La sentenza della Corte Costituzionale sulla c.d.”riforma Madia”

La sentenza della Corte Costituzionale sulla c.d.”riforma Madia”

 

IL DITO E LA LUNA

Se votiamo sì non ci sarà più la possibilità che una Regione blocchi l’innovazione di tutto il Paese”, dicono i revisionisti.

Confondendo così il dito con la Luna; non è la Regione Veneto, col ricorso notificato il 12 ottobre 2015 e depositato il successivo 19 ottobre, che ti ha bloccato, sei Tu che non hai scritto bene la legge, non rispettando ed osservando la Costituzione vigente e meritandoti pertanto l’applicazione più severa: la Tua norma viene bannata dall’ordinamento e, a differenza di internet, avrà diritto all’oblio, perché è come se non fosse mai esistita.

Cosa dichiara, il dispositivo della sentenza della Corte Costituzionale n. 251 del 25/11/2016 circa la c.d. “riforma Madia”? L’illegittimità costituzionale dei seguenti articoli della legge 7 agosto 2015, n. 124 (Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche):

  1.  art. 11, comma 1, lettere a), b), numero 2), c), numeri 1) e 2), e), f), g), h), i), l), m), n), o), p) e q), e comma 2;
  2. art. 17, comma 1, lettere a), b), c), d), e), f), l), m), o), q), r), s) e t);
  3. art. 18, lettere a), b), c), e), i), l) e m), numeri da 1) a 7);
  4. art. 19, lettere b), c), d), g), h), l), m), n), o), p), s), t) e u);

nelle parti in cui – ciascuna di queste 47 disposizioni – in combinato disposto con l’art. 16, commi 1 e 4, della medesima legge, prevedono che il Governo adotti i relativi decreti legislativi attuativi previo parere, anziché previa intesa, in sede di Conferenza unificata.

E’ appena il caso di rammentare quanto rilevato nel precedente articolo [ La Corte Costituzionale]: “L’introduzione in Italia di un istituto come la Corte Costituzionale, estraneo alla tradizione del paese, è apparsa al costituente necessaria in conseguenza di due delle principali innovazioni apportate al vecchio ordinamento: l’eliminazione della costituzione flessibile e la creazione dell’ordinamento regionale, con la correlativa ripartizione di competenze fra questo e quello dello stato“, (cfr. C. Mortati “Istituzioni di Diritto Pubblico” CEDAM, 1976, pag.1367)

La Corte Costituzionale è stata pertanto istituita, anche e soprattutto, per svolgere quel sindaco di legittimità che ha condotto alla sentenza dei giorni scorsi.

Per la cronaca, la Corte ha rilevato l’anzidetta illegittimità costituzionale in riferimento agli artt.  117, 2°, 3° e 4° comma; 118; 119 della Costituzione; nonché al principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 della Costituzione.

Di fronte ad una sanzione così pesante e proveniente da una fonte così autorevole, chiunque di Noi avrebbe un momento di umile riflessione: visto che si straparla sempre del “merito” [un legislatore che non sa fare una norma costituzionalmente legittima: di questo stiamo parlando].

Invece, il protervo legislatore cosa fa? Rilancia.

Non dice che è Lui che ha sbagliato a scrivere la norma inferiore, ma che è sbagliata la norma superiore, in base alla quale è stato sindacato.

Come se a me mi arrestassero perché vado a 220 km/h per strada, ma, siccome sono furbetto, che faccio: cambio la legge, ca va sans dire (ovvero: clausola di supremazia statale e redistribuzione delle competenze, nuovo art. 117 della Costituzione: ne parleremo nel prossimo articolo), che è ciò che i revisionisti vogliono fare…

Ma non finisce qui; e, il Vigile che mi ha arrestato, che fine farà? Lo cambiamo, che te lo dico a fare (ovvero: revisiono le modalità di elezione di 5 su 15 membri della Corte Costituzionale, passando dalla nomina parlamentare in seduta comune al frazionamento della elezione di 3 membri per la Camera e 2 per il Senato), che è ciò che i revisionisti vorrebero fare…

Ma non finisce neppure qui; affinché l’opera sia completa, bisogna anche demonizzarla la Corte, sostenendo POPULISTICAMENTE che la sua Sentenza favorisce i “furbetti del cartellino“.

Questi sono proprio ……. e pensano che siamo deficienti!

A Noi piace invece pensare i nostri lettori intelligenti e che vogliono pensare da sé, sulla base dei fatti; e i fatti sono questi.

Abbiamo appena rilevato come la sentenza della Corte Costituzionale n. 251 del 25/11/2016 abbia dichiarato l’illegittimità costituzionale di ben 47 disposizioni della Legge di delegazione del 7 agosto 2015, n. 124, e, precisamente:

  • l’art. 11, nella parte riguardante la delega al Governo all’adozione di uno o più decreti legislativi in materia di dirigenza pubblica;
  • l’art. 16, nella parte in cui prevede l’elaborazione di distinti testi unici diretti alla semplificazione nei settori del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche, nonché dei servizi pubblici di interesse economico generale;
  • l’art. 17, nella parte riguardante la delega al Governo per il riordino della disciplina del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche;
  • l’art. 18, nella parte riguardante la delega al Governo ad operare un riordino della disciplina delle partecipazioni azionarie delle amministrazioni pubbliche;
  • l’art. 19, nella parte riguardante la delega legislativa al Governo per il riordino della disciplina dei servizi pubblici locali d’interesse economico generale.

Questi sono i temi oggetto delle norme dichiarate illegittime, ma il problema non è nel merito quanto nel metodo, ovvero nelle competenze; la Corte osserva infatti in un passo, (punto 4.2.1) relativo all’art. 11 ma efficace anche per le altre disposizioni, come sia “dunque palese il concorso di competenze, inestricabilmente connesse, nessuna delle quali si rivela prevalente, ma ciascuna delle quali concorre alla realizzazione dell’ampio disegno di riforma della dirigenza pubblica. Pertanto, non è costituzionalmente illegittimo l’intervento del legislatore statale, se necessario a garantire l’esigenza di unitarietà sottesa alla riforma. Tuttavia, esso deve muoversi nel rispetto del principio di leale collaborazione, indispensabile anche in questo caso a guidare i rapporti tra lo Stato e il sistema delle autonomie (ex plurimis, sentenze n. 26 e n. 1 del 2016, n. 140 del 2015, n. 44 del 2014, n. 237 del 2009, n. 168 e n. 50 del 2008). Poiché le disposizioni impugnate toccano sfere di competenza esclusivamente statali e regionali, il luogo idoneo di espressione della leale collaborazione deve essere individuato nella Conferenza Stato-Regioni” [chi vuole avere l’intera sentenza, mi scriva per mail e gliela spedisco].

