24 e 25 settembre, 7 e 8 ottobre 1947, insieme ai successivi articoli 58 e 59; la discussione sull’articolo 57 non registrò i contrasti incontrati, ad esempio, per l’approvazione dell’art. 55. La formula del primo comma, cuore dell’articolo, “Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale” infatti era stata posta”per completare l’edificio regionale“, tanto che già la Commissione per la Costituzione [cfr. Costituzione, come nacque] aveva deciso che il Senato dovesse avere un nesso particolare con l’istituto della Regione, conferendo a questo ente la possibilità di partecipare alla formazione della seconda camera: “Base regionale significa collegamento stabile ed istituzionale fra l’ordinamento regionale ed il Senato“, dichiarò l’On. Mortati.

La legge costituzionale n. 2 del 9 febbraio 1963 revisionò poi tale articolo, senza toccare il summenzionato principio della “base regionale”, ma stabilendo un numero fisso di senatori elettivi (315) e fissando un criterio di ripartizione dei seggi fra le varie Regioni; ulteriore revisione ci sarà poi nel 2001, con la legge costituzionale n. 1 che introdusse il principio dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero.

Come per gli articoli già esaminati, occorre rilevare che la precedente Legge di Revisione del 18.11.2005 e sottoposta al secondo referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006, si occupò, anch’essa di questo aspetto … ci torneremo, come per l’art. 7o [cfr. L’articolo 70 dell’altro referendum].

L’articolo 2 della Legge di Revisione (in calce) sostituisce per intero l’art. 57. Come?

La prima cosa da osservare è che se stiamo parlando di Senato, vuol dire evidentemente che è ancora qui e non è stato abolito. La seconda cosa da notare è invece che è stata abolita l’elezione diretta da parte dei cittadini.

Se ora il Popolo esercita la sua sovranità in maniera diretta attraverso l’istituto delle elezioni dei deputati e dei senatori (oltre le elezioni amministrative), con questa REVISIONE costituzionale registriamo una sottrazione di sovranità secca.

Il risultato sarebbe che il Senato non rappresenterà più il Popolo, ma le “istituzioni territoriali”.

Questo è il punto cruciale per capire la REVISIONE del Senato.

Passo indietro. “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” articolo 1, comma 2 della Nostra Carta. La parola appartiene è riassuntiva di 3 concetti: 1) il possesso (il popolo è sovrano per diritto naturale originario); 2) la proprietà (il popolo si riconosce titolare della sovranità e ne autodefinisce i modi e le forme di esercizio); 3) l’irrinunciabilità (il popolo non può rinunciare ad essere sovrano). Il proponente, On. Fanfani, spiegò che la parola appartiene”è sufficiente ad indicare a un tempo la fonte, il fondamento e il delegante della sovranità, cioè il popolo“.

L’unico soggetto che costituisce la Repubblica è dunque il Popolo.

Mentre negli stati federati, data la loro composizione, vi è un secondo soggetto costituente: l’entità territoriale. Ma l’Italia non è uno stato federale, la Costituzione non lo prevede, né presuppone l’esistenza di un soggetto alternativo al Popolo che sia fonte, fondamento e delegante della sovranità.

Seguendo il proponente Fanfani:

  • solo il Popolo possiede la sovranità;
  • il Popolo non può rinunciarvi, ma può delegare la propria sovranità, ;
  • coloro che la ricevono, tramite le elezioni dirette, deputati e senatori, diventano i suoi delegati, i rappresentanti del Popolo.

La REVISIONE dice invece che i novantacinque senatori (su 100) sono rappresentativi delle istituzioni territoriali, che non posseggono però sovranità; l’esproprio della nostra sovranità (che già democraticamente basta e avanza) crea così questa distorsione.

Siccome il Bicameralismo è vivo e vegeto [cfr. Il Bicameralismo (3) e La Funzione Legislativa (3)], il Senato continua a partecipare del processo di formazione delle leggi, a partire da quelle di rango costituzionale: per favore, visto che non sarebbero eletti dai cittadini, ovvero dai proprietari della sovranità, a che titolo questi farebbero la prossima – per prendere l’esempio più importante – legge di revisione costituzionale?

