Trattati UE e COSTITUZIONE.

TRATTATI UE e COSTITUZIONE

Prima di affrontare il “cuore” del problema, che inchioda costituzionalmente lo Stato ad assicurare “l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio” (c.d. pareggio di bilancio) e lo costringe solo in via straordinaria a fare “ricorso all’indebitamento”, vediamo più da vicino il rapporto tra i Trattati dell’Unione Europea e la Costituzione.

Visto che siamo entrati nella settimana che culminerà con le celebrazioni del Trattato di Roma del 1957 – che istituì la CEE-Comunità Economica Europea e l’EURATOM  (prossimo articolo) – ma, soprattutto, poiché quella norma revisionata trae origine da un Trattato della UE-Unione Europea.

All’inizio del 2012, infatti, il Consiglio europeo, non all’unanimità, approvò il nuovo patto di bilancio, anche detto “fiscal compact”, ma più precisamente definito come Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria; è bene precisare come questo Trattato non sia mai stato approvato dal Parlamento europeo; il Trattato è entrato formalmente in vigore l’ 1.1.2013 ed ogni Stato ha avuto un anno di tempo per inserire il principio che impone il pareggio di bilancio nella propria legislazione; gli Stati che hanno introdotto tale regola possono ottenere eventuali prestiti da parte del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

Questa premessa era doverosa per studiare l’argomento che è all’ordine della settimana; al di fuori della scienza giuridica, infatti, la vulgata tradizionale afferma ormai da tempo come i Trattati europei siano superiori alla Costituzione, riscrivendo così una inedita gerarchia delle fonti normative.

Non è così, non è mai stato così e, soprattutto, non sarà mai così (fintanto almeno che la Nostra Costituzione conserverà il cardine della RIGIDITÀ’).

La prova risiede già nel fatto che, se i Trattati UE, da cui si origina anche l’imposizione del pareggio di bilancio, fossero veramente prevalenti sulla Costituzione, sarebbe stato superfluo e non necessario affannarsi (nel senso di precipitarsi) ad inserire in Costituzione il pareggio di bilancio con il nuovo articolo 81 [cfr. L’art.81: il c.d.”pareggio di bilancio” (2)]; in termini di logica, prima ancora che di diritto: se una norma è contenuta in una legge superiore, non necessita di essere riprodotta in una legge di rango inferiore, poiché questa non potrà mai derogare a quella, semmai il contrario.

Qualora, tuttavia, tale deduzione fosse ritenuta una mera speculazione teorica, il conforto ad essa potrà pervenire dalla fonte più autorevole in materia, la Corte Costituzionale.

Le pronunce della Corte sul punto sono chiare ed inequivocabili; ne riportiamo solo due.

Sentenza n. 48 del 18.6.1979 della Corte Costituzionale: “Occorre comunque affermare, più in generale per quanto attiene alle norme di diritto internazionale riconosciute che venissero ad esistenza dopo l’entrata in vigore della Costituzione, che il meccanismo di adeguamento automatico previsto dall’art. 10 Cost. non potrà in alcun modo consentire la violazione dei principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, operando in un sistema costituzionale che ha i suoi cardini nella sovranità popolare e nella rigidità della Costituzione (punto 3. del Considerato in diritto)

Se pensassimo che le pronuncia menzionata sia troppo antica, la Corte Costituzionale (composta anche dai signori Sergio MATTARELLA e Giuliano AMATO) con la sentenza n. 238 del 22.10.2014 ha ribadito ulteriormente il principio: “3.2.– Non v’è dubbio, infatti, ed è stato confermato a più riprese da questa Corte, che i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona costituiscano un «limite all’ingresso […] delle norme internazionali generalmente riconosciute alle quali l’ordinamento giuridico italiano si conforma secondo l’art. 10, I° comma, della Costituzione» (sentenze n. 48 del 1979 e n. 73 del 2001) ed operino quali “controlimiti” all’ingresso delle norme dell’Unione europea (ex plurimis: sentenze n. 183 del 1973, n.170 del 1984, n. 232 del 1989, n. 168 del 1991, n. 284 del 2007), oltre che come limiti all’ingresso delle norme di esecuzione dei Patti Lateranensi e del Concordato. Essi rappresentano, in altri termini, gli elementi identificativi ed irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale, per ciò stesso sottratti anche alla revisione costituzionale“.