La “riforma Madia” è stata dichiarata non conforme alla Carta costituzionale perché espropria delle proprie competenze le Regioni, nel processo di privatizzazione e liquidazione del pubblico, scopo della stessa “riforma”.

La Corte Costituzionale non è entrata nel merito della “riforma”, giudicando incostituzionale la svendita di servizi e stato sociale (di ciò si tratta, piuttosto che del drappo agitato populisticamente  dei “furbetti del cartellino”).

Bensì nel metodo della “riforma”, bacchettando il Governo in quanto è ancora vigente la Costituzione del 1948 (che prescrive il rispetto del principio di leale collaborazione con le Regioni), non ancora le prescrizioni J.P.Morgan del 2013 (che indicava nei “governi centrali deboli nei confronti delle regioni” uno dei limiti per lo sviluppo delle loro politiche liberiste e di austerità) [cfr. Il Bicameralismo (3)].

Concludiamo, riportandoci alle fonti che amiamo, e già citate nel precedente articolo; qui è l’Onorevole Fabbri in Assemblea Costituente, che interviene nel dibattito sulla natura della Corte Costituzionale: “Ora, se noi partiamo dal concetto che questo giudice debba essere una rifrazione immediata del Parlamento, un portatore di ideologie di maggioranze occasionali, evidentemente ci avvolgiamo in un giro vizioso, perché tendiamo a dare a questo organo un carattere di riproduzione del Parlamento, che esso non deve avere per definizione, altrimenti cesserebbe di essere un giudice degli atti del Parlamento e degli atti delle Regioni, che contengano eventualmente una violazione delle leggi costituzionali“.

Ancora, a fattori invertiti, proprio come nella vecchia, ma bellissima, canzone di Fabrizio De Andrè, “Sogno Numero Due” [cfr. L’imbroglio] Ascolta:
una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge:

prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.

La Corte Costituzionale

images

LA CORTE COSTITUZIONALE

BLOCCO BUROCRATICO o PRINCIPIO di LEGALITA’?

Nella selezione degli articoli della Legge di Revisione costituzionale che sarà sottoposta al referendum del 4 dicembre, non rientrava, inizialmente, la disamina delle modifiche riguardanti la Corte Costituzionale.

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 251 del 25/11/2016 [analisi nel prossimo articolo], che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli artt. 11,17,18 e 19 della legge n. 124/2015 (c.d.”riforma Madia”) – già oggetto, peraltro, di censure ad opera di un altro organo costituzionale: il Consiglio di Stato – abbiamo tuttavia sentito parlare di “blocco burocratico!

“Siamo bloccati ed è tutta colpa della burocrazia”, hanno commentato i revisionisti.

Ma chi è l’oscuro burocrate che ha operato questo blocco, da far invidia al miglior Michael Jordan?

La CORTE COSTITUZIONALE, signori revisionisti, cui la Costituzione attribuisce, in primo luogo, la competenza a giudicare “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni“(art. 134).

Ora, il degradare la Corte ad un oscuro burocrate ed il suo superiore esercizio di GARANZIA COSTITUZIONALE ad un blocco cestistico, terrorizza non poco, a partire dalla manifesta mancanza di rispetto per un alto organo costituzionale.

Ma qual’è la funzione, presunta burocratica, della Corte Costituzionale?

L’introduzione in Italia di un istituto come la Corte Costituzionale, estraneo alla tradizione del paese, è apparsa al costituente necessaria in conseguenza di due delle principali innovazioni apportate al vecchio ordinamento: l’eliminazione della costituzione flessibile e la creazione dell’ordinamento regionale, con la correlativa ripartizione di competenze fra questo e quello dello stato“, così inizia il Professor Mortati l’esposizione del tema della giurisdizione costituzionale, nel proprio testo universitario “Istituzioni di Diritto Pubblico” (cfr.CEDAM, 1976, pag.1367).

In sede di Assemblea Costituente si discusse molto sulla funzione della Corte: burocratica, politica o giurisdizionale?

Nei resoconti delle sedute del 28/29 novembre e 2/3 dicembre 1947, non abbiamo trovato alcun intervento che alludesse alla funzione burocratica della Corte, per cui siamo portati a credere più a queste fonti pur se antiche, che ai resoconti dell’odierno mainstream.

Forse siamo vecchi creduloni, ma comunque restringiamo, con serietà, il ballottaggio alla funzione politica o giurisdizionale.

La spuntò quest’ultima, anche se la disputa fu vivace.

Sintetizzò bene i termini della questione, l’intervento dell’Onorevole Ambrosini: “La Corte Costituzionale non deve essere politica, giacché deve giudicare, pronunciare il diritto, vedere cioè se la norma della legge ordinaria corrisponda alla norma di carattere costituzionale; nel caso che non corrisponda, deve, con criterio giuridico, trarne le conseguenze“.

E’ il principio di legalità, bellezza, architrave dello stato di diritto!

Il principio che sta a fondamento così della rigidità costituzionale, come della Corte Costituzionale, la cui istituzione risponde quindi al principio “della preminenza delle fonti di ordine costituzionale nei confronti di ogni altra fonte normativa e di qualsiasi altro atto di pubbliche autorità, per supreme che siano” (cfr. V.Crisafulli, Lezioni di Diritto Costituzionale”, Vol. II, CEDAM, 1976, pag. 203).

Per chi è duro di capoccia o fa finta di non capire, traduciamo:

  • la c.d.”riforma Madia” è una Legge, la n. 124 del 2015;
  • pertanto, è una fonte normativa gerarchicamente subordinata alla Costituzione;
  • per ciò solo, soggetta al sindacato di legittimità della Corte Costituzionale;
  • quest’ultima ha il compito di verificare se quella Legge rispetta, osserva e sia conforme alla Costituzione;
  • se non lo è, la Corte Costituzionale ne dichiara l’illegittimità costituzionale, con sentenza di accoglimento.