Avete capito bene, ricapitolando, con l’art. 57 revisionato:

  • i 95 senatori non vengono eletti dai cittadini;
  • il Senato non rappresenta più il Popolo;
  • il Popolo è espropriato della sua Sovranità;
  • malgrado la Sovranità appartenga al Popolo, dice la Costituzione, art. 1, mica uno qualsiasi;
  • tuttavia, i 95 abusivi potranno mettere mano ad una futura revisione della Costituzione, dice l’art. 70 revisionato.

Se qualcuno mi convince, con argomenti logici e giuridici, della legittimità e della giustizia di questo processo, voterò SI.

Ma serviranno argomenti forti e tali da “giustificare” la accertata espropriazione della NOSTRA Sovranità, questione centrale posta da questo mostro dell’ articolo 57.

Non mi parlate perciò di slogan quali il superamento del bicameralismo paritario (peraltro già qui smentito) nonché la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni o la revisione del titolo V, per favore!

 

 

Art. 2.

(Composizione ed elezione del Senato della Repubblica)

1. L’articolo 57 della Costituzione e’ sostituito dal seguente:
« Art. 57. – Il Senato della Repubblica e’ composto da
novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali
e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della
Repubblica.
I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento
e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i
propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci
dei Comuni dei rispettivi territori.
Nessuna Regione puo’ avere un numero di senatori inferiore a due;
ciascuna delle Province autonome di Trento e di Bolzano ne ha due.
La ripartizione dei seggi tra le Regioni si effettua, previa
applicazione delle disposizioni del precedente comma, in proporzione
alla loro popolazione, quale risulta dall’ultimo censimento generale,
sulla base dei quozienti interi e dei piu’ alti resti.
La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi
delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti,in
conformita’ alle scelte espresse dagli elettori per i candidati
consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le
modalita’ stabilite dalla legge di cui al sesto comma.
Con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le
modalita’ di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del
Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci, nonche’ quelle
per la loro sostituzione, in caso di cessazione dalla carica elettiva
regionale o locale. I seggi sono attribuiti in ragione dei voti
espressi e della composizione di ciascun Consiglio ».

Il Bicameralismo (3)

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Concludiamo con questo terzo articolo la disamina degli articoli 55 e 94 che la Legge di REVISIONE Costituzionale, sottoposta al referendum costituzionale ai sensi dell’art. 138 della Costituzione il 4 dicembre prossimo, intende revisionare con gli articoli 1 e 25.

Riassunto delle puntate precedenti:

  • il Bicameralismo in relazione alla formazione delle leggi continuerebbe ad esistere, poiché continuerebbero ad esserci due Camere, cui competerebbero paritariamente, Signori, stando al peraltro illeggibile art. 70 “revisionato”, per esempio le leggi di revisione costituzionale e le altre leggi costituzionali: primo livello della gerarchia delle fonti normative [vedi La Funzione Legislativa (3)];
  • il Bicameralismo in relazione al rapporto di fiducia col Governo sarebbe invece morto, diventerebbe monocameralismo, stando all’art. 55 “revisionato”, ma anche all’art. 94, che attribuirebbero alla sola Camera dei Deputati la titolarità del rapporto di fiducia col Governo;
  • [parentesi] la circostanza che il Governo debba avere la fiducia della Camera dei Deputati e basta, come recita l’art. 94 “revisionato”, certifica che questa REVISIONE della Costituzione, si occupa, eccome, anche delle “capacità” del Governo, in barba ad una delle frottole principali che vengono propalate: (cfr. SOLE 24 ORE, 9.10.2016, di S.Fabbrini, pag. 18: l’autore prima dice che la “riforma è piuttosto minimalista – mortacci! – incidendo solo su alcuni aspetti del sistema parlamentare” ma poi si contraddice indicandoci la virtù della “riforma”: “il Governo ha più possibilità di poter far il proprio lavoro“);
  • quanto sopra si evince, sia formalmente, l’art. 94 sta nel Titolo III – Il Governo; sia sostanzialmente [tolta parentesi], poiché col sistema monocamerale si privilegia una maggiore stabilità e rafforzamento del Governo – come insegna l’articolo citato del SOLE – a scapito di un controllo più attento e puntuale dell’esecutivo da parte del Parlamento, ovvero, in forma mediata, del Popolo [vedi Il Bicameralismo (2)];
  • non dimenticare mai ciò che dice il primo punto [diceva una vecchia canzone “di lotta” degli anni ’70]; ricordando quindi sempre per benino che la Sovranità appartiene al Popolo (art. 1 Costituzione Nostra, Signori), ne deriva che al Popolo, sia pur in forma mediata, vengono sottratte delle prerogative;
  • balle? illazioni? può darsi, se non ché questa linea poco democratica sembra essere validata dal fatto che la sottrazione delle prerogative alla Sovranità del Popolo sarebbe ulteriormente ridotta con gli articoli 71 e 75 “revisionati”, che riguardano, appunto, l’Iniziativa Popolare (71) ed il Referendum (75): triplicato il numero necessario degli elettori (da 50.000 a 150.000) per proporre una legge [vedi L’iniziativa popolare]; aumentato del 60% (800.000) il numero di elettori necessari per l’esercizio di democrazia diretta del Referendum, affinchè si possa godere di un quorum ridotto [vedi Il Referendum].

