Referendum consultivo ATAC; Privatizzazioni versus Costituzione (ancora).

Domenica 11 novembre a Roma si terrà un referendum consultivo sul trasporto pubblico locale, gestito da ATAC.

ATAC S.p.A. opera con capitale di proprietà comunale, come organismo “in house” del socio unico Roma Capitale: è pertanto una società a partecipazione pubblica.

I quesiti referendari sono due e chiedono al cittadino romano di esprimersi favorevolmente o no sulla liberalizzazione e privatizzazione “dei servizi relativi al trasporto pubblico locale” soprattutto con l’affidamento mediante gare pubbliche ad una pluralità di gestori (ma anche con la promozione dell’esercizio di trasporti collettivi non di linea): in entrambi i casi nel rispetto supremo della concorrenza.

Ci interessa più il primo, per il principio del “trasporto di linea” e perché riguarda la disciplina delle modalità di affidamento della gestione dei servizi pubblici locali.

STORIA 1

Le municipalizzazioni dell’acqua, dell’elettricità, del gas avvengono in un’epoca in cui si votava per censo – votava il 10% della popolazione che pagava la income tax – la borghesia britannica voleva disfarsi delle concessioni date ai monopolisti privati che erano inefficienti e facevano costare i servizi pubblici molto più del necessario di cui il sistema  industriale avesse bisogno” [cfr. M.Florio, Economia e politica dello Stato senza proprietà, in Quale Stato, Quaderni, 15, 2008, pag.44]. Siamo all’inizio del secolo scorso; del resto, risale al 1909 a Roma la municipalizzazione del settore dei servizi tranviario e dell’energia elettrica, da cui nacquero l’Azienda Autonoma Tranvie Municipali e l’Azienda Elettrica Municipale, progenitori delle odierne ATAC ed ACEA. Anche qui l’obiettivo era quello “di abbassare i costi per i singoli e per la collettività“[cfr. V.Vidotto, Roma Contemporanea, Laterza, 2006, pag.125]; anche qui, il merito fu della borghesia illuminata, il Sindaco Ernesto Nathan [1] era un radical-popolare e l’alleanza [2] di cui era a capo si chiamava Blocco Popolare (Unione Liberale Popolare) [cfr. V.Vidotto, Roma Contemporanea, Laterza, 2006, pagg.119-122].

Storicamente, pertanto, i quesiti referendari del 2018 si propongono di riportare indietro le lancette della Storia di un secolo, spacciando, come moderni, principi liberali antichi, ritenuti superati dagli stessi liberali dell’epoca.

STORIA 2

Questi vecchi principi liberali già sono stati respinti dalla maggioranza dei cittadini italiani.

Il primo quesito referendario infatti ripropone parte dei contenuti dell’art. 23 bis del D.L. n. 112/2008, convertito in L. n. 133/2008 (la cosiddetta Riforma Ronchi), interamente abrogato, a seguito del referendum popolare del 2011, con il DPR n. 113/2011: in quella occasione i cittadini italiani votando SI al quesito n. 1 si dichiararono contrari a stabilire come modalità ordinaria di gestione dei servizi pubblici locali l’affidamento a soggetti privati attraverso gara.

Storicamente, pertanto, i quesiti referendari del 2018 si propongono di riportare indietro le lancette del Diritto, calpestando la netta pronuncia popolare di 27 milioni di persone del 12/13 giugno 2011; ponendosi così nel solco ed imitando, in piccolo, il tentativo purtroppo riuscito del Governo Berlusconi, che col D.L. n.138 del 13.8.2011 resuscitò gran parte delle stesse disposizioni legislative abrogate in via referendaria, col primo quesito, in aperta violazione del principio della sovranità popolare, sancito dall’art. 1 della Costituzione[3].

DIRITTO

ATAC eroga attualmente un servizio pubblico essenziale in regime di monopolio parziale; circa il 15% del trasporto pubblico di superficie a Roma, infatti, è gestito dalla società consortile privata TPL s.c.a r.l.

Come si configura giuridicamente questo servizio?

Bene Pubblico e Bene Comune.

Bene pubblico, perché per il diritto positivo “tutto ciò che serve alla comunità per garantire la sopravvivenza propria e dei singoli diventa cosa pubblica ed è sottratto all’arbitrarietà delle volontà individuali per garantirne l’accesso universale” [cfr. C.Iannello, Beni pubblici versus beni comuni, Forumcostituzionale.it, 2013, pagg. 8-9].

Ma anche, per la teoria dei beni comuni, Bene Comune o, meglio, Bene Sociale.

Secondo la Riforma dei beni pubblici della Commissione Rodotà del 2007, le reti locali di pubblico servizio sarebbero state inserite all’interno della categoria dei beni sociali “le cui utilità essenziali sono destinate a soddisfare bisogni corrispondenti ai diritti civili e sociali delle persone” (le altre due categorie erano quelle dei beni comuni, propriamente detti, e dei beni sovrani).

Bene pubblico, comune o sociale che sia – al di là delle distinzioni dottrinarie – qual’è oggettivamente la funzione della rete locale di pubblico servizio di Roma? e quali diritti protegge?

  • In quanto servizio pubblico essenziale, la funzione che svolge è di preminente interesse generale, non serve cioè l’Amministrazione Pubblica ma piuttosto la collettività, come insegnava 100 anni fa il Sindaco dell’Unione Liberale Popolare.
  • Ancor più importante, i diritti che tutela e soddisfa sono diritti fondamentali garantiti dalla Nostra Carta Costituzionale, come insegna la dottrina amministrativa più qualificata che da sempre ha concepito i trasporti pubblici di linea come prestazioni amministrative, volte a garantire diritti tutelati a livello costituzionale.

Da qui la riserva originaria o successiva, ai sensi dell’art. 43 della Costituzione, a favore della socializzazione dell’impresa che gestisce il servizio di trasporto pubblico di linea.

