Italicum, colpa o dolo?

Quei due o tre amici che mi seguono mi hanno scritto per sapere come mai non avessi fatto sentire più la mia voce; in effetti, nell’ultimo articolo Revisione costituzionale: il metodo avevo annunciato che, per non correre troppo avanti, avrei sospeso l’analisi testuale degli articoli della legge di revisione, che dovrebbe essere sottoposta al referendum costituzionale ai sensi dell’art. 138 della Costituzione, poiché, ad “allora” (4 agosto), ancora non era stata fissata la data della consultazione.

In realtà, confesso, era un mezzuccio per prendersi qualche giorno di vacanza (per vedersi in santa pace le Olimpiadi: una sorta di tregua olimpica), confidando nel fatto che presto (dopo Ferragosto, dicevano) si sarebbe conosciuta la sospirata data.

Mai fiducia è stata così mal riposta! Da allora sono passate le Olimpiadi; c’è stato il tragico terremoto di Amatrice (città a me cara, per averci corso 4 edizioni della gara podistica “Amatrice-Configno, proprio dentro, in partenza, quelle vie, ora solo cumuli di macerie: un abbraccio solidale a tutti gli amatriciani, ed anche a tutti i cittadini delle altre località colpite); si sono tenute le Paralimpiadi e, da ultimo, permane il tentativo di rovesciare costantemente l’esito delle elezioni capitoline (ma, già lo sappiamo, per le elites Elites l’esito elettorale va rispettato solo se in linea coi propri interessi Brexit: i rischi del referendum): sono successe tutte queste cose, ma la data del referendum ancora non è pervenuta al popolo sovrano.

Non temete, però,nel frattempo ho già predisposto alcuni articoli per riprendere l’analisi testuale, a partire dell’art. 55 (molti parlano, per fortuna, dell’art.70, ma vi assicuro che questo non è da meno).

Gli altri due o tre che mi seguono, inoltre, mi hanno chiesto anche perché non ho ancora fatto cenno qui alla nuova legge elettorale (c.d. “Italicum”); il motivo é semplice, sono un avvocato ed, in quanto tale, abituato in primis a studiare il diritto positivo (concretamente dato, quello che c’è).

Non posso quindi prestare il mio tempo, qui, e sottrarlo al mio tempo di lavoro, per parlare di una legge elettorale c.d. “Italicum”, che, se pur formalmente vigente, non sarà mai applicata, quindi non esiste.

E già, perché stiamo assistendo su tutti i media mainstream da tempo ormai a uno scassamento di maroni notevole perché il Sindaco di Roma Capitale non è in grado di perfezionare la sua giunta, con la nomina del nuovo Assessore al Bilancio, volendo con ciò evidenziarne – neanche troppo velatamente – così la sua incapacità, inefficienza.

Mi sta bene, la critica; non certo le sue finalità, che chiaramente ascrivo alla campagna mediatica di gettare discredito sul Sindaco e volta al tentativo di rovesciare l’esito delle elezioni capitoline perché gli interessi economici in gioco sono notevoli.

La controprova, per chiudere la parentesi e tornare alle questioni più importanti che qui sto trattando, è data da quello che sto per esporre.

Visto che si punta il dito contro l’inefficenza o incapacità della istituzione capitolina, saliamo di livello: vogliamo parlare, a proposito di incapacità, anche di altre istituzioni, che, dopo il varo formale dell’ “Italicum”, già stanno ideando di propore una legge elettorale diversa, o su queste taciamo?

Come li valutiamo questi legislatori, che hanno emanato una legge – peraltro già sub judice dinanzi alla Corte Costituzionale – e dopo soli pochi mesi la vogliono già cambiare, perché forse, così com’è stata fatta (da loro stessi, mica dalle opposizioni) non favorisce la loro parte “politica”?

Perché i media mainstream non applicano lo stesso metro di Roma Capitale anche qui; oggi, De Boer ha cambiato Kondogbia dopo pochi minuti perché non andava bene, era scarso: l’ “Italicum” pare essere come Kondogbia, non sembra andar bene, ma, a differenza del giocatore francese dell’Inter, non è scarsa la legge (mai può essere definita così una legge), ma è forse incapace ed inefficiente il legislatore dell’ “Italicum”, come e molto di più del Sindaco (o vogliamo equiparare un assessore, sia pure della Capitale, con una legge, e che legge, quella elettorale!)