La cessazione di efficacia delle norme della Legge dichiarate illegittime (gli artt. 11,17,18 e 19) opera ex tunc (da allora), cioè vengono estromesse definitivamente dall’ordinamento giuridico italiano e non sono più applicabili né suscettibili di ricevere alcuna osservanza ed esecuzione.

Quello che i revisionisti chiamano “blocco” è, nella realtà giuridica, il sindacato di legittimità costituzionale; ciò che definiscono “burocrate” è, in uno stato di diritto, la Corte Costituzionale! Punto.

Anzi, due punti: a) o sono ignoranti; b) o non lo sono, in tal caso bisogna preoccuparsi parecchio, per lo stato di diritto!

 

Il Presidente della Repubblica

Il PRESIDENTE della REPUBBLICA

Sesto appuntamento con la disamina degli articoli della Legge di REVISIONE Costituzionale, che sarà sottoposta al referendum il 4 dicembre prossimo ai sensi dell’art. 138 della Costituzione. Restiamo nella Parte II “Ordinamento della Repubblica”, passando però al Titolo II “Il Presidente della Repubblica”, che inizia con l’articolo 83 [vedi Parte II Ordinamento della Repubblica Titolo II (Artt. 83-91)].

L’Assemblea Costituente approvò quest’articolo nelle sedute del 21 e 22 ottobre 1947, insieme a gran parte degli altri articoli relativi al “Capo dello Stato”; la discussione principale si svolse quando si dovette decidere – entro i limiti del sistema della repubblica parlamentare – le modalità di elezione del Presidente; tema tra i più delicati fra quelli che si presentano nella politica costituzionale. Il problema che si posero i Costituenti fu il seguente: “la nomina per opera del parlamento fa incorrere nell’inconveniente di rendere il presidente espressione della maggioranza esistente al momento della elezione e quindi di compromettere l’efficienza dell’opera a lui affidata del controllo sulle camere che presuppone appunto la sua indipendenza [cfr. C.Mortati”Istituzioni di Diritto Pubblico”, Vol. I, CEDAM 1975, pag. 526]. La soluzione studiata, discussa ed elaborata fu quella di proporre 2 correttivi: “costituiti, il primo, dalla richiesta di una maggioranza speciale, così da allargare la base elettorale ed emancipare quanto più possibile il presidente da una piattaforma di partito; il secondo, dall’integrazione del parlamento con elementi estranei“[cfr. ibidem].Infine, in occasione della redazione di tale articolo venne pure prospettata l’opportunità di prevedere anche il caso di mancato raggiungimento della maggioranza assoluta “si ritenne tuttavia più opportuno lasciare non regolata tale eventualità, nell’opinione che non fosse conveniente far derivare il capo dello stato da una maggioranza relativa“[cfr. ivi, pag. 527].

Come per gli articoli già esaminati, occorre rilevare che la precedente Legge di Revisione del 18.11.2005 e sottoposta al secondo referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006, si occupò, anch’essa di questo aspetto, stabilendo, con l’art. 22, che “dopo il III scrutinio è sufficiente la maggioranza dei 3/5 dei componenti. Dopo il V scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei componenti“.

L’articolo 21 della Legge di Revisione vuole di nuovo modificare, in parte, l’art. 83. Così.

Art. 21.
(Modifiche all’articolo 83 della Costituzione in materia di delegati regionali e di quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica)

1. All’articolo 83 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
a) il secondo comma e’ abrogato;
b) al terzo comma, il secondo periodo e’ sostituito dai seguenti: «Dal quarto scrutinio e’ sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell’assemblea. Dal settimo scrutinio e’ sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti ».

La prima cosa da osservare è una certa similitudine con la precedente legge di revisione  per quello che concerne il quorum.

Tuttavia, la legge del 2005: manteneva la partecipazione dei delegati regionali (e, pur con una selezione differente, confermava il principio costituente che fosse “assicurata la rappresentanza delle minoranze” contenuto nel II comma); soprattutto, lasciava inalterato il principio fondamentale della maggioranza assoluta.

Questa legge di revisione è invece, sul punto, anche peggiore, rispetto ai correttivi indicati in Assemblea Costituente, azzerandoli.

A) La partecipazione dei delegati regionali viene abrogata (con l’abrogazione di cui al II comma), ovvero, con essa, “l’integrazione del parlamento con elementi estranei“; eliminando così uno dei due correttivi posti in Costituzione per scongiurare “l’inconveniente di rendere il presidente espressione della maggioranza esistente al momento della elezione”. Si potrebbe obiettare che la partecipazione dei delegati regionali sarebbe ora assorbita dalla “natura” del nuovo Senato, scambiando però il mezzo (la partecipazione) con il fine, che è quello sopra citato (l’integrazione con elementi estranei). Non senza osservare inoltre che, comunque ed in ogni caso, non sarebbe più  “assicurata la rappresentanza delle minoranze“, che, financo la legge di revisione del 2005 aveva ritenuto intangibile, pur in presenza di una massiccia dose, come noto, di Senato “federale”.

B) Cade, soprattutto, il principio che l’elezione del Presidente della Repubblica debba avvenire (almeno) con maggioranza assoluta, al fine di “allargare la base elettorale ed emancipare quanto più possibile il presidente da una piattaforma di partito”. Per gli odierni revisionisti, l’elezione può (non più deve) avvenire con maggioranza assoluta, non ritenendo, evidentemente e inversamente dall’opinione dei costituenti,  “in/conveniente far derivare il capo dello stato da una maggioranza relativa” e, aggiungiamo, non ritenendo opportuno determinare, a priori, il numero minimo di voti sufficienti per la sua elezione. La maggioranza dei 3/5 dei votanti, da un lato, conduce ad un dato “aperto”, essendo agganciata ad una incognita (i votanti) e significa, per assurdo, che potrebbero bastare anche solo 221 voti (60% di 316+51, ma alla Camera gli astenuti riducono il quorum); dall’altro, riduce l’elezione del Presidente della Repubblica ancor meno che a quella dell’amministratore del condominio (cfr. art. 1136, 2°co., c.c.“con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti e almeno la metà del valore dell’edificio”), essendo in tal caso preservato il quorum maggioritario della “metà del valore dell’edificio”!