Pertanto, se la funzione della rete locale di pubblico servizio di Roma è di preminente interesse generale e se tutela diritti fondamentali garantiti dalla Nostra Carta Costituzionale, la gestione non può che competere alle istituzioni pubbliche, attraverso l’ATAC, siccome al 100% di Roma Capitale (e al limite non S.p.A.).

Orientarsi al mercato, con una gestione invece privatistica, volta quindi a generare profitto sarebbe  incompatibile con la funzione di preminente interesse generale della rete locale di pubblico servizio di Roma ed inoltre comprimerebbe la tutela dei diritti fondamentali ad essa riconducibile. La prova? Venite nelle periferie romane, ove non a caso opera il privato TPL, è chiedete alle donne ed agli uomini che prendono il bus se il servizio sia “più bello e più superbo che pria“, venite, venite ….. o, peggio, chiedete agli autisti di TPL, che più di una volta hanno dovuto scioperare per ottenere ciò che gli spetterebbe di diritto: lo stipendio.

Un’ultima annotazione.

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 24/2011, chiamata a rispondere sulla ammissibilità del quesito referendario n.1, rilevò l’insussistenza di impedimenti di natura comunitaria “sia perché il quesito non ha ad oggetto una legge a contenuto comunitariamente vincolato (e, quindi, costituzionalmente vincolato, in applicazione degli artt. 11 e 117, 1°co., Cost.); sia perché l’eventuale abrogazione referendaria non comporterebbe alcun inadempimento degli obblighi comunitari“.

Come rilevato dal Prof. Alberto Lucarelli “si smentiva che il diritto europeo imponesse agli Stati membri di privatizzare tout court i servizi pubblici locali” (cfr. Beni Comuni, Dissensi, 2011, pag. 77).

Insomma, come il 12 e 13 giugno 2011,

ci penso e VOTO NO!

[1] Nel discorso di insediamento il Sindaco sostenne che “pur restando il pareggio di bilancio la legittima preoccupazione di ogni prudente amministratore, sino a quando vi sia un solo scolaro entro la nostra cerchia amministrativa, il quale non possa ricevere istruzione ed educazione civile, in ambiente sano ed adatto, le condizioni del bilancio finanziario devono cedere il passo alle imperative esigenze del bilancio morale e intellettuale” [cfr. V.Vidotto, Roma Contemporanea, Laterza, 2006, pag. 124].
[2] Nel Consiglio Comunale sedeva -piace ricordare- Meuccio Ruini, futuro Presidente della Commissione dei 75 in Assemblea Costituente.
[3] Ribadito dalla pronuncia della Corte Costituzionale, che con la sentenza n. 468/1990 ha precisato come “a differenza del legislatore che può’ correggere o addirittura disvolere quanto ha in precedenza statuito, il referendum manifesta infatti una volontà’ definitiva e irripetibile“, per cui il legislatore non può riprodurre una norma abrogata da un referendum popolare ex art. 75 Cost.

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Stato-Regione e Costituzione; sulla “competenza”.

Stato-Regioni e Costituzione. Il Governo competente ha fatto i danni, secondo la Corte Costituzionale; toccherà a quello incompetente porvi rimedio, rispettandola. Ma è mai possibile?

Nella conferenza Stato- Regioni di questa settimana si è raggiunto un accordo per sbloccare circa 4,2 miliardi di € per gli investimenti regionali. Le materie sono importanti: dissesto idrogeologico, messa in sicurezza sismica, trasporti, edilizia sanitaria e scolastica, imprese. E’ una piccola boccata d’ossigeno. L’accordo sarà recepito e normato nella manovra di bilancio del Governo.

Ma c’è una cifra 20 volte superiore a disposizione delle Regioni: gli 80 miliardi del Fondo Nazionale Investimenti che stanno lì, ma non si possono utilizzare, sono stati “bloccati” dalla Corte Costituzionale, dicono i giornali, guardando il dito piuttosto che la Luna [cfr. Il Sole 24 Ore, 16.10.2018, pag. 8]; chissà quante cose si potrebbero fare!

Cosa è successo?

Possibile che la Corte Costituzionale è contro gli investimenti, lo sviluppo e la crescita del Paese? Qualcosa non quadra, raccontata così.

A tutti coloro che lamentano, già ora, possibili profili di incostituzionalità in divenire nella Legge di Bilancio 2019 proposta dall’attuale Governo – data la loro evidente sensibilità costituzionale – non può non essere sfuggita la sicura incostituzionalità di alcune parti delle Leggi di Bilancio proposte dai precedenti governi ed approvati dal Parlamento.

Data inoltre la autoproclamata competenza, conosceranno per esempio la Sentenza n. 74 del 13.4.2018 della Corte Costituzionale (Presidente Lattanzi).

Nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 140, della legge 11 dicembre 2016, n. 232 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2017 e bilancio pluriennale per il triennio 2017-2019), promosso dalla Regione Veneto, infatti, la Corte ha ritenuto fondata la questione, dichiarando l’illegittimità  della suddetta norma “nella parte in cui non prevede un’intesa con gli enti territoriali in relazione ai decreti del Presidente del Consiglio dei ministri riguardanti settori di spesa rientranti nelle materie di competenza regionale“.

Tradotto, il Governo del 2016 ha proposto una Legge di Bilancio viziata costituzionalmente (per violazione degli artt. 117, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost.) e non rispettosa del principio di leale collaborazione; tali vizi hanno impedito l’utilizzo di 80 miliardi del Fondo Nazionale Investimenti a favore delle Regioni: quante cose si sarebbero potute fare con quei soldini!

Eppure, quelli erano COMPETENTI e questi ora sono diventati sensibili alla Costituzione.

A chi sta al Governo ora invece occorrerà “mettere insieme i cocci”, ottemperando al dettato costituzionale, che impone l’intesa con gli enti territoriali nelle materie di legislazione concorrente, anche in attuazione del principio di leale collaborazione (ed infatti l’accordo di cui sopra prevede l’impegno a raggiungere quell’intesa entro il 31.1.2019).