Non vedo dita puntate, qui; come mai.

Forse perché si condivide lo spirito del legislatore elettorale, che è questo: fare una legge che soddisfi la mia parte politica.

Ma, così facendo ci sono due problemi, entrambi insormontabili: 1) contingente; nell’attuale fase politica, caratterizzata da una notevole volatilità, o fluidità, del corpo elettorale, qualsiasi trucchetto per realizzare una legge elettorale a proprio uso e consumo – ché di questo si tratta –  è destinato a fallire;  perché nel momento in cui ideo il trucco, mi baso sui dati elettorali attuali, che, data la predetta volatilità, veloce per definizione, il giorno dopo non sono più buoni e sono già destinati ad essere modificati:  questo il motivo per cui, dal maggioritario in poi ( che doveva essere la panacea di tutti i mali, ricordate?) sono stati modificati tremila volte i sistemi elettorali; e, qui, per adoperare concetti del diritto penale, siamo nella “colpa”: ovvero, quando l’evento non è voluto dal l’agente  e si verifica a causa di negligenza, imprudenza o imperizia (art. 43 c.p.); questi legislatori elettorali, da venti anni a questa parte, non sono stati in grado di promulgare una legge che soddisfacesse i loro stessi interessi (l’evento non è voluto dall’agente), si potrebbe parlare di “eterogenesi dei fini”, ma non siamo in campo filosofico bensì giuridico, e allora dobbiamo rilevare che la loro azione, come per  Kondogbia è solo causata da negligenza, imprudenza e imperizia;               2) strutturale; semplice, semplice, ma perché bisogna ridursi a fare una legge elettorale ogni 3×2, anziché fare una legge elettorale EFFICENTE che duri 40 anni almeno  e sia cioè LUNGIMIRANTE senza stare a guardare gli interessi di bottega di questo o quest’altro polo (tanto ormai i poli sono almeno 3), visto che, ormai è pure provato, non sono neppure capaci di perseguire il loro fine particulare? qui, però, siamo nel concetto di ” dolo”: ovvero, quando l’evento dannoso è dell’agente preveduto o voluto, signori, questi legislatori elettorali non vogliono fare assolutamente una legge elettorale super partes, efficiente perché  lungimirante e perciò duratura.

Ed a questi legislatori, eletti – ricordiamoci sempre – sulla base di una legge elettorale che ha subito la dichiarazione di parziale illegittimità (ma dai!) da parte della Corte Costituzionale con la Sentenza n. 1/2014 L’imbroglio ),  proprio a questi, che non sono capaci di fare una legge elettorale EFFICIENTE, per colpa o per dolo poco importa, vogliamo far REVISIONARE (non riformare) la  Carta Costituzionale?

Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto Totò!

Revisione costituzionale: il metodo

Siamo costretti a dilatare i tempi dell’analisi degli articoli della legge di revisione, che dovrebbe essere sottoposta al referendum costituzionale ai sensi dell’art. 138 della Costituzione, poiché, ad oggi, ancora non è stata fissata la data della consultazione.

Rilevato che siamo più efficienti Noi – che nel nostro piccolo ci sforziamo di studiare nel merito la legge di revisione costituzionale – che coloro che devono stabilire il giorno del referendum costituzionale (ma confidiamo nel fatto che ora che sono state “aggiustate” le nomine dei direttori dei Tg Rai, presto conosceremo pure la sospirata data), sospendiamo l’analisi testuale per non correre troppo avanti.

Anticipiamo così un paio di riflessioni sulla legge di revisione sottoposta al referendum costituzionale, che avremmo voluto proporre più in là: il metodo seguito per produrre la legge e le sue finalità.

Cominciamo dal metodo.