Fine per ora del riassunto. Tema: il piano inclinato di questa la Legge di REVISIONE Costituzionale ci conduce verso un plus di democrazia o, per caso, un plus di oligarchia [vedi Oligarchia]?

Tre indizi (articoli 55/94, 71 e 75 Costituzione revisionata) potrebbero essere già sufficienti per fare una prova; ma qui bisogna essere più realisti del Re e soprattutto tenere presente il tema in esame: il Bicameralismo; prima di concludere e senza dare risposte affrettate – anche se una idea ce la siam fatta – dobbiamo allora capire perché si vorrebbe privilegiare il rafforzamento del Governo a scapito del controllo dell’esecutivo da parte del Parlamento, affinché “il Governo abbia più possibilità di poter far il proprio lavoro“.

Ci soccorre, in tal senso, la Relazione che accompagna il disegno della legge di REVISIONE costituzionale in parola, comunicato alla Presidenza del Senato in data 8 aprile 2014 (n.1429), che da un lato delinea queste linee d’intervento finalistiche: 1) “l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea ed alle relative stringenti regole di bilancio“; 2) “le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale“;  dall’altro così individua le patologie che affliggono il sistema istituzionale da troppi anni e per la cui rimozione sono necessari profondi interventi di riforma 3) “la cronica debolezza degli esecutivi nell’attuazione del programma del governo, la lentezza e la farraginosità dei procedimenti legislativi, l’alterazione della gerarchia delle fonti del diritto, le difficoltà di attuazione di una legislazione alluvionale e troppo spesso instabile e confusa, l’elevata conflittualità tra i diversi livelli di governo“.

Tradotto: per adeguarsi all’austerità imposta dall’Unione Europea ed alle regole di mercato dell’economia globale, occorre rendere più forte il Governo e depotenziare gli altri livelli di governo, in primis le Regioni.

Ora leggiamo questa analisi, che parte dallo studio della crisi del debito o, meglio, del Capitale Finanziario; “Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea (…. ) I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo (….) I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)…. Ma qualcosa sta cambiando: test essenziale sarà l’Italia, dove il nuovo governo può chiaramente impegnarsi in importanti riforme politiche“.

L’autrice è la banca d’affari statunitense JP Morgan, la data è del 28 maggio 2013; diciamo che ci sono alcune assonanze tra le finalità d’intervento e le “patologie” che ne impedirebbero la realizzazione tra cui spiccano ex multis, per esempio: “la cronica debolezza degli esecutivi nell’attuazione del programma del governo” con “esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti” ma anche “l’elevata conflittualità tra i diversi livelli di governo” con “governi centrali deboli nei confronti delle regioni“.