Stop. Fine della discussione, seria, sulla questione, incontrovertibile, della supremazia della Costituzione su qualsiasi norma internazionale, ivi comprese quelle della UE.

La questione allora è un’altra ed involge un altro piano: quello politico.

E’evidente che questa supremazia normativa non si traduce concretamente nella realtà di tutti i giorni, come sarebbe legittimo che sia; passando dal piano del diritto a quello della politica infatti le cose cambiano, perché cambiano i rapporti di forza tra la Costituzione ed i Trattati UE, meglio, tra i valori, le idee e i principi che informano l’una e gli altri.

Se la Costituzione è imperniata sul lavoro ed i lavoratori, mentre i Trattati UE si basano sul mercato ed i mercanti, il conflitto è nella realtà delle cose e la direzione è quella dell’attacco di questi ultimi verso la Costituzione, ovvero del più forte verso il più debole, per affermare definitivamente il proprio dominio.

Perché altrimenti, periodicamente, la Corte Costituzionale – come visto – si vede costretta a difendere le prerogative della Costituzione? perché altrimenti la Costituzione viene aggredita sistematicamente nella sua dis/applicazione (soprattutto, per quel che riguarda i Rapporti Economici del Titolo III della Parte I)? perché altrimenti, solo qualche mese fa, si è cercato di revisionare la Costituzione, svuotandola dei suoi contenuti per conformarla alle necessità imposte dai rapporti economici e politici prevalenti?

Vista da questa ottica, l’aver avuto la capacità di arrestare l’avanzata neo-liberista (tipo Stalingrado) e di evitare la “quadratura del cerchio” istituzionale costituisce il merito più rilevante della vittoria referendaria del 4 dicembre; ma il conflitto tra Costituzione e Trattati UE non è risolto con quel voto, ma da quel voto potrebbe ripartire per invertire la tendenza ed il primo passo sarà l’abolizione del pareggio di bilancio e l’attuazione della Costituzione.

 

Un’ ultima nota, prima di chiudere; se la supremazia giuridica della Costituzione è evidente, se la supremazia politica compete, per ora, ai Trattati UE [questo è il conflitto], allora il “CE LO CHIEDE L’EUROPA” è solo un luogo comune, falso: la traduzione di norme della UE nel nostro ordinamento non è un atto necessitato imposto dall’esterno (in forza del diritto) bensì una precisa scelta discrezionale del legislatore italiano (in virtù della politica), che così operando certifica solo la propria conformità ai valori, le idee e i principi che informano i Trattati dell’Unione Europea, in contrasto con la Nostra Costituzione.

 

 

 

 

12 novembre 2011

La “Riforma” dell’architettura costituzionale dello Stato parte da lontano.

Il 12 novembre del 2011, cinque anni fa, proprio come oggi (era un sabato) cadeva definitivamente il Governo Berlusconi.

Tutto era iniziato con una lettera del 5 agosto 2011 inviata dalla Bce al Governo italiano, firmata dal presidente Jean Claude Trichet e da quello che sarebbe stato il suo successore, Mario Draghi; con questa lettera la Banca Centrale Europea indicava le misure da adottare “con urgenza” dall’Italia per “rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali“: dalle liberalizzazioni alla riforma del mercato del lavoro e delle pensioni.

Tutto si concluse – per Silvio – con un’altra lettera che Lui inviò alla Unione Europea il 26 ottobre 2011 in occasione di un vertice a Bruxelles, con la quale fece l’ultimo tentativo per riuscire a recuperare la credibilità perduta, dopo le tante bacchettate ricevute dal 5 agosto in poi.

Quando si sta ad un passo dal baratro, si sa, si è disposti ad accettare tutte le richieste che ci vengono rivolte: è quello che fece Berlusconi, compilando una bella letterina alla “Madre” (tipo quella di Nennillo, in “Natale in casa Cupiello”) in cui prometteva di fare tutto ciò che gli era stato richiesto dalla BCE e dalla UE, indicando pure la tempistica.

Cosa diceva quella missiva?

L’Italia ha sempre onorato i propri impegni europei e intende continuare a farlo“(iniziava così la lettera, con un impeto d’orgoglio nazionale)”Tuttavia, siamo consapevoli della necessità di presentare un piano di riforme globale e coerente” (per poi ammettere subito dopo la subordinazione).

Queste erano le”riforme” promesse, per quello che ci interessa.

i. Riforma dell’architettura costituzionale dello Stato. Il Governo italiano è impegnato in un processo di complessiva riforma costituzionale. Essa riguarda tanto l’assetto costituzionale dei poteri, quanto la cornice normativa volta a promuovere le condizioni di sviluppo del mercato e una disciplina più rigorosa delle finanze pubbliche. Pur nella complessità del processo di revisione costituzionale, l’Italia intende giungere all’approvazione della prima lettura di tali disegni di legge costituzionale entro i prossimi 6/12 mesi. In particolare, quanto alla riforma dello Stato, si tratta dei seguenti provvedimenti: b.Due disegni di legge (all’esame del Parlamento) di riforma complessiva dell’organizzazione dei vertici delle istituzioni politiche, con particolare riferimento alla riduzione significativa del numero dei parlamentari, all’abolizione delle province, alla riforma in senso federale dello Stato, alla maggiore efficienza dei meccanismi decisionali e al rafforzamento del ruolo dell’esecutivo e della maggioranza. Sul secondo versante, relativo alla disciplina del mercato e al rigore della finanza pubblica, si prevede:  b.Un disegno di legge sull’introduzione del vincolo di pareggio di bilancio sul modello già seguito in altri ordinamenti europei. A tal fine si deve ricordare che l’articolo 138 della Costituzione Italiana impone che le leggi costituzionali ad intervallo non minore di tre mesi. Quindi, anche con la massima celerità possibile, le riforme costituzionali richiedono dei tempi minimi imprescindibili. Le conseguenti leggi attuative saranno successivamente attuate senza indugio, non essendovi vincoli temporali nell’ambito della Costituzione“.

Dunque, i compiti assegnati dalla “Madre” (BCE ed UE) erano la riduzione significativa del numero dei parlamentari, all’abolizione delle province, alla riforma in senso federale dello Stato, alla maggiore efficienza dei meccanismi decisionali e al rafforzamento del ruolo dell’esecutivo e della maggioranza nonché il vincolo di pareggio di bilancio; Nennillo (il primo ministro Berlusconi) aveva deciso di eseguirli.

Ma, come sappiamo, era fuori tempo massimo e venne sostituito da chi dava migliori garanzie di esecuzione: prima Monti, et voilà, ecco il pareggio di bilancio nella Carta costituzionale (revisione dell’art.81 e non solo) solo 6 mesi dopo, nel maggio 2012!

Poi Letta, che il 10 giugno 2013, in incredibile simultaneità col dettato di J.P.Morgan del 28 maggio 2013 [cfr. Il Bicameralismo (3) ] presenta il disegno di legge per la revisione costituzionale!

Verosimilmente, neppure Letta dava le “giuste” garanzie per giungere all’ultimo ed attuale premier, che deve solo raccogliere il testimone; al netto della riforma federalistica dello Stato (omaggio di Berlusconi alla Lega e forse uno dei principali motivi della sua inaffidabilità) la legge di revisione costituzionale sottoposta al referendum del 4 dicembre è infatti completamente in linea con i compiti affidati nel 2011 all’Italia da BCE ed UE con particolare riferimento alla riduzione significativa del numero dei parlamentari, all’abolizione delle province, alla maggiore efficienza dei meccanismi decisionali e al rafforzamento del ruolo dell’esecutivo e della maggioranza.

Appare evidente allora che gli autori della stessa REVISIONE non risiedono in Italia, ove albergano solo gli esecutori del progetto.

Un progetto che coglie la contraddizione attuale tra una Costituzione nazionale che si fonda sul principio lavoristico (art. 1″L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”) e perciò costituisce un ostacolo al principio fondante del mercato, della moneta unica, imposto dal governo sovranazionale.

Questa è la vera posta in gioco il 4 dicembre!