La prima riflessione è particolare ed attiene al fatto che, benché la materia sia genuinamente di competenza parlamentare, la produzione della legge di revisione sia stata invece appannaggio esclusivo del Governo e della sua ondivaga maggioranza. Per i scarsi di memoria storica, è appena il caso di ricordare che De Gasperi, all’epoca Presidente del Consiglio, fece praticamente scena muta per tutto il periodo dei lavori dell’Assemblea Costituente, nel rigoroso rispetto dei ruoli istituzionali e fedele al precetto di Piero Calamandrei Calamandrei e la Costituzione: “Quando si scrive la Costituzione, i banchi del Governo devono restare vuoti“.

La seconda riflessione è generale, include ed amplia quella particolare, ed è ben sintetizzata dall’appello dei (inizialmente) 70, che comincia così:
1. Ci sentiamo impegnati per il “No” nel referendum sulla riforma costituzionale e nel contempo riteniamo doveroso precisare le nostre posizioni a favore di una riforma migliore. Non crediamo né giusto, né opportuno, né corretto, che lo schieramento a favore del No sia indistinto e generico, tale da ingenerare l’idea che il No significhi la fine di un percorso necessario per il Paese. Siamo così convinti di rafforzare lo schieramento per il No ampliandone la base a chi altrimenti si sentirebbe tentato dall’astensione tra due alternative entrambe avvertite come lontane dalla propria posizione di merito e deformanti della realtà. ” e finisce, ancor più importante, così: “7. Per far questo dovremo rilanciare l’invito a “riscrivere insieme” le riforme necessarie della Costituzione trovando momenti di collaborazione parlamentare fra maggioranza ed opposizione. Tenendo conto della inadeguatezza della procedura prevista dall’articolo 138 (che ha favorito riforme frutto di maggioranze di governo) e dell’usura dello strumento delle Commissioni Bicamerali occorre, fin da adesso, progettare strumenti nuovi. A tal fine si può ipotizzare – come avvenuto “con il metodo Convenzione” per la Costituzione europea – un percorso straordinario costituente (se non un’Assemblea Costituente, a cui alcuni di noi pensano), un organo composto da un numero ristretto di membri, coinvolgendo parlamentari scelti in maniera paritaria tra i due schieramenti, rappresentanze regionali, locali ed europee, esponenti del mondo universitario e delle realtà sociali ed economiche. Giungendo così a scrivere un progetto di revisione che per l’autorevolezza dei suoi membri, e per la loro rappresentatività, sia in grado di essere approvato rapidamente dal Parlamento (eventualmente adottando procedure di tipo redigente) e ratificato da un referendum popolare.  8. Per questo voteremo “no” nel referendum. Per questo ci organizziamo per collaborare ad un’ampia partecipazione riformatrice in modo chiaramente distinto da coloro che si battono per il No in modo generico o perché ritengono di dover chiudere la stagione delle riforme. Ci batteremo insieme per mettere in moto un’iniziativa che realizzi un grande consenso nazionale su un progetto alto di riforma. E chiederemo, in particolare, di battersi con noi anche a quanti, nell’uno e nell’altro schieramento, hanno condiviso, con i referendum elettorali del 1991 e del 1993, le battaglie e le speranze per un’Italia più moderna.
Il nostro programma è quindi semplice: NO a questa riforma, SI’ ad un incisivo processo costituente, che rafforzi la Costituzione del 1948. Un serio patriottismo costituzionale va manifestato adeguando la Costituzione, non chiudendosi nelle strettoie di un assoluto conservatorismo.”.

Parole sante, sarebbe tentato di dire, soprattutto perché scritte in epoca non sospetta: questo appello intitolato “No al referendum per una riforma migliore” è infatti del 30 maggio 2006 e venne sottoscritto, tra gli altri, da Augusto Barbera, Stefano Ceccanti, Franco DeBenedetti, Enrico Morando, Roberta Pinotti, Michele Salvati e Chicco Testa.

Tutte persone, salvo errori od omissioni, che 10 anni dopo troviamo sull’altra sponda: avevano ragione allora o si sono rinsaviti (in base a cosa) ed hanno ragione ora?