Mancano è vero nella legge di REVISIONE costituzionale la compressione sia delle “tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori” sia di quella indecenza – mia cara Contessa -costituita dal vezzo della “licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo“, secondo il dettato della banca d’affari; diciamo che quest’ultima si è spinta un po’ più avanti; ma non dubitiamo, a questo punto, che la cura di queste ultime “patologie” socialiste, in quanto sintomo della stessa malattia per la cui rimozione è stata approntata la REVISIONE, saranno curate in modo analogo ed adeguato (o, in parte, già lo sono: Jobs Act).

Siamo alla fine del discorso e possiamo togliere la riserva poc’anzi avanzata.

Abbiamo appurato che:

  • il monocameralismo, di cui agli artt. 55 e 94 “revisionati”,  attribuirebbe alla sola Camera dei Deputati la titolarità del rapporto di fiducia col Governo;
  • l’effetto sarebbe il rafforzamento del Governo a scapito del controllo dell’esecutivo da parte del Parlamento, ovvero, in forma mediata, del Popolo, cui appartiene la Sovranità;
  • GOVERNO + forte; PARLAMENTO + debole = espropriazione della SOVRANITA’ POPOLARE;
  • la finalità è che “il Governo abbia più possibilità di poter far il proprio lavoro“;
  • il lavoro del Governo sarebbe quello di rimuovere “la cronica debolezza degli esecutivi nell’attuazione del programma del governo” (leggi anche “esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti” nonchè “l’elevata conflittualità tra i diversi livelli di governo” (leggi anche “governi centrali deboli nei confronti delle regioni“);
  • per adeguarsi all’austerità imposta dall’Unione Europea ed ai dogmi delle regole di mercato dell’economia globale, di matrice neoliberista (spacciate per “leggi di natura”);
  • in attesa che si completi l’opera di rimozione selvaggia delle “tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori” nonché della “licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo“;
  • infatti, “la radicalizzazione neoliberale comporta un modo di governare per mezzo della crisi, anzi anche a favore della crisi, poiché la crisi è il solo orizzonte delle oligarchie dominanti” (C.Laval, La nuova ragione del mondo DeriveApprodi).

 

Sì! Il piano inclinato di questa la Legge di REVISIONE Costituzionale ci condurrebbe verso una riduzione degli spazi di democrazia ed un surplus di oligarchia.

 

 

 

P.S. Oggi è morto un Grande: Dario Fo; non mi unisco all’ipocrisia dilagante in queste ore di chi versa lacrime di coccodrillo, Ti dico solo GRAZIE per quello che ci hai insegnato civilmente in questi anni, purtroppo ci mancherai.

 

 

Il Bicameralismo (2)

Con questo articolo continuiamo la disamina dell’articolo 55 oggetto della Legge di REVISIONE Costituzionale, che sarà sottoposta al referendum costituzionale ai sensi dell’art. 138 della Costituzione, il 4 dicembre prossimo; dopo aver verificato che, sul versante della titolarità del rapporto di fiducia con il Governo, il “nuovo” art. 55 supererebbe il bicameralismo, poiché il Governo dovrebbe avere la fiducia solo della Camera dei Deputati e non più del Senato della Repubblica [vedi, anche per il nuovo testo,  Il Bicameralismo (1)], dobbiamo delineare i caratteri istitutivi del bicameralismo e del monocameralismo, non in astratto ma nella architettura organica della Costituzione … per una scelta consapevole e responsabile, come concludevamo nel precedente articolo.

Ricordiamo intanto che siamo sempre nel Titolo I “Il Parlamento”, Sezione I relativa a “Le Camere”, che inizia proprio con l’art. 55 in esame; e che, quando parliamo di bicameralismo del Parlamento, correttezza impone di chiarire se lo stiamo declinando sulla linea essenziale della formazione delle leggi [che troviamo nel suddetto Titolo I, ma nella Sezione II, il “famoso”art. 70] o sulla linea relazionale della fiducia al Governo [che difatti troviamo in altro Titolo, il III “Il Governo”, art. 94 vigente]; qui è quest’ultimo aspetto che interessa e, pertanto, l’analisi verrà allargata anche al predetto art. 94, modificato dall’art. 25 della Legge di REVISIONE Costituzionale, in calce.