E’ palese che i revisionisti  stiano andando nel senso esattamente inverso a quello indicato dall’Assemblea Costituente e sopra autorevolmente riprodotto e rappresentato [il Professore Costantino Mortati non fu solo l’autore del testo pluricitato sul quale la totalità dei studenti di giurisprudenza si è formato negli anni ’70, ma anche uno dei componenti della Commissione dei 75 ( cfr. Costituzione, come nacque)].

Dunque, i revisionisti – che sembrano avere in odio i Professori – ritengono probabilmente conveniente: “far derivare il capo dello stato da una maggioranza relativa” e “rendere il presidente espressione della maggioranza esistente al momento della elezione“.

Non sfugge certo a costoro (qualcuno che avrà studiato Mortati ci sarà … ) che così si rischia “di compromettere l’efficienza dell’opera a lui affidata del controllo sulle camere che presuppone appunto la sua indipendenza“, ma, verosimilmente, la perdita di legittimità ed autorevolezza della più alta carica dello Stato non rientra tra le cose che essi hanno a cuore, se la sua elezione può avvenire con quorum inferiore a quello necessario per la elezione del Vostro amministratore di condominio.

Un altro “passo avanti” nella corsa al cambiamento o un passo indietro sul terreno della democrazia?

 

 

Il Senato della Repubblica (2)

IL SENATO DELLA REPUBBLICA  (2)

Concludiamo la disamina dell’art. 2 della Legge di REVISIONE Costituzionale, riguardante il Senato della Repubblica; l’articolo revisionato è il 57.

Abbiamo già evidenziato che il punto principale per capire la REVISIONE del Senato consiste nella espropriazione della sovranità popolare: il Senato non rappresenterà più il Popolo, ma le “istituzioni territoriali” [cfr.Il Senato della Repubblica (1)].

Il Senato dunque non è stato abolito.E’ stata abolita l’elezione diretta da parte dei cittadini.

Ma a che titolo il Senato – pur non eletto dai cittadini, ovvero dai proprietari della sovranità –  farebbe la prossima legge di revisione costituzionale?

Attendiamo serenamente una risposta, in linea con i principi del costituzionalismo (e non dell’assolutismo); nel frattempo potremmo fermarci qui, poiché questo argomento della palese sottrazione di sovranità popolare, soprattutto tra gli elettori della “sinistra”, dovrebbe essere più che dirimente: in finale, si sta parlando delle prerogative di NOI Cittadini, che diminuiscono “democraticamente”!

Ma per completezza vogliamo parlare anche degli aspetti secondari, ovvero degli slogan con i quali si cerca populisticamente di carpire la nostra benevolenza e celare i reali scopi di questa REVISIONE del Senato.

Sul presunto superamento del bicameralismo paritario. Ne abbiamo già scritto [cfr. La Funzione Legislativa (3)], ma basta rileggersi la domanda di sopra: i 95 senatori, integrati dai 5 di nomina presidenziale, potranno mettere mano ad una futura revisione della Costituzione, partecipando della funzione legislativa relativa alle leggi costituzionali (che sono al II gradino nella gerarchia delle fonti normative, dopo la Costituzione e prima delle leggi ordinarie)!

Sulla reale revisione del titolo V. Allo scopo dichiarato di debellare “l’elevata conflittualità tra i diversi livelli di governo“ [cfr. Il Bicameralismo (3) ] si sono depotenziati i poteri delle Regioni; due strumenti su tutti: reintroduzione della clausola di “supremazia statale”; aumento delle materie di esclusiva competenza statale. Li studieremo prossimamente, qui si vuole mettere in evidenza questa bizzarria: il Senato diventerebbe al 95% rappresentativo delle “istituzioni territoriali”, alle quali, al contempo, vengono tolti poteri con la revisione del Titolo V: come si concilia tutto ciò, che organicità possiedono queste norme nel loro insieme?

Sulla riduzione del numero dei parlamentari ed il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni. “Il ridimensionamento del Senato ci farà risparmiare 50 milioni di Euro all’annoecco il prezzo da pagare per la espropriazione della nostra sovranità!

VALIAMO COSI’ POCO? Il PIL nel 2015 è stato pari a 1636 miliardi di euro, quindi i 50 milioni annui sarebbero equivalenti a circa lo 0,003% del PIL; il Bilancio di previsione 2016 del Senato prevedeva una spesa pari a 540 milioni circa, quindi i 50 milioni annui sarebbero equivalenti a circa il 10% del Bilancio: sulla “Borsa” dei diritti veramente poco è scambiata la nostra espropriazione, o no? Ma se pure fosse 10 volte tanto, o 100, poco cambierebbe; sempre si tratterebbe di cedere sovranità (qui, il potere di votare i senatori) in cambio di denari.

La Costituzione non è un mercato e se si vorrebbero veramente contenere i costi di funzionamento delle istituzioni, ormai lo sappiamo, sono più che sufficienti le leggi ordinarie [vedi il disegno di legge del 25 ottobre scorso, relativo al dimezzamento dello stipendio dei parlamentari (cfr. Armi Spuntate)] senza, soprattutto, ledere i diritti costituzionali dei cittadini!

Oppure, a proposito di armi “appuntite”, per contenere i costi, si potrebbe revocare lo stanziamento di 13 miliardi di euro per l’acquisto di 90 cacciabombardieri F35, disposto con la Legge di Stabilità 2016: meglio 215 senatori in più e 1 cacciabombardiere in meno, o no? Anche a mente dell’art. 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli ..”!

Ed ancora.

Ad oggi, le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei senatori tra i consiglieri e i sindaci, sono IGNOTE e sarebbero vigenti solo le disposizioni transitorie.

95 i senatori da nominare; ad ogni Regione, più Province autonome di Trento e Bolzano, compete 1 sindaco (22) ed almeno 2 consiglieri regionali (44): fanno così 66. I restanti 29 come verranno ripartiti tra le 22 Regioni e Province? In base alla popolazione, sì, ma con quale criterio proporzionale?