Ma non ci interessa qui rappresentare la natura ondivaga di costoro, quanto rilevare la giustezza dei loro antichi rilievi sul referendum costituzionale del 2006: la revisione costituzionale tanto è possibile quanto venga attivata da un “percorso straordinario  costituente” che coinvolga il Parlamento in tutte le sue forze, senza distinzione tra maggioranza ed opposizione; solo così si avrà la garanzia che la revisione costituzionale sia, intanto, necessaria e, poi, efficace e duratura nel tempo, come la Costituzione vigente del 1948.

La prova contraria, per esempio, è la revisione costituzionale del 2001, scritta a colpi, more solito, di maggioranza da parte del Governo di turno (il famoso Titolo V) con così scarsa lungimiranza, tanto da essere ora oggetto di ulteriore revisione, dopo solo 15 anni; anche qui: avevano ragione allora o si sono rinsaviti ed hanno ragione ora?

Strage di Bologna

Oggi è l’anniversario della strage di Bologna, compiuta alle ore 10,25 di sabato 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna; il più grave atto terroristico avvenuto in Italia, perlomeno per ciò che concerne le proporzioni, poiché nell’attentato rimasero uccise 85 persone ed oltre 200 rimasero ferite (anche se -per me -la strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969 resta l’atto terroristico più importante storicamente, in quanto da lì inizio la strategia della tensione).

Le indagini si indirizzarono, non immediatamente, sulla pista neofascista e dopo un lungo iter giudiziario e numerosi depistaggi, la sentenza finale nel 1995 condannò, come esecutori materiali, Fioravanti e Mambro “come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l’attentato di Bologna”, mentre nel 2007 si aggiunse anche la condanna di Ciavardini, all’epoca dei fatti minorenne.

Gli ipotetici mandanti sono ad oggi sconosciuti, ma furono rilevati collegamenti con la criminalità organizzata e soprattutto con i servizi segreti “deviati”; mentre per le attività di depistaggio, venne condannato, tra gli altri, il Grande Venerabile Licio Gelli, da poco scomparso, che ha sempre dichiarato di credere che la strage sia dovuta a un mozzicone di sigaretta che cadendo accidentalmente su dell’esplosivo o in una caldaia, ne avrebbe causato l’esplosione.

Il Venerabile è tuttavia ancor più famoso in quanto ideatore, negli anni settanta del secolo scorso del “Piano di rinascita democratica”, noto anche come Programma della P2.

Cosa c’era in questo “Piano”. Per esempio, “a)1 la responsabilità civile per i magistrati” oppure, per ciò che concerne il Sindacato, esso prevedeva: “3) Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria è [fra] la sollecitazione alla rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell’UIL, per poi agevolare la fusione con gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entità i più disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all’interno dell’attuale trimurti. Gli scopi reali da ottenere sono: a) restaurazione della libertà individuale nelle fabbriche e aziende in genere per consentire l’elezione dei consigli di fabbrica con effettive garanzie di segretezza del voto; b) ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello illegittimamente assente di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative. Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferibile anche ai fini dell’incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costituzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della libertà di lavoro e della tutela economica dei lavoratori“.

Per quello che interessa maggiormente questo lavoro, Gelli scriveva (forse nel 1976: un genio lungimirante!):”a3) Ordinamento del Parlamento: 1) ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere (funzione politica alla CD e funzione economica al SR); 2) modifica dei rispettivi Regolamenti per ridare forza al principio del rapporto (Cost. art.64) fra maggioranza-Governo, da un lato, e opposizione, dall’altro, in luogo della attuale tendenza assemblearistica” o anche :”V. Riforma della legge comunale e provinciale per sopprimere le provincie e ridefinire i compiti dei Comuni dettando nuove norme sui controlli finanziari“, da ultimo: “a3) Ordinamento del Parlamento I. Nuove leggi elettorali, per la Camera, di tipo misto (uninominale e proporzionale secondo il modello tedesco) riducendo il numero dei deputati a 450 e, per il Senato, di rappresentanza di 2° grado, regionale, degli interessi economici, sociali e culturali, diminuendo a 250 il numero dei senatori; II. Modifica della Costituzione per dare alla Camera preminenza politica (nomina del Primo Ministro) ed al Senato preponderanza economica (esame del bilancio).