I caratteri principali dell’istituto del bicameralismo, con i suoi effetti, vengono così indicati dalla dottrina. A) Il miglioramento tecnico della legislazione; il duplice esame permette infatti di attuare una prova di resistenza nel tempo ed un controllo di merito, e ciò vale sia per il bicameralismo integrale, che in forma attenuata; addirittura quest’ultimo, il bicameralismo imperfetto, si lascerebbe preferire, purché la camera fornita di minori poteri legislativi sia composta di membri qualificati sotto il profilo tecnico e meno vincolati ad interessi politici [argomento ben noto ai Costituenti, anche se “i tentativi fatti allo scopo di predeterminare categorie speciali di eleggibili non ottennero successo“, come chi c’era ricorda (cfr. C.Mortati, Istituzioni di Diritto Pubblico, I, pag. 474, 1975) oltre ad informarci pure che “il problema relativo al modo di comporre la seconda camera è stato quello che ha più a lungo occupato l’Assemblea Costituente, insieme a quello dell’ordinamento regionale” (ibidem)]. B) La garanzia per la solidità dell’ordinamento e per la stabilità dell’indirizzo politico generale; due camere, specialmente se elette con criteri ed in momenti differenti, rappresentano in modo più completo che non una sola assemblea, le forze politiche del paese, mentre il concorso delle due volontà permette di meglio adeguare le norme alle esigenze di evoluzione dell’ordinamento e di attuare funzioni di reciproco impulso e controllo [non a caso i Costituenti avevano voluto differenziare le due assemblee fissando una diversa durata di 5 anni per la Camera e di 6 per il Senato, senonché la L.Cost. n. 2/1963 pareggiò la durata in 5 anni, con ciò codificando una prassi che si era instaurata e che faceva accompagnare allo scioglimento anticipato della Camera quello del Senato – come i meno giovani tra Voi sicuramente ricordano – ma sacrificando, al contempo, il criterio della differenziazione temporale sull’altare, già allora, della stabilità del Governo]. C) Il controllo più attento e puntuale dell’esecutivo; il controllo è infatti massimo quando il bicameralismo è integrale ed il Governo deve godere della fiducia di entrambe le Camere.

A) riguarda il bicameralismo circa la formazione delle leggi e, pertanto, in questa sede lo tralasciamo, poiché stiamo esaminando il bicameralismo sull’altro versante del rapporto fiduciario Parlamento/Governo; B) attiene ad entrambi; ma, soprattutto, C) interessa di più qui, perché riguarda esclusivamente il bicameralismo in ragione del tema della fiducia.

Gli elementi di critica al bicameralismo, ed a favore dell’unicameralismo, sono così indicati in dottrina. D) in generale, il perpetuarsi di parlamenti bicamerali composti da una camera elettiva e da una non elettiva non trova giustificazioni solide negli ordinamenti democratici; poiché, o la volontà della camera non elettiva è conforme a quella della camera elettiva, e allora la camera non elettiva è inutile; o ne dissente, ed allora è nociva, se il sistema rappresentativo si basa sulla volontà popolare. E) in particolare, per ciò che attiene al rapporto di fiducia Parlamento/Governo, al fine della stabilità del governo la soluzione bicamerale è da respingere, in quanto l’esistenza di due centri di controllo aumenta le occasioni di crisi; se poi nelle due camere vi fossero maggioranze opposte, l’attività del governo può diventare impossibile.

D) non ci interessa qui, ma tornerà utile più avanti, quando si parlerà della composizione del Senato della Repubblica; con E) siamo nel cuore della questione che ci interessa ora.

Ai quattro lettori che seguono, non sarà sfuggito che ciò che contraddistingue C) il controllo più attento e puntale dell’esecutivo  è esattamente speculare a quanto assicurato da E) “ la stabilità del Governo “, stando alla dottrina.