Insomma “se si vuole che i senatori rappresentino i territori non devono essere eletti dai legislativi (il Consiglio regionale) ma nominati dagli esecutivi (la Giunta) – come in Germania – ed operare con vincolo di mandato; se si vuole che i senatori partecipino del processo legislativo (e di revisione costituzionale) allora devono essere eletti dal popolo” (cfr. G. Zagrebelsky “Loro diranno, Noi diciamo”pag. 64, Laterza, 2016).

Da ultimo, una “perla”.

“L’ufficio di consigliere regionale è incompatibile con quello di membro di una delle Camere”; recitano gli statuti delle 5 Regioni a Statuto Speciale (Friuli, Sardegna, Sicilia, Trentino & Alto Adige, Valle d’Aosta): nella gerarchia delle fonti del diritto, questi statuti hanno il rango di legge costituzionale. Occorrerebbe pertanto una nuova legge costituzionale (anzi 5) per armonizzare gli statuti con questa legge di revisione.

“Ma non potevano stare più attenti e scriverla meglio ?” ha osservato qualcuno.

Appunto; l’attenzione e la scrittura, la cura ed il linguaggio. Questo “pasticcio” dà la cifra della – già rilevata,[cfr. La Funzione Legislativa (1) e La Funzione Legislativa (2)]- incultura giuridica e ristrettezza culturale degli estensori di questa legge, per ciò incapaci di creare un quadro organico ed armonioso delle norme che essi stessi andavano a revisionare.

Se non ci credete, andateVi a vedere, per favore, l’art. 34 della legge sottoposta a referendum [cfr. Il Testo della LEGGE di REVISIONE COSTITUZIONALE (Regioni)] che revisiona una prima volta il II comma dell’art. 120 della Costituzione; poi, leggeteVi l’art. 38, che al punto 9 manomette una seconda volta il medesimo comma dell’art. 120 [cfr. Il Testo della LEGGE di REVISIONE COSTITUZIONALE (Corte Costituzionale, transitorie e finali)]: se scrivessi Io un contratto così – non la Costituzione – perderei il lavoro, a proposito del tanto decantato “merito”!

Ma forse questo “pasticcio” gli è scappato via tra un “canguro”, una “tagliola” o una “seduta fiume”, ovvero gli strumenti usati per ridurre gli spazi di discussione nel corso del dibattito parlamentare.

Perché bisognava fare in fretta; dove si dimostra che “leggi approvate più velocemente” – un mantra dei revisionisti – non si traduce automaticamente in “leggi più buone”[e il “Salva Italia” 2011, 16 giorni per “riformare” le pensioni (cfr. ancora Armi Spuntate), è lì a ricordarcelo ogni giorno].

E perché bisognava fare in fretta? Per far vedere alla UE ed alla BCE che si era in grado di rispettare le loro tempistiche, pur se “anche con la massima celerità possibile, le riforme costituzionali richiedono dei tempi minimi imprescindibili” [ricordate la lettera di Silvio alla UE?  (cfr. 12 novembre 2011)].

Ma perché bisogna dimostrare qualcosa alla UE  ed alla BCE? Perché è dal 2011 che queste entità sovranazionali stanno indicando le misure che l’Italia deve adottare “con urgenza”  per “rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali“(lettera BCE del 5.8.2011). Ora, dopo le liberalizzazioni, la “riforma” del mercato del lavoro e delle pensioni, il cerchio si dovrebbe chiudere con la “riforma” delle riforme: l’architettura costituzionale dello Stato (come la chiamava Silvio nella sua lettera, ponendola, non a caso, al punto conclusivo del programma).

Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica (…. ) I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche (…) Ma qualcosa sta cambiando: test essenziale sarà l’Italia, dove il nuovo governo può chiaramente impegnarsi in importanti riforme politiche“ (dice JP Morgan, la data è 28 maggio 2013; Letta, il 10 giugno 2013, presenterà il primo disegno di legge di revisione costituzionale!).

Il Senato è dannoso per la credibilità delle nostre istituzioni sui mercati finanziari” (aggiunge nel 2015 l’agenzia rating Moody’s) ecco uno scopo della espropriazione della nostra sovranità!

LA NOSTRA COSTITUZIONE NON E’ UN MERCATO E NON SCAMBIAMO LA NOSTRA SOVRANITA’ POPOLARE PER ALCUN CORRISPETTIVO.

LA NOSTRA COSTITUZIONE E’ SOVRANA E NON SARA’ MAI PIEGATA, SOTTOMESSA O SUBORDINATA AD ALCUN TRATTATO EUROPEO (“di stabilità” o “fiscal compact” che sia).

 

 

 

 

12 novembre 2011

La “Riforma” dell’architettura costituzionale dello Stato parte da lontano.

Il 12 novembre del 2011, cinque anni fa, proprio come oggi (era un sabato) cadeva definitivamente il Governo Berlusconi.

Tutto era iniziato con una lettera del 5 agosto 2011 inviata dalla Bce al Governo italiano, firmata dal presidente Jean Claude Trichet e da quello che sarebbe stato il suo successore, Mario Draghi; con questa lettera la Banca Centrale Europea indicava le misure da adottare “con urgenza” dall’Italia per “rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali“: dalle liberalizzazioni alla riforma del mercato del lavoro e delle pensioni.

Tutto si concluse – per Silvio – con un’altra lettera che Lui inviò alla Unione Europea il 26 ottobre 2011 in occasione di un vertice a Bruxelles, con la quale fece l’ultimo tentativo per riuscire a recuperare la credibilità perduta, dopo le tante bacchettate ricevute dal 5 agosto in poi.

Quando si sta ad un passo dal baratro, si sa, si è disposti ad accettare tutte le richieste che ci vengono rivolte: è quello che fece Berlusconi, compilando una bella letterina alla “Madre” (tipo quella di Nennillo, in “Natale in casa Cupiello”) in cui prometteva di fare tutto ciò che gli era stato richiesto dalla BCE e dalla UE, indicando pure la tempistica.

Cosa diceva quella missiva?

L’Italia ha sempre onorato i propri impegni europei e intende continuare a farlo“(iniziava così la lettera, con un impeto d’orgoglio nazionale)”Tuttavia, siamo consapevoli della necessità di presentare un piano di riforme globale e coerente” (per poi ammettere subito dopo la subordinazione).