Ma sicuramente non c’è la faranno: questi che stanno ora al Governo sono incompetenti; non si è mai visto che un incompetente possa rimediare ai guai procurati dal “competente”.

P.S.

“Errare humanum est, perseverare autem diabolicum“.

Il competente è talmente competente che gli stessi vizi rilevati dalla Corte Costituzionale con la Sentenza n. 74/2018 (per violazione degli artt. 117, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost. nonché del principio di leale collaborazione) erano già stati sanzionati dalla Sentenza n. 251/2016, che dichiarò l’illegittimità costituzionale di 47 disposizioni della L. n. 124/2015 (c.d. riforma Madia).


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La partita elettorale e la posta in gioco.

Certe volte è ancora utile leggere i giornali, laddove fanno chiarezza e svelano involontariamente verità altrimenti occulte.

Ieri, domenica 7 gennaio, su”Il Sole 24 Ore”, c’erano addirittura due articoli, di cui è opportuna la lettura comparata.

Il primo, di Sergio Fabbrini, si intitola “Il 4 marzo la grande sfida tra europeisti e sovranisti” ha il pregio di dire le cose come sono.

Sostiene Fabbrini che la “divisione fondamentale [è] quella tra chi pensa di governare una Italia indipendente [orrore] e chi invece una Italia integrata: chiamo i primi indipendentisti [nel titolo erano “sovranisti”, censura additiva] i secondi europeisti“.

Naturalmente, del gruppo indipendentista l’alfiere da attaccare, prospettandogli la fine di Tsipras, chi può essere? “il candidato premier dei Cinque Stelle“, perché ragiona “come se disponessimo [ancora] della sovranità monetaria e dell’autonomia di bilancio“.

[Fabrini: una volta disponevamo della sovranità monetaria, da chi e per quali scopi è stata ceduta?]

Del gruppo degli europeisti, “che riconosce l’interdipendenza [leggi: cessione] soprattutto monetaria dell’Italia“, i portabandiera sono i partiti “eredi dei 3 governi di coalizione (Letta, Renzi, Gentioloni) succeduti in questa legislatura“.

La perla: “riforme come quella del Jobs Act o del sistema bancario o del sistema costituzionale [si rosica per il passato, si minaccia per il futuro] …vanno giudicatein relazione alla loro capacità di promuovere gli interessi del nostro Paese nel sistema dell’interdipendenza europea“.

L’uso del termine “interdipendenza” è una manomissione delle parole, che tende a camuffare il significato reale di “cessione”: le cosiddette riforme dei governi PD, tra le quali va ricompresa pure quella costituzionale, sono state tutte finalizzate alla interdipendenza/cessione  di sovranità “soprattutto monetaria” (peccato che all’epoca del  Referendum del 4 dicembre non ce l’avevano cantata così, ma il Popolo – cui appartiene la Sovranità – aveva comunque capito l’antifona che gli volevano sottrarre qualcosa).

Dal che discende una seconda riflessione; chi ha deciso, e quando, che gli interessi del nostro Paese siano quelli della interdipendenza europea, cioè: della ulteriore cessione di sovranità, non solo monetaria?

Ricordarsi sempre l’articolo 1 della Costituzione; quando si parla di Sovranità, si parla di Noi, dei cittadini, dell’intero corpo elettorale: del Popolo.

Le prossime elezioni dovranno dunque stabilire quale, tra queste due fondamentali posizioni, potrà guidare l’Italia per il futuro“; l’autore è qui chiarissimo nell’indicare lo scenario e la posta in gioco, come è altrettanto limpido quando delinea in conclusione l’obiettivo della coalizione “europeista”.

Se si affermerà la coalizione dell’interdipendenza europea [PD e Forza Italia] l’Italia potrà far parte del gruppo centrale dei paesi impegnati a costruire una unione politica che garantisca [occhio] il mercato unico e la democrazia liberale“, più chiaro di così!

Sempre in prima pagina, c’è però un altro articolo, di Alessandro Plateroti, “Se la Borsa supera il Pil c’è poco che festeggiare“.

Cosa è successo. A fine 2017, il valore globale delle azioni quotate sui mercati (capitalizzazione) ammonta a quasi 80 mila miliardi di dollari; il Pil globale raggiungerà, stime FMI, a mala pena i 78 mila mliardi.

E’ la seconda volta che accade (la prima fu nel 2007 e tutti ricordiamo come è andata a finire), ma non interessano qui la previsioni finanziarie.

Se la speculazione prevale sulla creazione di ricchezza reale, le asimmetrie e le distorsioni tra i due mondi potrebbero diventare socialmente ed economicamente esplosive“, ci rammenta Plateroti.

Che aggiunge, infine [attenzione]: “se il rendimento speculativo viene garantito dai governi grazie ai soldi dei contribuenti (gli aiuti straordinari delle banche centrali, alla fine, chi li paga?) mentre il reddito industriale e quello del lavoro restano tassati a morte, cade anche ogni speranza di un futuro migliore per il lavoro e per chi vive solo di stipendio“, più chiaro di così!

Dunque, la partita elettorale sembra essere, come scrive Fabrini:

MERCATO UNICO (democrazia liberale, interdipendentisti europei, cedenti ad oltranza della nostra Sovranità)                 –  rappresentati dalle coalizioni del PD e di Forza Italia

contro

INDIPENDENDENTISTI (sovranisti o, anche, populisti)  – rappresentati dalla lista del M5S

Ma il Mercato (e i governi e le banche centrali: cioè, la democrazia liberale di Fabrini)  è anche quello che sta producendo la catastrofe lucidamente delineata da Plateroti.

In realtà allora la posta in gioco è Mercato (Concorrenza e Stabilità dei Prezzi) contro Lavoro (Sovranità del Popolo).

O, anche, Costituzione (art.1) contro Trattati UE (art.3).

Del resto, tra le fila dei rappresentanti del Mercato Unico (ovvero, i mercanti) ci sono coloro che hanno cercato, invano, di attentare alla Costituzione, nel 2016 e nel 2006; tra quelle dei populisti, coloro che sono riusciti a difenderla, per non vedersi sottratta la loro sovranità.