Insomma, il “Piano di rinascita democratica” di Gelli prevedeva la fine del bicameralismo perfetto e per il Senato, “una rappresentanza di secondo grado, regionale, degli interessi economici, sociali e culturali”, con competenze ridotte alle materie economico-finanziarie; nonché la soppressione delle Provincie … e tanto altro.

Tante cose di quel “Piano”(forse del 1976) si sono realizzate, come visto: chiedere ai magistrati ed ai sindacati, per avere solo una delle tanta conferme.

Ora  l’attuazione di quel piano va avanti e forse siamo all’ultimo atto, che non a caso il Venerabile includeva nella fase di “Medio e Lungo Termine”, se è vero che la revisione costituzionale del 2016 – certo in alcuni punti e con tutti gli opportuni ammodernamenti -non è molto distante dai programmi di quel “Piano”.

Del resto, fu proprio il suo autore in persona, Licio, che, poco prima di morire, in un’intervista al Fatto Quotidiano del 2014, ebbe a dire: “Per quanto riguarda Palazzo Madama, mi fa piacere pensare che, nonostante tutti mi abbiano vituperato, sotto sotto mi considerano un lungimirante propositore di leggi“.

L’articolo 70 dell’altro referendum

Della serie: Scopri le differenze

Come promesso, pubblichiamo  – in calce – l’articolo 14 della precedente Legge di revisione costituzionale, quella del 2005, che non superò l’esame del referendum costituzionale.

Anche perché Jim Messina, che ha curato la campagna elettorale per la rielezione di Obama, nei giorni scorsi si è riunito con lo stato maggiore del premier per dettare le linee guida:”Bisogna spiegare agli italiani che sarà un momento storico per il futuro del Paese”!

Vediamo intanto nel passato come era stata la proposta di revisione dell’articolo 70 della nostra Costituzione, confrontando il testo di quella legge di revisione con questa.

Il legislatore berlusconiano del 2005 come intendeva cambiare la “funzione legislativa”?

Circa l’aspetto sovrastrutturale del linguaggio, il testo del 2005 in luogo di 9 parole, ne introduceva 717; quello ora sottoposto al referendum costituzionale le “riduce” a 439: cambia poco, per l’uno e per l’altro vale il commento di Carofiglio (vedi La Funzione Legislativa (1))”La farraginosità, l’oscurità, la bruttezza stilistica delle norme sono collegate alla ristrettezza culturale ed alla chiusura ideologica, nonché al tentativo di mascherare l’una e l’altra. Al contrario, la limpidezza e l’essenzialità corrispondono a valori condivisi e collettivamente recepiti”.

Sotto l’aspetto strutturale del diritto, la scarsa cultura giuridica dei vecchi estensori dell’articolo 14 del 2005 è pari a quella degli attuali revisionisti dell’articolo 10 del 2016, essendo ad entrambi sconosciuto il principio di generalità ed astrattezza come caratteri essenziali della norma La Funzione Legislativa (2). L’articolo 70 della Costituzione è una norma di questo tipo, che conferisce poteri, senza specificare le circostanze che ne condizionano l’esercizio. L’articolo 14 della Legge di REVISIONE Costituzionale non possedeva gli anzidetti requisiti di generalità ed astrattezza, era una norma priva dei caratteri essenziali; l’articolo 10 degli attuali revisionisti ora sottoposto a referendum costituzionale idem. Tant’è che conseguentemente giocoforza entrambe le revisioni moltiplicano a dismisura i procedimenti legislativi  (alla faccia della semplificazione). Il vigente articolo 70 prevede per l’esercizio della funzione legislativa ordinaria un unico iter (espresso con limpida efficacia da 1 comma di 9 parole); l’articolo 10 della Legge di Revisione 2016 vorrebbe sostituirlo con la creazione di “circa” 10 iter legislativi differenziati (espressi da 1o comma di n parole, di difficile lettura ed ancor più oscura interpretazione); l’articolo 14 del 2005 si “limitava” forse a 7. Ed anche “la genialità” della norma di chiusura del VI comma dell’art. 10 (“I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti“) è una necessità, assurda, ereditata dalla medesima impostazione della moltiplicazione dei procedimenti legislativi, che adottò il revisionista del 2005 (cfr. testo sottolineato art. 14, in calce).

Per l’aspetto meta-strutturale della propaganda, ci limitiamo a riportare dal seguente sito http://www.mauriziolupi.it/chi-ha-votato-no-referendum-per-cambiare costituzione/#.V5ekZpBoaK1 :”Tutti mi dicono che non abbiamo fatto nulla contro la casta e per ridurre i costi della politica. Mi arrabbio perchè so che il Governo Berlusconi ha riformato la Costituzione ma gli italiani hanno bocciato la riduzione dei parlamentari con il referendum costituzionale del 2006. Ecco cosa è success0: LA NOSTRA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE Premesso che sicuramente avremmo potuto fare di più e meglio, i risultati della nostra azione di governo sono tanti e non vanno dimenticati. Anche per la riduzione della “casta” e per il taglio ai costi della politica, bisogna assolutamente ricordarci che il governo Berlusconi aveva riformato la Costituzione italiana per:

Rendere il nostro sistema legislativo più efficiente, riducendo il numero dei parlamentari e riformando un bicameralismo paritario che si è dimostrato eccessivamente lento e macchinoso.

 

Eh, sì. Ha proprio ragione Salvatore Settis:”Questo è il Paese (con la “p” sempre meno maiuscola) dove l’improvvisazione la vince sull’analisi, l’approsimazione sulla competenza, la “narrazione” sui fatti (cfr. S.Settis, “Costituzione”, pag. 150, 2016).

 

Art. 14.
(Formazione delle leggi)
1. L’articolo 70 della Costituzione e’ sostituito dal seguente:
“Art. 70. – La Camera dei deputati esamina i disegni di legge
concernenti le materie di cui all’articolo 117, secondo comma, fatto salvo quanto previsto dal terzo comma del presente articolo. Dopo l’approvazione da parte della Camera, a tali disegni di legge il Senato federale della Repubblica, entro trenta giorni, puo’ proporre modifiche, sulle quali la Camera decide in via definitiva. I termini sono ridotti alla meta’ per i disegni di legge di conversione dei decreti-legge. Il Senato federale della Repubblica esamina i disegni di legge concernenti la determinazione dei principi fondamentali nelle materie di cui all’articolo 117, terzo comma, fatto salvo quanto previsto dal terzo comma del presente articolo. Dopo l’approvazione da parte del Senato, a tali disegni di legge la Camera dei deputati, entro trenta giorni, puo’ proporre modifiche, sulle quali il Senato decide in via definitiva. I termini sono ridotti alla meta’ per i disegni di legge di conversione dei decreti-legge.

La funzione legislativa dello Stato e’ esercitata collettivamente
dalle due Camere per l’esame dei disegni di legge concernenti le
materie di cui all’articolo 117, secondo comma, lettere m) e p), e
119, l’esercizio delle funzioni di cui all’articolo 120, secondo
comma, il sistema di elezione della Camera dei deputati e per il
Senato federale della Repubblica, nonche’ nei casi in cui la
Costituzione rinvia espressamente alla legge dello Stato o alla legge della Repubblica, di cui agli articoli 117, commi quinto e nono, 118, commi secondo e quinto, 122, primo comma, 125, 132, secondo comma, e 133, secondo comma. Se un disegno di legge non e’ approvato dalle due Camere nel medesimo testo i Presidenti delle due Camere possono convocare, d’intesa tra di loro, una commissione, composta da trenta deputati e da trenta senatori, secondo il criterio di proporzionalità rispetto alla composizione delle due Camere, incaricata di proporre un testo unificato da sottoporre al voto finale delle due Assemblee. I Presidenti delle Camere stabiliscono i termini per l’elaborazione del testo e per le votazioni delle due Assemblee.