Queste erano le”riforme” promesse, per quello che ci interessa.

i. Riforma dell’architettura costituzionale dello Stato. Il Governo italiano è impegnato in un processo di complessiva riforma costituzionale. Essa riguarda tanto l’assetto costituzionale dei poteri, quanto la cornice normativa volta a promuovere le condizioni di sviluppo del mercato e una disciplina più rigorosa delle finanze pubbliche. Pur nella complessità del processo di revisione costituzionale, l’Italia intende giungere all’approvazione della prima lettura di tali disegni di legge costituzionale entro i prossimi 6/12 mesi. In particolare, quanto alla riforma dello Stato, si tratta dei seguenti provvedimenti: b.Due disegni di legge (all’esame del Parlamento) di riforma complessiva dell’organizzazione dei vertici delle istituzioni politiche, con particolare riferimento alla riduzione significativa del numero dei parlamentari, all’abolizione delle province, alla riforma in senso federale dello Stato, alla maggiore efficienza dei meccanismi decisionali e al rafforzamento del ruolo dell’esecutivo e della maggioranza. Sul secondo versante, relativo alla disciplina del mercato e al rigore della finanza pubblica, si prevede:  b.Un disegno di legge sull’introduzione del vincolo di pareggio di bilancio sul modello già seguito in altri ordinamenti europei. A tal fine si deve ricordare che l’articolo 138 della Costituzione Italiana impone che le leggi costituzionali ad intervallo non minore di tre mesi. Quindi, anche con la massima celerità possibile, le riforme costituzionali richiedono dei tempi minimi imprescindibili. Le conseguenti leggi attuative saranno successivamente attuate senza indugio, non essendovi vincoli temporali nell’ambito della Costituzione“.

Dunque, i compiti assegnati dalla “Madre” (BCE ed UE) erano la riduzione significativa del numero dei parlamentari, all’abolizione delle province, alla riforma in senso federale dello Stato, alla maggiore efficienza dei meccanismi decisionali e al rafforzamento del ruolo dell’esecutivo e della maggioranza nonché il vincolo di pareggio di bilancio; Nennillo (il primo ministro Berlusconi) aveva deciso di eseguirli.

Ma, come sappiamo, era fuori tempo massimo e venne sostituito da chi dava migliori garanzie di esecuzione: prima Monti, et voilà, ecco il pareggio di bilancio nella Carta costituzionale (revisione dell’art.81 e non solo) solo 6 mesi dopo, nel maggio 2012!

Poi Letta, che il 10 giugno 2013, in incredibile simultaneità col dettato di J.P.Morgan del 28 maggio 2013 [cfr. Il Bicameralismo (3) ] presenta il disegno di legge per la revisione costituzionale!

Verosimilmente, neppure Letta dava le “giuste” garanzie per giungere all’ultimo ed attuale premier, che deve solo raccogliere il testimone; al netto della riforma federalistica dello Stato (omaggio di Berlusconi alla Lega e forse uno dei principali motivi della sua inaffidabilità) la legge di revisione costituzionale sottoposta al referendum del 4 dicembre è infatti completamente in linea con i compiti affidati nel 2011 all’Italia da BCE ed UE con particolare riferimento alla riduzione significativa del numero dei parlamentari, all’abolizione delle province, alla maggiore efficienza dei meccanismi decisionali e al rafforzamento del ruolo dell’esecutivo e della maggioranza.

Appare evidente allora che gli autori della stessa REVISIONE non risiedono in Italia, ove albergano solo gli esecutori del progetto.

Un progetto che coglie la contraddizione attuale tra una Costituzione nazionale che si fonda sul principio lavoristico (art. 1″L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”) e perciò costituisce un ostacolo al principio fondante del mercato, della moneta unica, imposto dal governo sovranazionale.

Questa è la vera posta in gioco il 4 dicembre!

Il Senato della Repubblica (1)

Quinto appuntamento con la disamina degli articoli della Legge di REVISIONE Costituzionale, che sarà sottoposta al referendum il 4 dicembre prossimo ai sensi dell’art. 138 della Costituzione. Dopo l’analisi degli articoli inerenti gli istituti di Democrazia diretta, della Funzione legislativa e delle Camere (in relazione al Bicameralismo) restiamo nel Titolo I “Il Parlamento”, Sezione I, per affrontare il Senato della Repubblica, che inizia con l’articolo 57.

L’Assemblea Costituente approvò quest’articolo nelle sedute del 24 e 25 settembre, 7 e 8 ottobre 1947, insieme ai successivi articoli 58 e 59; la discussione sull’articolo 57 non registrò i contrasti incontrati, ad esempio, per l’approvazione dell’art. 55. La formula del primo comma, cuore dell’articolo, “Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale” infatti era stata posta”per completare l’edificio regionale“, tanto che già la Commissione per la Costituzione [cfr. Costituzione, come nacque] aveva deciso che il Senato dovesse avere un nesso particolare con l’istituto della Regione, conferendo a questo ente la possibilità di partecipare alla formazione della seconda camera: “Base regionale significa collegamento stabile ed istituzionale fra l’ordinamento regionale ed il Senato“, dichiarò l’On. Mortati.

La legge costituzionale n. 2 del 9 febbraio 1963 revisionò poi tale articolo, senza toccare il summenzionato principio della “base regionale”, ma stabilendo un numero fisso di senatori elettivi (315) e fissando un criterio di ripartizione dei seggi fra le varie Regioni; ulteriore revisione ci sarà poi nel 2001, con la legge costituzionale n. 1 che introdusse il principio dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero.

Come per gli articoli già esaminati, occorre rilevare che la precedente Legge di Revisione del 18.11.2005 e sottoposta al secondo referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006, si occupò, anch’essa di questo aspetto … ci torneremo, come per l’art. 7o [cfr. L’articolo 70 dell’altro referendum].

L’articolo 2 della Legge di Revisione (in calce) sostituisce per intero l’art. 57. Come?

La prima cosa da osservare è che se stiamo parlando di Senato, vuol dire evidentemente che è ancora qui e non è stato abolito. La seconda cosa da notare è invece che è stata abolita l’elezione diretta da parte dei cittadini.