In termini tecnico-giuridici la questione è pertanto semplice e si può riassumere così: sul versante della titolarità del rapporto di fiducia col Governo (art. 94), il bicameralismo assicura il controllo più attento e puntale dell’esecutivo da parte del Parlamento, ovvero, in forma mediata, del Popolo, cui appartiene la sovranità (art. 1, signori), laddove, il monocameralismo garantisce una maggiore stabilità del Governo, diminuendo il controllo del Parlamento.

Due Camere, più forza al controllo del Parlamento; una Camera, più forza alla stabilità del Governo. Come detto, non esiste quindi una formula magica che permetta di dire giuridicamente è meglio uno o l’altro, in sé e per sé ed in assoluto [chi la mette così è intellettualmente disonesto]; il diritto ci dice semplicemente ma concretamente: se c’è A, allora ci sarà B; se S, allora ci sarà T. Poi, tocca a Noi decidere se A (BICAMERALISMO) o S (MONOCAMERALISMO), consapevoli che all’uno discende doverosamente B (controllo), all’altro T (stabilità).

A quel punto la scelta sarà solo politica, tenendo presente però che stiamo comparando istituti non omogenei tra loro: il controllo riguarda il Parlamento, la stabilità il Governo [anche per ciò è impossibile logicamente dire è meglio A o S].

Storicamente, la Sinistra ha avuto sempre più a cuore il controllo del Parlamento sul Governo, per uno sviluppo democratico, in quanto il Parlamento è (o dovrebbe essere) espressione della Sovranità Popolare; la Destra è sempre stata più incline a favorire il Governo sul Parlamento, sottraendo prerogative a questo e dando più forza a quello, su di un piano inclinato che vede al capolinea la dittatura (perché con un uomo solo al comando, signori, è indubbio che risolveremmo tutti i problemi di stabilità, forza ed autorità dell’esecutivo).

Coloro che si dichiarano di sinistra e che magari hanno dietro le spalle, mentre leggono questo articolo, ancora la foto del “Che” – di cui oggi ricordiamo purtroppo l’assassinio –  è bene, credo, che riflettano su questa elementare questione.

Ma al di là delle categorie politiche sinistra/destra (che molti ritengono superate) ed accertato che la legge di revisione sottoposta a referendum costituzionale rafforza il Governo ed indebolisce il Parlamento, l’analisi non potrà considerarsi esaurita  e non potremo avere un giudizio chiaro, finché non cercheremo di capire a cosa mira il rafforzamento del Governo, quali siano i suoi scopi …..

Art. 25.
(Fiducia al Governo)

1. All’articolo 94 della Costituzione sono apportate le seguenti
modificazioni:
a) al primo comma, le parole: « delle due Camere » sono sostituite
dalle seguenti: « della Camera dei deputati »;
b) al secondo comma, le parole: « Ciascuna Camera accorda o revoca
la fiducia » sono sostituite dalle seguenti: « La fiducia e’
accordata o revocata »;
c) al terzo comma, le parole: « alle Camere » sono sostituite dalle
seguenti: « innanzi alla Camera dei deputati »;
d) al quarto comma, le parole: « di una o d’entrambe le Camere »
sono sostituite dalle seguenti: « della Camera dei deputati »;
e) al quinto comma, dopo la parola: « Camera » sono inserite le
seguenti: « dei deputati ».

Il Bicameralismo (1)

Dal 2016 al 1309

Quarto appuntamento con la disamina degli articoli della Legge di REVISIONE Costituzionale, che sarà sottoposta al referendum costituzionale ai sensi dell’art. 138 della Costituzione – finalmente lo sappiamo deo gratias – il 4 dicembre prossimo; dopo aver analizzato gli articoli inerenti gli istituti di democrazia diretta [vedi L’iniziativa popolare e Il Referendum] e della Funzione legislativa [vedi La Funzione Legislativa (1)La Funzione Legislativa (2) e La Funzione Legislativa (3) ] restiamo nel Titolo I “Il Parlamento”, passando però alla sezione (I) relativa a “Le Camere”, che inizia con l’articolo 55.