Chiarissimo!

La sentenza della Corte Costituzionale sulla c.d.”riforma Madia”

La sentenza della Corte Costituzionale sulla c.d.”riforma Madia”

 

IL DITO E LA LUNA

Se votiamo sì non ci sarà più la possibilità che una Regione blocchi l’innovazione di tutto il Paese”, dicono i revisionisti.

Confondendo così il dito con la Luna; non è la Regione Veneto, col ricorso notificato il 12 ottobre 2015 e depositato il successivo 19 ottobre, che ti ha bloccato, sei Tu che non hai scritto bene la legge, non rispettando ed osservando la Costituzione vigente e meritandoti pertanto l’applicazione più severa: la Tua norma viene bannata dall’ordinamento e, a differenza di internet, avrà diritto all’oblio, perché è come se non fosse mai esistita.

Cosa dichiara, il dispositivo della sentenza della Corte Costituzionale n. 251 del 25/11/2016 circa la c.d. “riforma Madia”? L’illegittimità costituzionale dei seguenti articoli della legge 7 agosto 2015, n. 124 (Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche):

  1.  art. 11, comma 1, lettere a), b), numero 2), c), numeri 1) e 2), e), f), g), h), i), l), m), n), o), p) e q), e comma 2;
  2. art. 17, comma 1, lettere a), b), c), d), e), f), l), m), o), q), r), s) e t);
  3. art. 18, lettere a), b), c), e), i), l) e m), numeri da 1) a 7);
  4. art. 19, lettere b), c), d), g), h), l), m), n), o), p), s), t) e u);

nelle parti in cui – ciascuna di queste 47 disposizioni – in combinato disposto con l’art. 16, commi 1 e 4, della medesima legge, prevedono che il Governo adotti i relativi decreti legislativi attuativi previo parere, anziché previa intesa, in sede di Conferenza unificata.

E’ appena il caso di rammentare quanto rilevato nel precedente articolo [ La Corte Costituzionale]: “L’introduzione in Italia di un istituto come la Corte Costituzionale, estraneo alla tradizione del paese, è apparsa al costituente necessaria in conseguenza di due delle principali innovazioni apportate al vecchio ordinamento: l’eliminazione della costituzione flessibile e la creazione dell’ordinamento regionale, con la correlativa ripartizione di competenze fra questo e quello dello stato“, (cfr. C. Mortati “Istituzioni di Diritto Pubblico” CEDAM, 1976, pag.1367)

La Corte Costituzionale è stata pertanto istituita, anche e soprattutto, per svolgere quel sindaco di legittimità che ha condotto alla sentenza dei giorni scorsi.

Per la cronaca, la Corte ha rilevato l’anzidetta illegittimità costituzionale in riferimento agli artt.  117, 2°, 3° e 4° comma; 118; 119 della Costituzione; nonché al principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 della Costituzione.

Di fronte ad una sanzione così pesante e proveniente da una fonte così autorevole, chiunque di Noi avrebbe un momento di umile riflessione: visto che si straparla sempre del “merito” [un legislatore che non sa fare una norma costituzionalmente legittima: di questo stiamo parlando].

Invece, il protervo legislatore cosa fa? Rilancia.

Non dice che è Lui che ha sbagliato a scrivere la norma inferiore, ma che è sbagliata la norma superiore, in base alla quale è stato sindacato.

Come se a me mi arrestassero perché vado a 220 km/h per strada, ma, siccome sono furbetto, che faccio: cambio la legge, ca va sans dire (ovvero: clausola di supremazia statale e redistribuzione delle competenze, nuovo art. 117 della Costituzione: ne parleremo nel prossimo articolo), che è ciò che i revisionisti vogliono fare…

Ma non finisce qui; e, il Vigile che mi ha arrestato, che fine farà? Lo cambiamo, che te lo dico a fare (ovvero: revisiono le modalità di elezione di 5 su 15 membri della Corte Costituzionale, passando dalla nomina parlamentare in seduta comune al frazionamento della elezione di 3 membri per la Camera e 2 per il Senato), che è ciò che i revisionisti vorrebero fare…

Ma non finisce neppure qui; affinché l’opera sia completa, bisogna anche demonizzarla la Corte, sostenendo POPULISTICAMENTE che la sua Sentenza favorisce i “furbetti del cartellino“.

Questi sono proprio ……. e pensano che siamo deficienti!

A Noi piace invece pensare i nostri lettori intelligenti e che vogliono pensare da sé, sulla base dei fatti; e i fatti sono questi.

Abbiamo appena rilevato come la sentenza della Corte Costituzionale n. 251 del 25/11/2016 abbia dichiarato l’illegittimità costituzionale di ben 47 disposizioni della Legge di delegazione del 7 agosto 2015, n. 124, e, precisamente:

  • l’art. 11, nella parte riguardante la delega al Governo all’adozione di uno o più decreti legislativi in materia di dirigenza pubblica;
  • l’art. 16, nella parte in cui prevede l’elaborazione di distinti testi unici diretti alla semplificazione nei settori del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, nonché dei servizi pubblici di interesse economico generale;
  • l’art. 17, nella parte riguardante la delega al Governo per il riordino della disciplina del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche;
  • l’art. 18, nella parte riguardante la delega al Governo ad operare un riordino della disciplina delle partecipazioni azionarie delle amministrazioni pubbliche;
  • l’art. 19, nella parte riguardante la delega legislativa al Governo per il riordino della disciplina dei servizi pubblici locali d’interesse economico generale.