Se ora il Popolo esercita la sua sovranità in maniera diretta attraverso l’istituto delle elezioni dei deputati e dei senatori (oltre le elezioni amministrative), con questa REVISIONE costituzionale registriamo una sottrazione di sovranità secca.

Il risultato sarebbe che il Senato non rappresenterà più il Popolo, ma le “istituzioni territoriali”.

Questo è il punto cruciale per capire la REVISIONE del Senato.

Passo indietro. “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” articolo 1, comma 2 della Nostra Carta. La parola appartiene è riassuntiva di 3 concetti: 1) il possesso (il popolo è sovrano per diritto naturale originario); 2) la proprietà (il popolo si riconosce titolare della sovranità e ne autodefinisce i modi e le forme di esercizio); 3) l’irrinunciabilità (il popolo non può rinunciare ad essere sovrano). Il proponente, On. Fanfani, spiegò che la parola appartiene”è sufficiente ad indicare a un tempo la fonte, il fondamento e il delegante della sovranità, cioè il popolo“.

L’unico soggetto che costituisce la Repubblica è dunque il Popolo.

Mentre negli stati federati, data la loro composizione, vi è un secondo soggetto costituente: l’entità territoriale. Ma l’Italia non è uno stato federale, la Costituzione non lo prevede, né presuppone l’esistenza di un soggetto alternativo al Popolo che sia fonte, fondamento e delegante della sovranità.

Seguendo il proponente Fanfani:

  • solo il Popolo possiede la sovranità;
  • il Popolo non può rinunciarvi, ma può delegare la propria sovranità, ;
  • coloro che la ricevono, tramite le elezioni dirette, deputati e senatori, diventano i suoi delegati, i rappresentanti del Popolo.

La REVISIONE dice invece che i novantacinque senatori (su 100) sono rappresentativi delle istituzioni territoriali, che non posseggono però sovranità; l’esproprio della nostra sovranità (che già democraticamente basta e avanza) crea così questa distorsione.

Siccome il Bicameralismo è vivo e vegeto [cfr. Il Bicameralismo (3) e La Funzione Legislativa (3)], il Senato continua a partecipare del processo di formazione delle leggi, a partire da quelle di rango costituzionale: per favore, visto che non sarebbero eletti dai cittadini, ovvero dai proprietari della sovranità, a che titolo questi farebbero la prossima – per prendere l’esempio più importante – legge di revisione costituzionale?

Avete capito bene, ricapitolando, con l’art. 57 revisionato:

  • i 95 senatori non vengono eletti dai cittadini;
  • il Senato non rappresenta più il Popolo;
  • il Popolo è espropriato della sua Sovranità;
  • malgrado la Sovranità appartenga al Popolo, dice la Costituzione, art. 1, mica uno qualsiasi;
  • tuttavia, i 95 abusivi potranno mettere mano ad una futura revisione della Costituzione, dice l’art. 70 revisionato.

Se qualcuno mi convince, con argomenti logici e giuridici, della legittimità e della giustizia di questo processo, voterò SI.

Ma serviranno argomenti forti e tali da “giustificare” la accertata espropriazione della NOSTRA Sovranità, questione centrale posta da questo mostro dell’ articolo 57.

Non mi parlate perciò di slogan quali il superamento del bicameralismo paritario (peraltro già qui smentito) nonché la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni o la revisione del titolo V, per favore!

 

 

Art. 2.

(Composizione ed elezione del Senato della Repubblica)

1. L’articolo 57 della Costituzione e’ sostituito dal seguente:
« Art. 57. – Il Senato della Repubblica e’ composto da
novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali
e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della
Repubblica.
I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento
e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i
propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci
dei Comuni dei rispettivi territori.
Nessuna Regione puo’ avere un numero di senatori inferiore a due;
ciascuna delle Province autonome di Trento e di Bolzano ne ha due.
La ripartizione dei seggi tra le Regioni si effettua, previa
applicazione delle disposizioni del precedente comma, in proporzione
alla loro popolazione, quale risulta dall’ultimo censimento generale,
sulla base dei quozienti interi e dei piu’ alti resti.
La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi
delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti,in
conformita’ alle scelte espresse dagli elettori per i candidati
consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le
modalita’ stabilite dalla legge di cui al sesto comma.
Con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le
modalita’ di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del
Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci, nonche’ quelle
per la loro sostituzione, in caso di cessazione dalla carica elettiva
regionale o locale. I seggi sono attribuiti in ragione dei voti
espressi e della composizione di ciascun Consiglio ».

Armi Spuntate

Due fatti interessanti si sono verificati in questi giorni.

 

Il primo è che nella giornata dell’altro ieri, 25 ottobre, la Camera dei Deputati ha discusso il disegno di legge che prevede il dimezzamento (credo) dello stipendio dei parlamentari, ma lo stesso disegno è stato prontamente portato in commissione parlamentare, ovvero su un (probabile) binario morto.

Senza entrare nel merito della questione dei c.d. “costi della politica” o, meglio, del contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni come recita la rubrica (l’intestazione) del Testo di legge costituzionale approvato in seconda votazione a maggioranza assoluta, ma inferiore ai due terzi dei membri di ciascuna Camera, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 15 aprile 2016 [cfr. Il testo della LEGGE di REVISIONE COSTITUZIONALE (Parlamento)] e pertanto sottoposto al referendum costituzionale, in quanto richiesto il 19 aprile 2016 da 1/5 dei Deputati (anzi, 166), ai sensi dell’art. 138 Cost.

Di questo, ed altro, ci occuperemo nel prossimo articolo che riguarderà il Senato della Repubblica (art. 57).

Poiché il suddetto disegno di legge non è stato dichiarato inammissibile, qui interessa rilevare:

A) come il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni non necessita chiaramente della REVISIONE della Carta Costituzionale, essendo la sua realizzazione possibile (volendo) con una mera legge ordinaria;

B) che la “velocità” di approvazione di una legge ordinaria dipende solo ed esclusivamente dalla volontà politica; l’Ufficio Studi del Senato ha calcolato, infatti, che il tempo medio di approvazione di una legge è pari a 53 giorni (anche se, volendo, ci sono svariati casi di leggi – anche più importanti – approvate in meno giorni, per esempio: la “Salva Italia” 2011 di Monti e Fornero, 16 giorni per “riformare” tra l’altro le pensioni; o, al contrario, la legge sulla corruzione del 2015, che ci ha messo 1000 volte di più, “varata” dal Parlamento dopo ben 1546 giorni) … le conclusioni traetele Voi!