Qualora il Governo ritenga che proprie modifiche a un disegno di
legge, sottoposto all’esame del Senato federale della Repubblica ai sensi del secondo comma, siano essenziali per l’attuazione del suo programma approvato dalla Camera dei deputati, ovvero per la tutela delle finalita’ di cui all’articolo 120, secondo comma, il Presidente della Repubblica, verificati i presupposti costituzionali, puo’ autorizzare ii Primo ministro ad esporne le motivazioni al Senato, che decide entro trenta giorni. Se tali modifiche non sono accolte dal Senato, il disegno di legge e’ trasmesso alla Camera che decide in via definitiva a maggioranza assoluta dei suoi componenti sulle modifiche proposte.
L’autorizzazione da parte del Presidente della Repubblica di cui
al quarto comma puo’ avere ad oggetto esclusivamente le modifiche proposte dal Governo ed approvate dalla Camera dei deputati ai sensi del secondo periodo del secondo comma.
I Presidenti del Senato federale della Repubblica e della Camera
dei deputati, d’intesa tra di loro, decidono le eventuali questioni
di competenza tra le due Camere, sollevate secondo le norme dei
rispettivi regolamenti, in ordine all’esercizio della funzione
legislativa.
I Presidenti possono deferire la decisione ad un

comitato paritetico, composto da quattro deputati e da quattro
senatori, designati dai rispettivi Presidenti. La decisione dei
Presidenti o del comitato non e’ sindacabile in alcuna sede. I
Presidenti delle Camere, d’intesa tra di loro, su proposta del
comitato, stabiliscono sulla base di norme previste dai rispettivi
regolamenti i criteri generali secondo i quali un disegno di legge
non puo’ contenere disposizioni relative a materie per cui si
dovrebbero applicare procedimenti diversi”.

Diamo i numeri

In questa domenica elettorale in cui siamo in attesa di conoscere i numeri dei ballottaggi, diamo un po’ di numeri sulla legge di revisione costituzionale.

Perché i numeri, come le parole (ed i fatti) hanno le testa dura, un loro significato ben preciso.

Non permettiamo mai a nessuno di manipolare numeri, parole o fatti.

Sulle parole, tutto questo blog sarà orientato a demistificarne la loro manipolazione.

In questo articolo invece circoscriviamo l’attenzione sui numeri, ed alcuni fatti.

Il lettore saprà trarre da sé le sue conclusioni.

I numeri, intanto.

La legge di revisione costituzionale pubblicata in G.U. il 15 aprile scorso consta di 41 articoli, che modificano la Parte II della Costituzione “Ordinamento della Repubblica”.

  • 20 articoli (1/20), riguardano le modifiche della parte della Costituzione relativa al Parlamento (Titolo I) ed alla Corte Costituzionale (Titolo VI) [l’art. 13 revisiona 2 articoli];
  • 4 articoli (21/24), riguardano le modifiche della parte della Costituzione relativa al Presidente della Repubblica (Titolo II);
  • 4 articoli (25/28), riguardano le modifiche della parte della Costituzione relativa al Governo (Titolo III);
  • 8 articoli (29/36), riguardano le modifiche della parte della Costituzione relativa alle Regioni (Titolo V);
  • 1 articolo (37), riguarda le modifiche della parte della Costituzione relativa alla Corte Costituzionale (Titolo VI);
  • 1 articolo (38), riguarda le disposizioni consequenziali e di coordinamento, che modifica 8 articoli della Costituzione, ne abroga 1 e ne modifica 3 che aveva precedentemente revisionato [si tratta degli artt. 73, 120 e 122: sintomo di scarsa chiarezza, fretta e compressione della discussione];
  • lo stesso articolo modifica poi 3 leggi costituzionali;
  • 3 articoli (39/41), riguardano le disposizioni transitorie, finali e l’entrata in vigore.

Questi 41 articoli vorrebbero modificare (o abrogare):

  • 1 articolo della Costituzione relativo ai Rapporti Politici;
  • 24 articoli della Costituzione relativa al Parlamento;
  • 5 articoli  della Costituzione relativa al Presidente;
  • 4 articoli della Costituzione relativa al Governo;
  • 11 articoli della Costituzione relativa alle Regioni;
  • 2 articoli della Costituzione relativi alla Corte Costituzionale;
  • 3 leggi costituzionali (del 1953, 1967 e 1989).

I fatti, poi.

Complessivamente a questa legge di revisione piacerebbe modificare (o abrogare) 47 articoli della Costituzione, che attualmente consta di 134 articoli, di cui 133 revisionabili: cioè, il 34,5%.