Questi sono i temi oggetto delle norme dichiarate illegittime, ma il problema non è nel merito quanto nel metodo, ovvero nelle competenze; la Corte osserva infatti in un passo, (punto 4.2.1) relativo all’art. 11 ma efficace anche per le altre disposizioni, come sia “dunque palese il concorso di competenze, inestricabilmente connesse, nessuna delle quali si rivela prevalente, ma ciascuna delle quali concorre alla realizzazione dell’ampio disegno di riforma della dirigenza pubblica. Pertanto, non è costituzionalmente illegittimo l’intervento del legislatore statale, se necessario a garantire l’esigenza di unitarietà sottesa alla riforma. Tuttavia, esso deve muoversi nel rispetto del principio di leale collaborazione, indispensabile anche in questo caso a guidare i rapporti tra lo Stato e il sistema delle autonomie (ex plurimis, sentenze n. 26 e n. 1 del 2016, n. 140 del 2015, n. 44 del 2014, n. 237 del 2009, n. 168 e n. 50 del 2008). Poiché le disposizioni impugnate toccano sfere di competenza esclusivamente statali e regionali, il luogo idoneo di espressione della leale collaborazione deve essere individuato nella Conferenza Stato-Regioni” [chi vuole avere l’intera sentenza, mi scriva per mail e gliela spedisco].

La “riforma Madia” è stata dichiarata non conforme alla Carta costituzionale perché espropria delle proprie competenze le Regioni, nel processo di privatizzazione e liquidazione del pubblico, scopo della stessa “riforma”.

La Corte Costituzionale non è entrata nel merito della “riforma”, giudicando incostituzionale la svendita di servizi e stato sociale (di ciò si tratta, piuttosto che del drappo agitato populisticamente  dei “furbetti del cartellino”).

Bensì nel metodo della “riforma”, bacchettando il Governo in quanto è ancora vigente la Costituzione del 1948 (che prescrive il rispetto del principio di leale collaborazione con le Regioni), non ancora le prescrizioni J.P.Morgan del 2013 (che indicava nei “governi centrali deboli nei confronti delle regioni” uno dei limiti per lo sviluppo delle loro politiche liberiste e di austerità) [cfr. Il Bicameralismo (3)].

Concludiamo, riportandoci alle fonti che amiamo, e già citate nel precedente articolo; qui è l’Onorevole Fabbri in Assemblea Costituente, che interviene nel dibattito sulla natura della Corte Costituzionale: “Ora, se noi partiamo dal concetto che questo giudice debba essere una rifrazione immediata del Parlamento, un portatore di ideologie di maggioranze occasionali, evidentemente ci avvolgiamo in un giro vizioso, perché tendiamo a dare a questo organo un carattere di riproduzione del Parlamento, che esso non deve avere per definizione, altrimenti cesserebbe di essere un giudice degli atti del Parlamento e degli atti delle Regioni, che contengano eventualmente una violazione delle leggi costituzionali“.

Ancora, a fattori invertiti, proprio come nella vecchia, ma bellissima, canzone di Fabrizio De Andrè, “Sogno Numero Due” [cfr. L’imbroglio] Ascolta:
una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge:

prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.

Armi Spuntate

Due fatti interessanti si sono verificati in questi giorni.

 

Il primo è che nella giornata dell’altro ieri, 25 ottobre, la Camera dei Deputati ha discusso il disegno di legge che prevede il dimezzamento (credo) dello stipendio dei parlamentari, ma lo stesso disegno è stato prontamente portato in commissione parlamentare, ovvero su un (probabile) binario morto.

Senza entrare nel merito della questione dei c.d. “costi della politica” o, meglio, del contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni come recita la rubrica (l’intestazione) del Testo di legge costituzionale approvato in seconda votazione a maggioranza assoluta, ma inferiore ai due terzi dei membri di ciascuna Camera, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 15 aprile 2016 [cfr. Il testo della LEGGE di REVISIONE COSTITUZIONALE (Parlamento)] e pertanto sottoposto al referendum costituzionale, in quanto richiesto il 19 aprile 2016 da 1/5 dei Deputati (anzi, 166), ai sensi dell’art. 138 Cost.

Di questo, ed altro, ci occuperemo nel prossimo articolo che riguarderà il Senato della Repubblica (art. 57).

Poiché il suddetto disegno di legge non è stato dichiarato inammissibile, qui interessa rilevare:

A) come il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni non necessita chiaramente della REVISIONE della Carta Costituzionale, essendo la sua realizzazione possibile (volendo) con una mera legge ordinaria;

B) che la “velocità” di approvazione di una legge ordinaria dipende solo ed esclusivamente dalla volontà politica; l’Ufficio Studi del Senato ha calcolato, infatti, che il tempo medio di approvazione di una legge è pari a 53 giorni (anche se, volendo, ci sono svariati casi di leggi – anche più importanti – approvate in meno giorni, per esempio: la “Salva Italia” 2011 di Monti e Fornero, 16 giorni per “riformare” tra l’altro le pensioni; o, al contrario, la legge sulla corruzione del 2015, che ci ha messo 1000 volte di più, “varata” dal Parlamento dopo ben 1546 giorni) … le conclusioni traetele Voi!

 

Il secondo è una notizia apparsa ieri, 26 ottobre, sul Sole 24 Ore, pag. 14, dal titolo “Torna il rischio politico in Europa”.

Coface, colosso francese dell’assicurazione dei crediti delle imprese, ha provato a misurare l’evoluzione e l’impatto sulla crescita economica del “rischio politico” in una recente ricerca, nella quale ha creato un indice del rischio politico per i Paesi dell’Europa occidentale, misurato in una scala compresa tra zero e cento e costruito sulla base di otto variabili: crescita del Pil, distribuzione del reddito (coefficiente di Gini), tasso di disoccupazione, rapporto deficit-Pil, corruzione, euroscetticismo, ostilità contro l’immigrazione e frammentazione politica.

Cosa dice questa ricerca. “L’aumento dell’incertezza politica si ripercuote sull’economia attraverso diversi canali, individuati nel ritardo delle decisioni di investimento da parte delle imprese, nel calo della fiducia delle famiglie, nelle fluttuazioni sui titoli azionari e obbligazionari. Un nuovo shock politico interno, di entità paragonabile a quello generato nel Regno Unito dal referendum sulla Brexit – sostiene la ricerca – avrebbe quindi un impatto molto significativo in Spagna, che si troverebbe a lasciare sul terreno 1,2 punti di Pil nell’arco di un anno. Una crisi politica di pari entità in Francia, costerebbe all’economia nazionale lo 0,7%. Nel Regno Unito, una nuova Brexit costerebbe lo 0,5% in un anno. In Germania il dazio da pagare sarebbe compreso tra lo 0,4 e lo 0,5%. Il Paese che mostra maggior capacità di tenuta a una crisi politica è l’Italia, che lascerebbe sul terreno solo lo 0,2% di crescita, se, per esempio, il referendum del 4 dicembre dovesse innescare una forte incertezza“.

Tre Miti, non c’è che dire, spazzati via in sole 24 ore.

  • lo slogan populista [cfr. Brexit: i rischi del referendum e Referendum,Plebiscito e Populismo]  del contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni  così come iscritto nella rubrica (intestazione) della legge di revisione  e che troveremo in caratteri cubitali scritto anche sulla scheda elettorale del referendum costituzionale- smascherato dal fatto che quell’obiettivo sarebbe realizzabile (volendo) con una mera legge ordinaria;
  • lo slogan della “velocità” di approvazione di una legge ordinaria, che non necessita di revisionare l’art. 70, se è vero che per tagliare le pensioni sono stati sufficienti 16 giorni mentre per tagliare lo stipendio dei parlamentari il tempo è sine die, ovvero a “data da destinarsi”, certifica che il problema è chi sta nelle istituzioni, piuttosto che la modifica di esse;
  • lo slogan populista che se non passa questa REVISIONE andiamo in recessione o torniamo indietro di 30 anni, è candidamente smentito dall’articolo summenzionato: si “lascerebbe sul terreno solo lo 0,2% di crescita, se, per esempio, il referendum del 4 dicembre dovesse innescare una forte incertezza”; non buono, certo, ma niente a che vedere con gli scenari catastrofistici di un terremoto, una tremenda inondazione e l’invasione delle cavallette [cfr. La Funzione Legislativa (1)], nell’ordine dei Blues Brothers.

CONCLUSIONE

Con la richiesta del referendum di revisione costituzionale, l’intervento popolare assume valore di elemento formativo per la perfezione della legge costituzionale (non già di mera condizione di efficacia), in quanto comporta l’aggiunta del consenso di un terzo organo prestato a quello delle camere [cfr. Perchè questo blog].
Questo principio giuridico occorrerà tenerlo sempre ben presente, in questi mesi; tradotto, significa infatti che Noi tutti cittadini – cui appartiene la Sovranità Popolare – abbiamo la rara occasione di concorrere e decidere direttamente per la produzione di una legge, costituzionale.
Occasione rara, poiché, normalmente, è il Parlamento l’organo istituzionale deputato alla formazione della legge, ordinaria; e il Parlamento è composto dai Nostri rappresentanti, quindi, normalmente, la Nostra partecipazione é mediata.
Se ci soffermiamo a pensare allora al fatto che l’intervento popolare concorra alla formazione della legge, riusciamo a comprendere la straordinarietà dell’evento e la sua importanza.

L’assunzione del principio summenzionato esige allora politicamente che il corpo elettorale – cui compete la decisione ultima – sia messo nelle massime condizioni di conoscenza: maggiori elementi di conoscenza possiedo, migliori possibilità di decidere ho. Si ripropone così un vecchio problema: conoscere per decidere.

Il fatto allora che ci si voglia manipolare con slogan piuttosto che informare, a differenza di quanto fecero i Costituenti che crearono una vera e propria campagna di ALFABETIZZAZIONE COSTITUZIONALE  non solo con radio e giornali [cfr.La Funzione Legislativa (3)], già depone in sé e per sé in senso negativo, malcelando l’impressione di uno scarso rispetto del Cittadino.

E questo è un fatto, che basterebbe e avanza; se non mi rispetti, perché devo votare la Tua REVISIONE?

Ma se mi stai manipolando, significa che c’è qualcosa dietro? Quali sono le reali finalità di questa REVISIONE?

E’quello che stiamo faticosamente cercando di capire con questo blog, ma arrivati a metà del viaggio dopo aver analizzato il Bicameralismo “paritario” [cfr. Il Bicameralismo (3)] un’idea ce la siamo fatta: rendere più forte il Governo e depotenziare gli altri livelli di governo, in primis le Regioni, per adeguarsi all’austerità imposta dall’Unione Europea ed alle regole di mercato dell’economia globale.

Questi scopi sono in effetti indicati nella Relazione che accompagna il disegno della legge di Revisione, comunicato nel 2014 al Senato, servirà però concludere il percorso avviato a maggio per capire di più e giungere a delle conclusioni rigorose e definitive, potremmo anche esserci sbagliati.

Nel frattempo, più ci penso e più VOTO NO.

 

 

Italicum, colpa o dolo?

Quei due o tre amici che mi seguono mi hanno scritto per sapere come mai non avessi fatto sentire più la mia voce; in effetti, nell’ultimo articolo Revisione costituzionale: il metodo avevo annunciato che, per non correre troppo avanti, avrei sospeso l’analisi testuale degli articoli della legge di revisione, che dovrebbe essere sottoposta al referendum costituzionale ai sensi dell’art. 138 della Costituzione, poiché, ad “allora” (4 agosto), ancora non era stata fissata la data della consultazione.

In realtà, confesso, era un mezzuccio per prendersi qualche giorno di vacanza (per vedersi in santa pace le Olimpiadi: una sorta di tregua olimpica), confidando nel fatto che presto (dopo Ferragosto, dicevano) si sarebbe conosciuta la sospirata data.