 

Il secondo è una notizia apparsa ieri, 26 ottobre, sul Sole 24 Ore, pag. 14, dal titolo “Torna il rischio politico in Europa”.

Coface, colosso francese dell’assicurazione dei crediti delle imprese, ha provato a misurare l’evoluzione e l’impatto sulla crescita economica del “rischio politico” in una recente ricerca, nella quale ha creato un indice del rischio politico per i Paesi dell’Europa occidentale, misurato in una scala compresa tra zero e cento e costruito sulla base di otto variabili: crescita del Pil, distribuzione del reddito (coefficiente di Gini), tasso di disoccupazione, rapporto deficit-Pil, corruzione, euroscetticismo, ostilità contro l’immigrazione e frammentazione politica.

Cosa dice questa ricerca. “L’aumento dell’incertezza politica si ripercuote sull’economia attraverso diversi canali, individuati nel ritardo delle decisioni di investimento da parte delle imprese, nel calo della fiducia delle famiglie, nelle fluttuazioni sui titoli azionari e obbligazionari. Un nuovo shock politico interno, di entità paragonabile a quello generato nel Regno Unito dal referendum sulla Brexit – sostiene la ricerca – avrebbe quindi un impatto molto significativo in Spagna, che si troverebbe a lasciare sul terreno 1,2 punti di Pil nell’arco di un anno. Una crisi politica di pari entità in Francia, costerebbe all’economia nazionale lo 0,7%. Nel Regno Unito, una nuova Brexit costerebbe lo 0,5% in un anno. In Germania il dazio da pagare sarebbe compreso tra lo 0,4 e lo 0,5%. Il Paese che mostra maggior capacità di tenuta a una crisi politica è l’Italia, che lascerebbe sul terreno solo lo 0,2% di crescita, se, per esempio, il referendum del 4 dicembre dovesse innescare una forte incertezza“.

Tre Miti, non c’è che dire, spazzati via in sole 24 ore.

  • lo slogan populista [cfr. Brexit: i rischi del referendum e Referendum,Plebiscito e Populismo]  del contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni  così come iscritto nella rubrica (intestazione) della legge di revisione  e che troveremo in caratteri cubitali scritto anche sulla scheda elettorale del referendum costituzionale- smascherato dal fatto che quell’obiettivo sarebbe realizzabile (volendo) con una mera legge ordinaria;
  • lo slogan della “velocità” di approvazione di una legge ordinaria, che non necessita di revisionare l’art. 70, se è vero che per tagliare le pensioni sono stati sufficienti 16 giorni mentre per tagliare lo stipendio dei parlamentari il tempo è sine die, ovvero a “data da destinarsi”, certifica che il problema è chi sta nelle istituzioni, piuttosto che la modifica di esse;
  • lo slogan populista che se non passa questa REVISIONE andiamo in recessione o torniamo indietro di 30 anni, è candidamente smentito dall’articolo summenzionato: si “lascerebbe sul terreno solo lo 0,2% di crescita, se, per esempio, il referendum del 4 dicembre dovesse innescare una forte incertezza”; non buono, certo, ma niente a che vedere con gli scenari catastrofistici di un terremoto, una tremenda inondazione e l’invasione delle cavallette [cfr. La Funzione Legislativa (1)], nell’ordine dei Blues Brothers.

CONCLUSIONE

Con la richiesta del referendum di revisione costituzionale, l’intervento popolare assume valore di elemento formativo per la perfezione della legge costituzionale (non già di mera condizione di efficacia), in quanto comporta l’aggiunta del consenso di un terzo organo prestato a quello delle camere [cfr. Perchè questo blog].
Questo principio giuridico occorrerà tenerlo sempre ben presente, in questi mesi; tradotto, significa infatti che Noi tutti cittadini – cui appartiene la Sovranità Popolare – abbiamo la rara occasione di concorrere e decidere direttamente per la produzione di una legge, costituzionale.
Occasione rara, poiché, normalmente, è il Parlamento l’organo istituzionale deputato alla formazione della legge, ordinaria; e il Parlamento è composto dai Nostri rappresentanti, quindi, normalmente, la Nostra partecipazione é mediata.
Se ci soffermiamo a pensare allora al fatto che l’intervento popolare concorra alla formazione della legge, riusciamo a comprendere la straordinarietà dell’evento e la sua importanza.

L’assunzione del principio summenzionato esige allora politicamente che il corpo elettorale – cui compete la decisione ultima – sia messo nelle massime condizioni di conoscenza: maggiori elementi di conoscenza possiedo, migliori possibilità di decidere ho. Si ripropone così un vecchio problema: conoscere per decidere.

Il fatto allora che ci si voglia manipolare con slogan piuttosto che informare, a differenza di quanto fecero i Costituenti che crearono una vera e propria campagna di ALFABETIZZAZIONE COSTITUZIONALE  non solo con radio e giornali [cfr.La Funzione Legislativa (3)], già depone in sé e per sé in senso negativo, malcelando l’impressione di uno scarso rispetto del Cittadino.

E questo è un fatto, che basterebbe e avanza; se non mi rispetti, perché devo votare la Tua REVISIONE?

Ma se mi stai manipolando, significa che c’è qualcosa dietro? Quali sono le reali finalità di questa REVISIONE?

E’quello che stiamo faticosamente cercando di capire con questo blog, ma arrivati a metà del viaggio dopo aver analizzato il Bicameralismo “paritario” [cfr. Il Bicameralismo (3)] un’idea ce la siamo fatta: rendere più forte il Governo e depotenziare gli altri livelli di governo, in primis le Regioni, per adeguarsi all’austerità imposta dall’Unione Europea ed alle regole di mercato dell’economia globale.

Questi scopi sono in effetti indicati nella Relazione che accompagna il disegno della legge di Revisione, comunicato nel 2014 al Senato, servirà però concludere il percorso avviato a maggio per capire di più e giungere a delle conclusioni rigorose e definitive, potremmo anche esserci sbagliati.

Nel frattempo, più ci penso e più VOTO NO.