Quindi nel 2016, i Signori eletti nel 2013 sulla base di una legge elettorale dichiarata costituzionalmente illegittima nel 2014 intendono bruciare 1/3 della Carta Costituzionale, in vigore dal 1948.

Ed elaborata da una Assemblea Costituente regolarmente eletta col referendum del 2 giugno 1946 (vedi articolo Costituzione, come nacque).

E questo è un fatto.

Un altro fatto è ancora che, per la cronaca, il precedente tentativo (abortito) di revisione costituzionale con la legge pubblicata in G.U. del 18.11.2005 consisteva in 57 articoli che ambivano a cambiare 48 articoli della Carta.

Stiamo lì, 48 a 47; ma almeno quelli erano stati eletti con legge costituzionalmente legittima.

Un ultimo fatto è questo.

Dal 1 gennaio 1948 ad oggi, sono state promulgate (se abbiamo contato bene) 17 leggi di revisione costituzionale, che hanno modificato 34 articoli della Carta e 2 disposizioni transitorie e finali.

Attenzione. 17 leggi di revisione per 34 articoli della Costituzione; 2 articoli per legge (in media). Fedeli al principio costituzionalista che “le revisioni della Costituzione devono essere necessariamente puntuali e circoscritte, con una specifica legge costituzionale per ogni singolo emendamento“.

Dunque, in un sol colpo ai Signori di cui sopra piacerebbe cambiare di molto più articoli (47) di quelli (34+2) modificati in 68 anni [e ci vengono pure a dire che se non si cambiano tutti questi articoli non si governa più, ci sarà il diluvio: ancora continuano a pensare che siamo stupidi].

Una postilla.

Quasi la metà di quei 34 +2 articoli modificati in 68 anni, sono stati anch’essi modificati in una sola botta, da una sola legge di revisione costituzionale, la n. 3 del 2001; questa legge “sola” infatti modificò 9 articoli ed, addirittura, ne abrogò altri 5.

Quella legge recava nella sua rubrica: “Modifiche al Titolo V della Costituzione”, anche all’epoca ci dissero che se non si faceva quella legge non si sarebbe più governata l’Italia, era l’epoca del federalismo; quella legge è anche l’unica delle 17 di revisione –  e tale dovrà restare – che venne promulgata solo a seguito di consultazione referendaria, perché non venne votata dai 2/3 dei componenti della Camere, ma imposta dalla sola maggioranza, a colpi di fiducia.

Bel risultato, grande lungimiranza; quella legge, ora, dopo soli 15 anni, viene quasi interamente smantellata da questa nuova legge di revisione, imposta dalla sola maggioranza, a colpi di fiducia, che modificherebbe ben 11 articoli del Titolo V.

Era proprio una legge “sola”, quella!

 

 

 

 

Revisione, non riforma

 

 

Probabilmente per deformazione professionale sono abituato a dare un senso preciso alle parole adoperate, soprattutto in ambito legislativo.

In presenza di “dolo”, se un operatore del diritto parla di “colpa”, o è ignorante, oppure è in mala fede.

La legge che sarà sottoposta al referendum ad ottobre (sicuri che si vota ad ottobre, perché non il 25 settembre?) è una legge di revisione costituzionale, ai sensi dell’art. 138 della Costituzione. Punto.

Perché allora chi la propone parla invece di riforma costituzionale.

Chiaro; perché il termine riforma allude ad un miglioramento, ad una trasformazione in melius, a un progresso.

I riformisti, nel lessico condiviso della sinistra, sono sempre stati considerati coloro che voglion migliorare le sorti dei settori più deboli della società senza stravolgere l’ordine costituito.

E questo è evidentemente ben accetto dalla gran parte della popolazione, insieme alla gradualità che con la riforma sempre viaggia.

Ecco l’imbroglio semantico svelato.

Sostituire il termine revisione, corretto, con quello, ingannevole, di riforma.

Con ciò, peraltro, prendendo due piccioni con una fava.

Perché chi è antagonista al riformatore illuminato?

Il conservatore retrogrado.

Ed ecco servita così su un piatto d’argento, quasi automaticamente, la categoria con la quale saranno definiti gli eventuali oppositori.