Mai fiducia è stata così mal riposta! Da allora sono passate le Olimpiadi; c’è stato il tragico terremoto di Amatrice (città a me cara, per averci corso 4 edizioni della gara podistica “Amatrice-Configno, proprio dentro, in partenza, quelle vie, ora solo cumuli di macerie: un abbraccio solidale a tutti gli amatriciani, ed anche a tutti i cittadini delle altre località colpite); si sono tenute le Paralimpiadi e, da ultimo, permane il tentativo di rovesciare costantemente l’esito delle elezioni capitoline (ma, già lo sappiamo, per le elites Elites l’esito elettorale va rispettato solo se in linea coi propri interessi Brexit: i rischi del referendum): sono successe tutte queste cose, ma la data del referendum ancora non è pervenuta al popolo sovrano.

Non temete, però,nel frattempo ho già predisposto alcuni articoli per riprendere l’analisi testuale, a partire dell’art. 55 (molti parlano, per fortuna, dell’art.70, ma vi assicuro che questo non è da meno).

Gli altri due o tre che mi seguono, inoltre, mi hanno chiesto anche perché non ho ancora fatto cenno qui alla nuova legge elettorale (c.d. “Italicum”); il motivo é semplice, sono un avvocato ed, in quanto tale, abituato in primis a studiare il diritto positivo (concretamente dato, quello che c’è).

Non posso quindi prestare il mio tempo, qui, e sottrarlo al mio tempo di lavoro, per parlare di una legge elettorale c.d. “Italicum”, che, se pur formalmente vigente, non sarà mai applicata, quindi non esiste.

E già, perché stiamo assistendo su tutti i media mainstream da tempo ormai a uno scassamento di maroni notevole perché il Sindaco di Roma Capitale non è in grado di perfezionare la sua giunta, con la nomina del nuovo Assessore al Bilancio, volendo con ciò evidenziarne – neanche troppo velatamente – così la sua incapacità, inefficienza.

Mi sta bene, la critica; non certo le sue finalità, che chiaramente ascrivo alla campagna mediatica di gettare discredito sul Sindaco e volta al tentativo di rovesciare l’esito delle elezioni capitoline perché gli interessi economici in gioco sono notevoli.

La controprova, per chiudere la parentesi e tornare alle questioni più importanti che qui sto trattando, è data da quello che sto per esporre.

Visto che si punta il dito contro l’inefficenza o incapacità della istituzione capitolina, saliamo di livello: vogliamo parlare, a proposito di incapacità, anche di altre istituzioni, che, dopo il varo formale dell’ “Italicum”, già stanno ideando di propore una legge elettorale diversa, o su queste taciamo?

Come li valutiamo questi legislatori, che hanno emanato una legge – peraltro già sub judice dinanzi alla Corte Costituzionale – e dopo soli pochi mesi la vogliono già cambiare, perché forse, così com’è stata fatta (da loro stessi, mica dalle opposizioni) non favorisce la loro parte “politica”?

Perché i media mainstream non applicano lo stesso metro di Roma Capitale anche qui; oggi, De Boer ha cambiato Kondogbia dopo pochi minuti perché non andava bene, era scarso: l’ “Italicum” pare essere come Kondogbia, non sembra andar bene, ma, a differenza del giocatore francese dell’Inter, non è scarsa la legge (mai può essere definita così una legge), ma è forse incapace ed inefficiente il legislatore dell’ “Italicum”, come e molto di più del Sindaco (o vogliamo equiparare un assessore, sia pure della Capitale, con una legge, e che legge, quella elettorale!)

Non vedo dita puntate, qui; come mai.

Forse perché si condivide lo spirito del legislatore elettorale, che è questo: fare una legge che soddisfi la mia parte politica.

Ma, così facendo ci sono due problemi, entrambi insormontabili: 1) contingente; nell’attuale fase politica, caratterizzata da una notevole volatilità, o fluidità, del corpo elettorale, qualsiasi trucchetto per realizzare una legge elettorale a proprio uso e consumo – ché di questo si tratta –  è destinato a fallire;  perché nel momento in cui ideo il trucco, mi baso sui dati elettorali attuali, che, data la predetta volatilità, veloce per definizione, il giorno dopo non sono più buoni e sono già destinati ad essere modificati:  questo il motivo per cui, dal maggioritario in poi ( che doveva essere la panacea di tutti i mali, ricordate?) sono stati modificati tremila volte i sistemi elettorali; e, qui, per adoperare concetti del diritto penale, siamo nella “colpa”: ovvero, quando l’evento non è voluto dal l’agente  e si verifica a causa di negligenza, imprudenza o imperizia (art. 43 c.p.); questi legislatori elettorali, da venti anni a questa parte, non sono stati in grado di promulgare una legge che soddisfacesse i loro stessi interessi (l’evento non è voluto dall’agente), si potrebbe parlare di “eterogenesi dei fini”, ma non siamo in campo filosofico bensì giuridico, e allora dobbiamo rilevare che la loro azione, come per  Kondogbia è solo causata da negligenza, imprudenza e imperizia;               2) strutturale; semplice, semplice, ma perché bisogna ridursi a fare una legge elettorale ogni 3×2, anziché fare una legge elettorale EFFICENTE che duri 40 anni almeno  e sia cioè LUNGIMIRANTE senza stare a guardare gli interessi di bottega di questo o quest’altro polo (tanto ormai i poli sono almeno 3), visto che, ormai è pure provato, non sono neppure capaci di perseguire il loro fine particulare? qui, però, siamo nel concetto di ” dolo”: ovvero, quando l’evento dannoso è dell’agente preveduto o voluto, signori, questi legislatori elettorali non vogliono fare assolutamente una legge elettorale super partes, efficiente perché  lungimirante e perciò duratura.

Ed a questi legislatori, eletti – ricordiamoci sempre – sulla base di una legge elettorale che ha subito la dichiarazione di parziale illegittimità (ma dai!) da parte della Corte Costituzionale con la Sentenza n. 1/2014 L’imbroglio ),  proprio a questi, che non sono capaci di fare una legge elettorale EFFICIENTE, per colpa o per dolo poco importa, vogliamo far REVISIONARE (non riformare) la  Carta Costituzionale?

Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto Totò!

Revisione costituzionale: il metodo

Siamo costretti a dilatare i tempi dell’analisi degli articoli della legge di revisione, che dovrebbe essere sottoposta al referendum costituzionale ai sensi dell’art. 138 della Costituzione, poiché, ad oggi, ancora non è stata fissata la data della consultazione.

Rilevato che siamo più efficienti Noi – che nel nostro piccolo ci sforziamo di studiare nel merito la legge di revisione costituzionale – che coloro che devono stabilire il giorno del referendum costituzionale (ma confidiamo nel fatto che ora che sono state “aggiustate” le nomine dei direttori dei Tg Rai, presto conosceremo pure la sospirata data), sospendiamo l’analisi testuale per non correre troppo avanti.

Anticipiamo così un paio di riflessioni sulla legge di revisione sottoposta al referendum costituzionale, che avremmo voluto proporre più in là: il metodo seguito per produrre la legge e le sue finalità.

Cominciamo dal metodo.

La prima riflessione è particolare ed attiene al fatto che, benché la materia sia genuinamente di competenza parlamentare, la produzione della legge di revisione sia stata invece appannaggio esclusivo del Governo e della sua ondivaga maggioranza. Per i scarsi di memoria storica, è appena il caso di ricordare che De Gasperi, all’epoca Presidente del Consiglio, fece praticamente scena muta per tutto il periodo dei lavori dell’Assemblea Costituente, nel rigoroso rispetto dei ruoli istituzionali e fedele al precetto di Piero Calamandrei Calamandrei e la Costituzione: “Quando si scrive la Costituzione, i banchi del Governo devono restare vuoti“.

La seconda riflessione è generale, include ed amplia quella particolare, ed è ben sintetizzata dall’appello dei (inizialmente) 70, che comincia così:
1. Ci sentiamo impegnati per il “No” nel referendum sulla riforma costituzionale e nel contempo riteniamo doveroso precisare le nostre posizioni a favore di una riforma migliore. Non crediamo né giusto, né opportuno, né corretto, che lo schieramento a favore del No sia indistinto e generico, tale da ingenerare l’idea che il No significhi la fine di un percorso necessario per il Paese. Siamo così convinti di rafforzare lo schieramento per il No ampliandone la base a chi altrimenti si sentirebbe tentato dall’astensione tra due alternative entrambe avvertite come lontane dalla propria posizione di merito e deformanti della realtà. ” e finisce, ancor più importante, così: “7. Per far questo dovremo rilanciare l’invito a “riscrivere insieme” le riforme necessarie della Costituzione trovando momenti di collaborazione parlamentare fra maggioranza ed opposizione. Tenendo conto della inadeguatezza della procedura prevista dall’articolo 138 (che ha favorito riforme frutto di maggioranze di governo) e dell’usura dello strumento delle Commissioni Bicamerali occorre, fin da adesso, progettare strumenti nuovi. A tal fine si può ipotizzare – come avvenuto “con il metodo Convenzione” per la Costituzione europea – un percorso straordinario costituente (se non un’Assemblea Costituente, a cui alcuni di noi pensano), un organo composto da un numero ristretto di membri, coinvolgendo parlamentari scelti in maniera paritaria tra i due schieramenti, rappresentanze regionali, locali ed europee, esponenti del mondo universitario e delle realtà sociali ed economiche. Giungendo così a scrivere un progetto di revisione che per l’autorevolezza dei suoi membri, e per la loro rappresentatività, sia in grado di essere approvato rapidamente dal Parlamento (eventualmente adottando procedure di tipo redigente) e ratificato da un referendum popolare.  8. Per questo voteremo “no” nel referendum. Per questo ci organizziamo per collaborare ad un’ampia partecipazione riformatrice in modo chiaramente distinto da coloro che si battono per il No in modo generico o perché ritengono di dover chiudere la stagione delle riforme. Ci batteremo insieme per mettere in moto un’iniziativa che realizzi un grande consenso nazionale su un progetto alto di riforma. E chiederemo, in particolare, di battersi con noi anche a quanti, nell’uno e nell’altro schieramento, hanno condiviso, con i referendum elettorali del 1991 e del 1993, le battaglie e le speranze per un’Italia più moderna.
Il nostro programma è quindi semplice: NO a questa riforma, SI’ ad un incisivo processo costituente, che rafforzi la Costituzione del 1948. Un serio patriottismo costituzionale va manifestato adeguando la Costituzione, non chiudendosi nelle strettoie di un assoluto conservatorismo.”.

Parole sante, sarebbe tentato di dire, soprattutto perché scritte in epoca non sospetta: questo appello intitolato “No al referendum per una riforma migliore” è infatti del 30 maggio 2006 e venne sottoscritto, tra gli altri, da Augusto Barbera, Stefano Ceccanti, Franco DeBenedetti, Enrico Morando, Roberta Pinotti, Michele Salvati e Chicco Testa.

Tutte persone, salvo errori od omissioni, che 10 anni dopo troviamo sull’altra sponda: avevano ragione allora o si sono rinsaviti (in base a cosa) ed hanno ragione ora?

Ma non ci interessa qui rappresentare la natura ondivaga di costoro, quanto rilevare la giustezza dei loro antichi rilievi sul referendum costituzionale del 2006: la revisione costituzionale tanto è possibile quanto venga attivata da un “percorso straordinario  costituente” che coinvolga il Parlamento in tutte le sue forze, senza distinzione tra maggioranza ed opposizione; solo così si avrà la garanzia che la revisione costituzionale sia, intanto, necessaria e, poi, efficace e duratura nel tempo, come la Costituzione vigente del 1948.

La prova contraria, per esempio, è la revisione costituzionale del 2001, scritta a colpi, more solito, di maggioranza da parte del Governo di turno (il famoso Titolo V) con così scarsa lungimiranza, tanto da essere ora oggetto di ulteriore revisione, dopo solo 15 anni; anche qui: avevano ragione allora o si sono rinsaviti ed hanno ragione ora?