L’Assemblea Costituente approvò quest’articolo nelle sedute del 23 settembre, 18 e 24 ottobre 1947; la discussione sull’art. 55 determinò infatti contrasti intanto fra i sostenitori della scelta per la repubblica parlamentare e coloro che preferivano la repubblica presidenziale. La scelta cadde sul sistema di repubblica parlamentare, con alcuni temperamenti; “il tentativo di inserire un elemento del regime presidenziale, con la garanzia di una certa stabilità di vita dell’esecutivo, nel congegno proprio del regime parlamentare (caratterizzato dall’esclusiva derivazione del Governo dal Parlamento) avrebbe potuto far sperare di dar vita ad una stabilità più sostanziale di quella che non si sarebbe avuta col regime presidenziale” (dall’intervento del relatore On. Mortati). Il congegno (temperamento) fu introdotto con la previsione, per il voto di fiducia (art. 94 Costituzione), che il Governo non ha l’obbligo delle dimissioni di fronte ad un voto contrario di una o entrambe le Camere, dipendendo invece dal voto nominale su una mozione motivata di s/fiducia. [Dunque: la questione della stabilità dell’esecutivo è un problema coevo alla Costituzione, i Costituenti lo avevano a cuore, e proposero un “congegno” vigente ancora adesso, ed anche nella futuribile revisione, se è vero che il “congegno” dell’art. 94 revisionante è rimasto inalterato].

La scelta del regime parlamentare impose subito dopo un’altra questione: quella fra il sistema bicamerale e unicamerale; il dibattito, qui, fu ancora più lungo e più vivo il contrasto di opinioni. L’argomento dirimente e fondamentale fu quello esposto dall’ On. Tosatto: “la seconda Camera si costituisce per attuare il principio, ormai generale in tutti i moderni ordinamenti costituzionali, di equilibrio nella organizzazione dello Stato” (cfr., anche per Mortati cit., La Costituzione della Repubblica italiana di Falzone, Palermo, Cosentino, pagg. 175 e 176, 1976) e, pertanto, il criterio della parità fra le due Camere fu dibattuto, accolto e poi condiviso all’unanimità … con buona pace di chi sostiene – oggi, con cattiva propaganda menzognera – che i Costituenti introdussero il bicameralismo senza tanta convinzione, quasi non sapessero quello che stavano facendo e col retro-pensiero che il monocameralismo fosse più bello (mancando, quanto meno, di rispetto nei confronti di coloro che la componevano: le migliori menti politiche e giuridiche del tempo [vedi Costituzione, come nacque ).

Come per gli articoli già esaminati, occorre rilevare come la precedente Legge di Revisione, pubblicata nella G.U. n. 269 del 18.11.2005, e sottoposta al secondo referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006, si occupò, pesantemente, anche di questo aspetto … ci torneremo, come per l’art. 7o [vedi L’articolo 70 dell’altro referendum].

L’articolo 1 della Legge di Revisione (in calce) sostituisce quasi integralmente l’articolo 55 della Costituzione. Come?

Intanto, sotto l’aspetto sovrastrutturale del linguaggio e sotto l’aspetto strutturale del diritto, possono valere le stesse osservazioni già proposte con la disamina dell’articolo 70 revisionante, e ad esse pertanto rimandiamo [vedi La Funzione Legislativa (1) e La Funzione Legislativa (2) ]; anche qui l’originario I°comma di 13 parole viene integrato di 5 ulteriori commi ed infatti – in particolare, nel 5° e 6° comma, riguardanti, non a caso, il punto dolens del Senato – sono palesi: A) la farraginosità, l’oscurità e la bruttezza stilistica delle norme,in evidente contrasto con la limpidezza e l’essenzialità della norma originaria; come pure B) la carenza dei caratteri essenziali della norma stessa, generalità ed astrattezza.

Fino al 1309 il Comune di Siena aveva sempre prodotto norme scritte in latino; ma, in quell’anno, si prese una decisione straordinaria per l’Europa medievale “fare scrivere, a le spese del Comune di Siena, uno Statuto del Comune, di nuovo in volgare di buona lettera grossa, bene legibile et bene formata, acciocchè le povere persone et l’altre persone che non sanno grammatica, et li altri che vorranno, possano vedere e copia trarre“(cfr. S.Settis “Costituzione!”, pag. 19, 2016).

Nella disamina dell’articolo 70 revisionante, si era inoltre rilevato un altro aspetto critico, quello meta-strutturale della propaganda, che qui, invece, non sussiste.

Se lì, infatti, si criticava opportunamente la vulgata main stream che tende ad accreditare la tesi del superamento del bicameralismo (circa l’esercizio della funzione legislativa), qui, invece, bisogna dire che la vulgata funziona, perché il bicameralismo cesserebbe effettivamente di esistere (sull’altro versante, della titolarità del rapporto di fiducia con il Governo): da questa angolazione è vero dunque che il “nuovo” art. 55 supererebbe il bicameralismo, poiché il Governo dovrebbe avere la fiducia solo della Camera dei Deputati, e non più del Senato della Repubblica (cfr. art. 94, 1°comma).

Per uscire tuttavia dalle secche della vuota propaganda sul punto e capire su cosa si va a votare, bisogna, credo, superare la dicotomia bicameralismo/monocameralismo, perché non esiste che uno è “buono” e l’altro è “cattivo”, in astratto o in sé e per sé; piuttosto, occorre sforzarsi di comprendere cosa sono  il bicameralismo ed il monocameralismo (sul versante della titolarità del rapporto di fiducia con il Governo) e, soprattutto, cosa essi significano e possano determinare una volta inseriti nell’insieme della architettura costituzionale.

Solo allora, ciascuno di Noi, popolo sovrano, potrà dire: preferisco quello o questo, consapevole che la scelta di uno o l’altro dei due “istituti” non è neutra, ma implica istituzionalmente, e quindi necessariamente, un rapporto diverso tra gli “organi” statali (Governo/Parlamento); giunti a quel punto la scelta della strada da percorrere sarà squisitamente politica.

Da Bologna, se vado verso Modena, sto utilizzando la A1 che necessariamente mi condurrà a Milano; se vado verso Rimini, sto utilizzando la A14 che necessariamente mi condurrà a Taranto.

Il prossimo articolo delineerà pertanto i caratteri istitutivi del bicameralismo e del monocameralismo, non in astratto ma nella architettura organica della Costituzione … per una scelta consapevole e responsabile (nel senso che poi ciascuno se ne deve assumere le responsabilità)!

A1 o A14?

Art. 1. 

                          (Funzioni delle Camere) 
  
   1. L'articolo 55 della Costituzione e' sostituito dal seguente: 
   « Art. 55. - Il Parlamento si compone della Camera dei  deputati  e
 del Senato della Repubblica. 
   Le leggi che stabiliscono le modalita'  di  elezione  delle  Camere
 promuovono l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza. 
   Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione. 
   La Camera dei deputati e' titolare del rapporto di fiducia  con  il
 Governo ed esercita la funzione di indirizzo  politico,  la  funzione
 legislativa e quella di controllo dell'operato del Governo. 
   Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni  territoriali
 ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti 
   costitutivi della Repubblica. Concorre all'esercizio della funzione
 legislativa  nei  casi  e  secondo  le  modalita'   stabiliti   dalla
 Costituzione, nonche' all'esercizio delle funzioni di raccordo tra lo
 Stato,  gli  altri  enti  costitutivi  della  Repubblica  e  l'Unione
 europea.  Partecipa  alle  decisioni  dirette   alla   formazione   e
 all'attuazione degli atti normativi  e  delle  politiche  dell'Unione
 europea. Valuta le politiche pubbliche e l'attivita' delle  pubbliche
 amministrazioni e  verifica  l'impatto  delle  politiche  dell'Unione
 europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle  nomine  di
 competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e  a  verificare
 l'attuazione delle leggi dello Stato. 
   Il Parlamento si riunisce in seduta comune  dei  membri  delle  due
 Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione ».